venerdì 5 settembre 2008

Snuff [II]: cinematografia "falso-snuff"


(continua dal precedente: "Verità o leggenda?")

Prosegue l'inchiesta sul fenomeno degli "snuff movie". Ripartiamo oggi dal saggio "Snuff & Mondo movies", di Luigi de Angelis (1999), che si riprende una arguta osservazione di Roberto Pugliese, per cui l'essenza del concetto di un vero snuff movie si debba basare su tre distinti livelli di "consapevolezza", di cui solo il terzo è variabile:
  1. "il primo riguarda i realizzatori e distributori del film: siamo davanti ad una vera e propria anonima assassini. Essi sanno cosa stanno facendo, per chi lo stanno facendo, sono pronti ad uccidere deliberatamente e consapevolmente. Se il denaro è lo scopo delle loro azioni, non bisogna trascurare il grado psicotico di perversa malvagità criminale che li porta a compiere simili nefandezze traendone evidente soddisfazione";
  2. "il secondo grado è quello delle vittime: gli attori destinati al massacro NON sanno che cosa li attende. L'elemento di sorpresa, l'orrore dipinto sul volto dei poveretti quando, improvvisamente, si rendono conto di essere in trappola e destinati al macello, è una delle cose che il perverso amante di snuff ricerca con più maniacale ossessione";
  3. "la terza posizione, passibile di cambiamenti, è quella dello spettatore. Chi assiste ad uno snuff, può sapere che il film si concluderà con un omicidio, oppure può solo sospettarlo o ignorarlo del tutto, credendo di aver assistito ad uno splatter particolarmente realistico".
Questa terza ed ultima prospettiva assume rilevanza cardinale, si solleva la questione per cui possa essere essenziale non tanto la morte vera dell'attore, quanto la prospettiva soggettiva dello spettatore e ciò che egli crede sia successo all'attore.
Gli snuff movie, come prodotto estremo, diventano dunque una frontiera in cui i confini tra verità e finzione non sempre sono riconoscibili.

Se nella prima parte dell'inchiesta abbiamo visto che non sono mai state trovate prove dell'esistenza di un mercato di veri snuff movie, in questo secondo articolo ci occuperemo di un genere filmico che solo apparentemente sembra essere "snuff", ma in cui le morti sono simulate in accordo con gli attori: finti snuff movie.
Così come i falsi abusi non hanno nulla a che fare con la pedofilia (se non nell'allarmismo di chi cerca di trarne fama e guadagno), anche i falsi snuff non prevedono lo stupro e la morte. Si tratta infatti di rappresentazioni di fiction che violano magari il buon gusto, ma non la legge, e che hanno addirittura fatto un pezzo di storia della cinematografia (quella cosiddetta di "exploitation").


Cinematografia "falso-snuff":
a) i precursori Mondo movie

Forse non tutti sanno che questo fenomeno è in buona parte vanto del nostro cinema nazionale, il precursore del genere viene infatti riconosciuto nel film-documentario "Mondo cane" (di Cavara, Jacopetti e Prosperi; 1962). Una specie di cinegiornale commentato da una voce narrante, che ottenne un inimmaginabile successo di pubblico; un collage di immagini shock, volte a impressionare lo spettatore mostrando usi e costumi insoliti delle etnie di tutto il mondo, stravaganti, grotteschi e soprattutto raccapriccianti: crudeltà su animali, riti religiosi bizzarri e anche con mutilazioni, asportazioni di organi genitali, lotte fra cani, cure medicinali alternative con l'uso di sangue e interiora animali, fucilazioni:
  • "Tutte le scene che vedrete in questo film sono vere e sempre riprese dal vero. Se spesso saranno scene amare è perché molte cose sono amare su questa terra. D'altronde il dovere del cronista non è quello di addolcire la verità ma di riferirla obbiettivamente".
E' una bugia, il regista scelse di manipolare e ricostruire molte delle scene, che restano mescolate a quelle veritiere e documentaristiche. Una furbizia che garantì certamente il grande successo a questo bizzarro prodotto e ne fece una nuova icona.
"Mondo cane" portò a galla una gran voglia di morbosità e di freak show, condita dalla curiosità per terre lontane e selvagge, viste attraverso la lente del pregiudizio verso i popoli diversi. Esso diede il via ad un vero e proprio genere, soprannominato "Mondo movie" o "shock-u-mentary", in cui la cinematografia toccò vette prima inimmaginabili di laidità e perversione visiva. Da citare:
  • "Ultime grida dalla savana", del 1975 e narrato dalla voce di Alberto Moravia, un film che l'anno sucessivo contese in alcune nazioni il primato degli incassi a "Lo squalo" di Spielberg, del quale viene spesso ricordata la ripresa della scena del turista sbranato in Namibia da un leone (sulla cui veridicità o meno non è mai stata fatta piena luce);
  • e soprattutto l'efferatezza di "Le facce della morte" ("Faces of death", di John Alan Schwartz; 1978), una morbosa collezione di immagini di morte (esecuzioni, incidenti, stragi di guerra ecc.), che alla sua uscita venne bannato in ben 46 nazioni. Anche in questo caso si tratta di mescolanza tra riprese di fatti veri e scene interamente costruite grazie al talento di Prosperi, creatore di effetti speciali che lavorò anche per i film di Mario Bava, capace di creare in alcune scene "un alone di veridicità: vengono usati litri di sangue di maiale e (forse la cosa più disgustosa e inammissibile) un vero cadavere in evidente stato di decomposizione a sostituire l'attore negli ultimi fotogrammi". E fu di nuovo grande successo: si stimano 35 milioni di dollari di incassi nelle sale, "in Giappone ha conteso per lunghissimo tempo alla sua uscita il primato negli incassi a film come Guerre Stellari".
Il genere mondo movie non va confuso con i veri snuff movie, in quanto le morti rappresentate, pur reali, vengono riprese e presentate come naturali, casuali o comunque indipendenti dalla volontà del regista. Dei tre livelli di consapevolezza inizialmente descritti per il vero snuff, quello che qui manca è il primo, ovvero la volontarietà dei produttori nel determinare una morte umana per ragioni di copione.

Si badi anche alla sottile distinzione tra questi prodotti e alcuni moderni programmi televisivi della famiglia "Real TV" (a loro volta da non confondersi con i reality show), che pure mostrano videoriprese reali di fatti macabri, ma senza giocare ad ingannare il pubblico accostando alle scene vere anche delle ricostruzioni non dichiarate (ad es. in Faces of Death, ad una reale videoregistrazione amatoriale del suicidio per defenestrazione di una donna, Schwartz aggiunse anche le finzionali riprese dei pompieri che corrono su per le scale e di una attrice morta sul selciato).
La sapiente mescolanza tra riprese vere e false è dunque la caratteristica fondamentale del genere "Mondo" e quella che garantì il successo ad alcuni progetti, un cinico trucco di prestigio cinematografico che diventava vera e propria operazione mediatica: sfruttare la credibilità del reale per infilare subliminarmente anche immagini e messaggi inauditi e altrimenti incredibili, che a loro volta rendono più morbosamente eccitante l'intero prodotto.
Una furbizia che successivamente ritroveremo sfruttato in ogni clone di Mondo cane ed in alcuni finti snuff, ma anche nell'editoria cartacea (basti pensare a pubblicazioni come "Cronaca Vera"), fin nei moderni reality show televisivi e, come vedremo, adesso pure nei blog sul web.
E' questa la matrice "Mondo" che vogliamo mettere in evidenza: più vero del reale.

Alcuni Mondo movie in realtà si erano già spinti oltre il documentarismo ritoccato e la componente finzionale si era allargata fino ad accostare alle riprese di morti reali, anche videoriprese di vicende macabre integralmente inventate e ricostruite. In questo, essi furono precursori e primi esempi del successivo genere "falso-snuff", che abbandonò del tutto lo spirito documentaristico in favore della pura fiction porno-macabra.


Cinematografia "falso-snuff":
b) i finti snuff movie (propriamente detti)

Il capostipite dei veri e propri (finti) film snuff, fu quello che impose anche il termine: "Snuff", del 1976. Un normale lungometraggio horror finzionale e non documentaristico, nel finale del quale però si simulava anche una vera uccisione, rappresentando la vicenda di una attrice argentina, chiamata per girare una scena d'amore, che improvvisamente si trasforma in tutt'altro, allorché ella viene seviziata dal regista stesso e tagliata letteralmente a pezzi mentre è ancora viva (qui una sinopsi in inglese del film e alcuni screenshot).
In questo genere, dei tre livelli di consapevolezza inizialmente descritti per lo snuff, quello che manca è il secondo, ovvero la partecipazione genuina dell'attore al dramma della propria morte, che è del tutto falsa e recitata. Può bastare per titillare comunque la consapevolezza del pubblico?

Il capostipite "Snuff" predisponeva gli spettatori alla credulità già dalla locandina, in cui si leggeva un sottotitolo allusivo (degno delle indagini giornalistiche di Berizzi): "The film that could only be made in South America... where Life is CHEAP!". Inoltre fu girato con una serie di voluti accorgimenti per dare il senso di opera non-costruita, a cominciare da un improvviso passaggio ad una ripresa in stile "behind the set", in cui la presunta troupe diventa essa stessa oggetto della ripresa; oppure quando al termine del massacro, la pellicola si interrompe bruscamente e per ultimo si sente la voce del cameraman lagnarsi di aver finito la pellicola.
Il film era stato girato in realtà già nel 1971 dai coniugi Findlay, col titolo "Slaughter", come low-budget splatter ispirato al massacro di Bel Air, ma non trovò mai sbocco distibutivo finché il produttore Allan Shackleton (all'insaputa dei registi originali e guadagnandosi così il ruolo di vero padre del fenomeno) non decise di girare e aggiungere la nuova scena finale della presunta morte dell'attrice e ripubblicò il film.
Prima della sua uscita, Shackleton fece già circolare falsi ritagli di giornale in cui si parlava della crociata contro il film da parte di un avvocato in pensione (mai esistito). Al momento dell'uscita della pellicola nelle sale, il produttore arrivò perfino ad assoldare dei finti contestatori che simulassero scandalizzati picchettaggi di fronte alle sale cinematografiche in cui era proiettato (per un documentato resoconto della vicenda dietro Snuff, si veda un articolo comparso su Skeptical Enquirer del 1999).

I finti snuff non sono dunque altro che dei film splatter, ove la caratteristica saliente non risiede nel prodotto cinematografico stesso, quanto nel suo marketing, che assurge ad elemento metateatrale essenziale, laddove cerca di far credere al pubblico che si tratti di una registrazione di una vera morte, per creare scalpore e moltiplicare i guadagni.
Gli snuff diventano un prodotto di frontiera tra realtà e finzione, perchè attorno ad essi si crea un interesse attivo da parte di molti, nel confondere le acque e ampliare i confini della credulità popolare con ogni mezzo: se certe leggende metropolitane si diffondono tanto facilmente, non è solo per un effetto sociologico spontaneo (siamo convinti che ciò valga anche per altre bufale, come ad es. i falsi satanic ritual abuse e per chi le diffonde troppo attivamente).

Ai fini del marketing è utile il realismo degli effetti visivi, il prodotto dovrà essere tale da ingannare l'occhio del pubblico (in "Snuff" in realtà non erano granché credibili), ma più che l'arte visuale si riveleranno fondamentali i trucchi meta-teatrali mirati a fornire al pubblico finte garanzie di credibilità ed ottenere l'effetto di suspension of disbelief.
  • [Nota: negli anni immediatamente successivi (1978-1984?) lo stesso tipo di strategia di inganno del pubblico fu sfruttato ad arte dal genio della commedia Andy Kaufman per esplorare nuove frontiere nel campo della comicità, non per nulla la risata è una reazione naturale che condivide parecchio con i meccanismi dell'orrore.]
Nel 1976 il trucco funzionò alla grande, buona parte del grande pubblico aveva incredibilmente preso per un fatto vero l'uccisione finale in Snuff, un filmaccio che altrimenti sarebbe stato destinato al cestino o ai circuiti di terz'ordine, e che invece divenne un fenomeno commerciale.

Il trucco funzionò così bene, che alcuni presero fin troppo seriamente la faccenda e reagirono con veementi proteste alla sua diffusione. I finti picchettaggi organizzati da Shackleton vennero presto rimpiazzati da genuine manifestazioni di fronte ai cinema e altre azioni di boicottaggio (che in realtà non facevano altro che alimentare ancor più il mito attorno alla pellicola ed il suo successo).
Si segnalano in particolare le reazioni dell'ambiente del femminismo militante, nella cui storia l'uscita di Snuff rappresenta una pietra miliare: ad esempio la più nota associazione "Women against Pornography", prese forma proprio nell'autunno 1976 durante i picchettaggi contro l'infame pellicola, che furono guidati a New York dalla scrittrice Andrea Dworkin. Una associazione ed una autrice che rappresentano il culmine di quella ideologia femminista che postula e combatte l'associazione tra stupro e pornografia (assieme all'avvocato Catharine MacKinnon ed alla sociologa Diana E.H. Russell, vecchia conoscenza del nostro blog in quanto una delle madrine del fenomeno S.R.A. e dell'isteria dei falsi abusi collettivi). "A parere delle femministe newyorkesi, per non citare che una sola delle tante voci interessate a creare confusione, che in Snuff l’assassinio fosse vero o simulato non faceva differenza: contava unicamente la violenza sessuale presentata come intrattenimento sessuale" (fonte); ciononostante, queste autrici sono tra coloro che nei propri scritti hanno spesso sostenuto l'esistenza di veri snuff movie.

Se è vero che il femminismo militante è una delle matrici da cui emerse il moderno associazionismo anti-pedofilia (in Italia soprattutto quello raccolto attorno al CISMAI), esso sembra averne ereditato un eccesso di credulità ed il desiderio di protesta verso crimini sessuali ancora indimostrati. L'eco di coloro che nel 1976 abboccarono all'amo di Shackleton, si propaga forte ancora oggi e il mito degli snuff movie resiste ad ogni tentativo di debunking.

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Nella storia dei tantissimi finti film snuff arrivati sul grande schermo dopo il 1976, ci limitiamo a citare la serie giapponese dei "Guinea Pig" negli anni '80, molto efferati nell'aspetto macabro senza neppure indugiare molto nella rappresentazione pornografica, ma toccando in alcuni casi la vetta del realismo cinematografico del genere. Nel secondo di essi ("Flower of flesh and blood"), un samurai macella delle ragazze con un realismo visivo tale che, dopo averne vista una copia, l'attore Charlie Sheen denunciò il film e smosse perfino l'FBI, pensando che ritraesse una vera uccisione. Le autorità statunitensi dovettero attendere una risposta ufficiale dal Giappone, dove si stava già indagando sul film e il regista fu costretto a dimostrare la propria innocenza.

Sono da menzionare anche alcuni film della cinematografia mainstream, che non si propongono come snuff movie, ma che hanno usato lo snuff come argomento.
Il primo fu "Hardcore" del 1979, un thriller la cui trama è basata sul tema dell'esistenza di simili prodotti e di organizzazioni criminali dietro la loro realizzazione e commercializzazione (un plot ripreso da diversi altri film in seguito, tra cui il noto "8mm" del 1999). Nonostante fosse un prodotto di pura e dichiarata fiction, Hardcore trovò terreno fertile nei timori popolari e anch'esso contribuì a rinforzare le fondamenta della credulità di questa leggenda.


Cinematografia "falso-snuff":
c) Cannibal Holocaust e la sintesi dei generi

Eccoci alla terza ed ultima evoluzione di questa discutibile categoria cinematografica e, anche in questo caso, siamo di fronte ad un "vanto" della cinematografia italiana, che trovò la sua massima espressione nell'inarrivabile "Cannibal Holocaust", del regista Ruggero Deodato (1980):
  • "In 1979, four documentary filmmakers disappeared in the jungles of South America while shooting a film about cannibalism... Six months later, their footage was found";
  • "Can a movie go too far?"
Il film ha anche un sito ufficiale (attenzione: immagini forti). La trama deriva da una sceneggiatura di Gianfranco Clerici ed è basata su una geniale struttura di cinéma vérité, ovvero l'intreccio tra due storie che si svolgono su due piani distinti, l'una dentro l'altra, e sono girate con stili diversi:
  • la prima è la vicenda del professor Harold Monroe, che viene informato della sparizione di una spedizione di documentaristi in Amazzonia e parte alla loro ricerca assieme ad una guida e due indigeni. Dopo varie vicissitudini e inquietanti segni di passate violenze (un guscio di tartaruga, un villaggio bruciato ecc.), egli rinviene solo gli scheletri degli esploratori e le loro pellicole, che visionerà una volta tornato a New York, scoprendo l'orrore che essi hanno affrontato. Questa parte del film è girata in 35 mm, con i normali mezzi e lo stile di un qualsiasi lungometraggio di fiction;
  • l'altra (detta "The Green Inferno") rappresenta proprio la vicenda del gruppo scomparso dei quattro "filmmakers" esploratori, che si erano recati assieme ad una guida nella giungla amazzonica per girare un documentario sulle tribù cannibali e fanno una brutta fine. Questa parte è girata tutta in soggettiva, come se gli esploratori si fossero davvero ripresi l'un l'altro a turno, con camera a mano e audio in presa diretta, in stile documentaristico e con gli stessi mezzi limitati che quei protagonisti avrebbero avuto (16 mm e pellicola graffiata).
La parte sulla spedizione di ricerca del prof. Monroe contiene diverse scene scabrose, uccisioni atroci, anche uno stupro, ma l'effetto è mitigato dallo stile filmico del tutto tradizionale; invece sconvolgono soprattutto le presunte quattro pellicole girate in Amazzonia dagli esploratori, per il modo iperrealista in cui vengono rappresentate continue atrocità, i cui diabolici responsabili sono spesso gli stessi esploratori: amputazioni, lapidazioni, uccisioni col fuoco o con efferata violenza, ostentazione di animali disgustosi o di bestie sadicamente massacrate (una tartaruga sventrata, una scimmia mangiata, un maialino preso a calci e fucilate), ma anche scene scabrose di vita primitiva e scene sessuali piuttosto esplicite, fino alle riprese finali dell'uccisione degli stessi filmmakers per mano degli indios. L'ultima pellicola si esaurisce sull'immagine del volto insanguinato dell'ultimo di essi, ripreso esanime dalla sua stessa camera caduta al suolo.
In Cannibal Holocaust, il pubblico assiste a queste scene solo nel secondo tempo e "assieme" al prof. Monroe, quando costui visiona le pellicole recuperate dall'Amazzonia. Un riuscito artificio metateatrale che amplificava ad arte le differenze tra i due stili registici, inducendo il pubblico a riconoscere per finzione cinematografica solo la vicenda di contorno (quella della missione di recupero del prof. Monroe), ma per differenza attribuendo più realistica credibilità al contenuto dei drammatici filmati finto-documentaristici. Moltissimi spettatori credettero che quelle scene potessero essere realmente avvenute, compresa la morte dei filmmakers ed il ritrovamento postumo delle loro pellicole.
  • [Nota: lo stesso plot, con il ritrovamento di una videocassetta contenente riprese di esperienze sconvolgenti, è stato ripreso con enorme successo anche nella creazione dell'horror "The blair witch project", che ha goduto di un marketing virale e "multimediale" altrettanto furbo.]
Cannibal Holocaust creò un nuovo sottogenere, sintetizzando mirabilmente l'essenza dei precedenti generi falso-snuff:
  • è certamente un finto-snuff, in quanto rappresenta morti umane cercando intanto di ingannare il pubblico sulla possibilità che non si tratti di normale finzione scenica. Il plot che si sviluppa su un doppio piano estende l'intuizione già presente in "Snuff", laddove la ripresa passava improvvisamente ad inquadrare la troupe in un finto "behind the set". Nelle pellicole del "Green Inferno", il prof. Monroe scoprirà inoltre che la vera intenzione dei quattro esploratori non era quella di girare un normale documentario, bensì di produrre intenzionalmente violenza e morte davanti all'occhio della telecamera, per creare una atroce opera di cine-verità artefatta. Cannibal Holocaust è dunque uno snuff sugli snuff, in cui a morire non è più solo l'attrice indigena, ma stavolta anche la diabolica troupe: una scatola cinese di piani di finzione filmica racchiusi l'uno dentro l'altro, se non credi ad uno di essi, saranno gli altri a convincerti che gli snuff esistono e che forse ne stai guardando uno;
  • dai precedenti finti-snuff, Deodato riprese anche la ricerca di un marketing metateatrale. Da Wikipedia: "per rendere il film ancora più realistico, il contratto prevedeva che gli attori che impersonavano i fotoreporter dispersi sparissero dalla circolazione, soprattutto dalla televisione e dal cinema, per un anno. Deodato ha dichiarato: «L'operazione Cannibal Holocaust doveva essere fatta con attori credibili. Dovevamo presentare il fatto come fosse una cosa vera. Avevamo bisogno di quattro persone che potevano poi sparire per due anni, perché erano morti e quindi nessuno doveva sapere niente di loro. Dovevamo fare un falso snuff»"; inoltre "al termine del film, prima dei titoli di coda, appare una scritta enigmatica: «Il proiezionista Billy K. Kirov è stato condannato a due mesi di reclusione con la condizionale e al pagamento di una multa di 10.000 dollari per sottrazione di materiale cinematografico. Noi sappiamo che per quel materiale ne ha ricevuti 250.000». In realtà l'episodio era stato inventato dal regista, per accrescere la sensazione di realismo del film";
  • al tempo stesso esso recupera tutta la lezione dei precedenti Mondo movie ("più vero del reale"), tornando a mescolare grandi quantità di riprese crude e genuine del reale alle finte scene macabre. Da Wikipedia: "I filmati di cannibalismo e fucilazioni che si vedono all'inizio del film sono in parte vere (si tratta di esecuzioni avvenute in un paese africano), in parte create con effetti speciali", in pieno stile Mondo. Inoltre le uccisioni degli animali furono riprese senza artifici, realmente eseguite dagli attori nella loro cruenza intollerabile. Da spietati.it: "vedere “la morte al lavoro” (anche se “solo” animale) infonde un malessere che infetta tutto il resto della pellicola conferendole un’appropriata aura snuff". Una cornice durissima e tanto vera da risultare indiscutibile per il senso critico del pubblico, che serve a preparare gli spettatori al peggio e condizionarne la mente ad accettare per vero ogni orrore che li attende nel "Green Inferno", comprese le morti degli indios e degli attori occidentali: sfruttare la credibilità del reale per infilare subliminarmente anche l'incredibile e rendere più morbosamente eccitante l'intero prodotto (si badi tuttavia che per Deodato lo spunto dei Mondo movie non serve tanto ad emulare, quanto a criticare la falsità della prassi documentaristica lanciata da Prospero e Jacopetti, ci ritorneremo tra breve).

A tutto ciò si aggiunga l'elevato realismo degli effetti speciali (restò famosa l'immagine della ragazza impalata sulla spiaggia, capace di ingannare il senso critico di molti) e l'abilità di Deodato, un cineasta di grande qualità che seppe interpretare al meglio questa sfida registica, utilizzando inoltre come attori per le riprese in Colombia una vera tribù di indios cannibali (i quali si dimostrarono molto gentili e disponibili con la troupe).
Su tali premesse, non stupisce che il successo commerciale di Cannibal Holocaust abbia fatto impallidire anche le straordinarie performance dei precedenti falsi snuff. Da Wikipedia:
  • "in Italia non ottenne il successo sperato, anche a causa delle traversie giudiziarie che ne impedirono l'immediata uscita nelle sale. In totale incassò 360 milioni di lire. Ottenne invece un ottimo riscontro commerciale all'estero: complessivamente incassò 200 milioni di dollari, di cui 21 milioni solo a Tokyo. In Giappone dopo E.T. l'Extra-Terrestre di Steven Spielberg è il film che ha registrato in assoluto più incassi al botteghino".

Al di là dell'interesse o dello scandalo per gli aspetti visivi scabrosi, la pellicola offre diversi validi piani di lettura e raccolse anche voci di convinto apprezzamento artistico, che si sono moltiplicate negli anni a venire. Si legga ad es. una recensione di Gordiano Lupi (autore di "Cannibal!", un libro sul cinema di Deodato), che ne parla come di un'opera di culto, "un film disperato e lirico", soprattutto per l'elemento di denuncia antropologica contro la nostra società moderna e presunta civilizzata. Il prof. Monroe conclude infatti la storia con la morale: "Selvaggi? Mi sa che i veri selvaggi siamo noi".
Cannibal Holocaust è inoltre una spietata critica della falsità degli stessi generi cinematografici da cui deriva, che vengono denunciati, superati e sostanzialmente demoliti:
  • "costituisce una precisa riflessione sulla prassi dei mondo movies, una pietra tombale e una satira del genere" (dal dizionario Mereghetti);
  • "Cannibal Holocaust è anche ed evidentemente un apologo spietato contro il sensazionalismo dei media, contro la loro ossessiva invadenza, contro il loro costruire artifici per farne (falsi) documenti per le masse" (da Lankelot.eu). Lo stesso Deodato in una intervista: "Cannibal Holocaust è solo un’esplicita denuncia al mestiere di giornalista così come viene concepito nell’epoca moderna". Peccato solo che alcuni giornalisti come Paolo Berizzi e Ferruccio Pinotti se lo siano perso.
Della cinematografia snuff, Cannibal Holocaust è dunque al tempo stesso sia l'opera più sottilmente ingannatrice, sia quella più onesta, quella che smaschera dall'interno tutti i meccanismi della leggenda metropolitana: uno snuff sugli snuff.
Ovviamente nel 1980 molti colsero solo il primo dei due aspetti, tonfando nella burla senza accorgersi che la soluzione era già dentro il rebus. Cannibal Holocaust stimolò nuovamente una gran messe di reazioni scandalizzate e proteste, oltre ad essere censurato in molti paesi. Non si conta il numero di coloro che credettero che i filmati finto-documentaristici del "Green Inferno" (a cominciare dalla scena della ragazza impalata) rappresentassero veri esempi snuff e sugli autori del film si addensarono sospetti orrendi.

In Italia, a seguito della denuncia di un cittadino, ad un mese dalla prima il sostituto procuratore Nicola Cerrato dispose il sequestro del film, accusato di essere "opera contraria al buon costume e alla morale". Il PM Cerrato era molto noto in quegli anni, per la sua crociata perbenista contro la pornografia, e in seguito restò lungamente alla ribalta anche la sua maxi-inchiesta contro Scientology, condotta assieme al collega Pietro Forno.
I due procuratori milanesi si ritroveranno un decennio dopo nel primo e più celebre pool antipedofilia, la "Sezione fasce deboli" della Procura di Milano, di cui Cerrato fu il coordinatore (furono sue le più accorate difese dell'operato di Forno, quando questi venne messo alla berlina in seguito ai clamorosi errori del pool nel caso di falsi abusi che colpì il tassista Marino V.)
Torniamo alla vicenda di Deodato, che fu arrestato ed egli ed i produttori di Cannibal Holocaust furono indagati anche con l'ipotesi di aver causato davvero violenze e per aver ucciso degli attori. Da Wikipedia: "durante il processo Deodato chiamò i quattro attori protagonisti, per mostrare al giudice che erano vivi, e chiarì che le sequenze dei riti cannibali erano state fatte con l'ausilio di effetti speciali. Il regista e la troupe rischiarono ugualmente la galera quando emerse che le uccisioni di animali erano reali. Deodato si difese dicendo che le riprese erano state girate con spirito documentaristico".
Finiranno condannati solo a pene lievi e nel 1984 la Cassazione consentì che il film tornasse nelle sale, ma l'attenzione del pubblico ormai era in gran parte sfumata.

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In conclusione, per fare soldi con certa cinematografia, è importante cercare di imbrogliare davvero il pubblico, nascondere così bene il trucco da instillare un dubbio, se non addirittura solide certezze e sperare che poi il passaparola e le reazioni scandalizzate facciano gratuitamente il resto. Solo marketing cinematografico insomma, può essere che qualcuno ci caschi davvero? Eccome!
E gli snuff movies, quelli veri, esistono? Il dubbio eccita, alimenta la fantasia e non è un caso che i produttori di finti snuff abbiano sempre fatto il possibile per corroborare il mistero.

La nostra abusologia intanto ringrazia questa leggenda e si pasce dello stesso alone di mistero, contribuendo ad esso secondo un meccanismo di marketing virale, perchè così ha un'altra storia eccitante da raccontare alla nazione ed alle sue autorità giudiziarie, per giustificare nuove cacce alle streghe e per raccogliere attenzione e contributi pubblici. Tutto ciò senza averli mai visti gli snuff veri, solo per sentito dire: è questa la scienza dell'abuso, secondo i metodi di certi sedicenti esperti.

Affermava Ted Gunderson nella citazione iniziale della prima parte della nostra indagine: "come può un bambino immaginare cose simili se non le ha vissute?".
Facendogli il verso, noi ci domandiamo: "come (e perché) può un abusologo immaginare cose simili se non le ha viste?"

Ugo

martedì 13 novembre 2007

I vecchi vizi del CISMAI

In un precedente articolo, ci siamo scandalizzati per le immotivate allusioni colpevoliste che la presidente del CISMAI, dott.ssa Roberta Luberti, ha scagliato il 15/05/2007 con la nota ufficiale "Processi mediatici e diritti delle vittime: da Cogne a Rignano Flaminio" contro gli imputati del caso di Rignano Flaminio.
La psicoterapeuta fiorentina, nonostante non esista alcuna prova degli abusi di Rignano, né alcuna immagine dei presunti stupri avvenuti sui bimbi dell'asilo Olga Rovere, cerca di farci credere che sia "utile" valutare il caso di Rignano alla luce delle sue seguenti allusioni:
  • 7. Come si spiegano i dati sulla pedopornografia tramite internet? In questo campo ci sono foto e filmati, a milioni, che circolano su migliaia di siti pedopornografici (una foto o un filmato possono raggiungere dai 10.000 ai 15.000 siti).
  • 8. E’ caccia alle streghe dire che, oltre ad esserci organizzazioni criminali dedite a questi “affari”, ci sono anche singoli che immettono immagini e filmati di abusi sessuali perpetrati sui loro figli o comunque su piccole vittime, e questo anche in Italia? E che per accedere ai giri di pedofili e ricevere materiale pedopornografico, le organizzazioni richiedono delle “prove” agli aspiranti aderenti, sotto forma di materiale dello stesso tipo? E che le attività pedopornografiche stanno superando in proventi lo spaccio di sostanze stupefacenti? Queste sono tutte virtuali e non esistono nella realtà, non hanno famiglie, non svolgono professioni a contatto con i bambini, non hanno vicini di casa, conoscenti ed amici con dei bambini?
Abbiamo già argomentato quanto grave sia questo episodio, che dimostra il radicato pregiudizio e la mancanza di logica e di cultura giudiziaria che affliggono la maggiore associazione privata del settore.
E' avvilente scoprire anche che quello dell'allusione immotivata è un vecchio vizio del CISMAI. Ripercorrendo i fattacci della bassa modenese, clamorosa vicenda di falsi abusi che hanno rovinato o addirittura terminato la vita di molti innocenti, ingiustamente coinvolti in una insensata caccia alle streghe ancora non conclusa, incontriamo questa vecchia interpellanza rivolta nel 2000 dai senatori Cortelloni, Di Benedetto, Mundi e Lauria al Ministro della Giustizia:
  • Premesso:
  • che lunedì 5 giugno 2000 veniva emesso dal tribunale di Modena il verdetto di condanna a carico di quattordici imputati nell’ambito del maxiprocesso per presunte violenze e abusi sessuali su minori nella Bassa modenese;
  • che la professoressa Paola Di Blasio, docente di psicologia dello sviluppo e consulente del pubblico ministero, dottor Andrea Claudiani, il 7 giugno 2000 rilasciava al quotidiano "Il Giornale" l’intervista dal titolo: "Nessun rito satanico, lo scopo era girare filmini per maniaci", nella quale affermava che dietro agli episodi che hanno portato alla condanna degli imputati nel processo succitato non vi sarebbero affatto "riti satanici", ma abusi rituali finalizzati alla produzione di video pornografici ed alla loro commercializzazione; si tratterebbe, sempre secondo la professoressa Di Blasio, di "... un grosso giro di affari in cui si uniscono interessi commerciali e forme di perversione da parte di adulti che commettono queste azioni in gruppo";
  • che dalle notizie degli organi di informazione locale sembra però che non sia mai stata ritrovata neppure una fotografia,
  • si chiede di sapere:
  • se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza che la procura della Repubblica di Modena abbia rinvenuto materiale pornografico (videocassette, siti Internet, fotografie e quant’altro) destinato, o meno, al mercato sommerso dei pedofili e dei maniaci, in cui i minori coinvolti nel succitato processo fossero stati filmati;
  • in caso affermativo, quali provvedimenti abbia assunto o intenda assumere;
  • in caso negativo, se non ritenga censurabile che la consulente del pubblico ministero rilasci interviste di tale natura.
Vale la pena di ricordare che la prof.ssa Paola Di Blasio (già nella nostra blacklist) è uno dei soci fondatori e degli ideologi del CISMAI. Già nel 2000 dunque il CISMAI, di fronte alle prime sentenze contro gli imputati della bassa modenese (condannati proprio sulla base di ingiustificabili perizie), per sostenere il proprio furore accusatorio diffondeva alla stampa delle allusioni immotivate al mercato della pedopornografia. Senza avere uno straccio di elemento: "peccato che nessuno abbia mai trovato nulla, una foto, una videocassetta o un sito internet, né esista traccia di denaro, tantomeno nelle tasche degli indagati, quasi tutti poco sopra il livello di indigenza" (fonte).
Un pregiudizio bello e buono, proprio lo stesso che ha recentemente esibito l'attuale presidente CISMAI, dott.ssa Luberti. Un pregiudizio che aveva già fatto morti e danni gravissimi nel modenese, riproposto oggi per Rignano Flaminio.
Pregiudizio è non imparare mai dai propri errori.


Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Lo zampino di Satana in questi casi forse c'è davvero.

Ugo

lunedì 12 novembre 2007

Il sorpasso

Nei precedenti articoli abbiamo commentato un comunicato ufficiale del CISMAI, pubblicato dalla presidente dott.ssa Roberta Luberti sulla homepage societaria il 15/05/2007: "Processi mediatici e diritti delle vittime: da Cogne a Rignano Flaminio".

Torniamo oggi su una affermazione contenuta al punto 8 del comunicato, ove la presidente per alludere ai motivi per cui un colpevole a Rignano bisognerebbe pur trovarlo, ci magnifica le dimensioni del fenomeno della pedopornografia, una informazione che Luberti collega alla vicenda dell'Olga Rovere:
  • "le attività pedopornografiche stanno superando in proventi lo spaccio di sostanze stupefacenti"... BUMM!
Una affermazione così macroscopicamente infondata da far cascare le braccia. Come è possibile che una esperta di pedofilia, anzi la presidente di coloro che dovrebbero essere gli esperti di pedofilia, possa affermare una falsità così distante dai fatti?

Il giro d'affari del traffico illegale di stupefacenti nel nostro paese si aggira attorno ad alcune decine di miliardi di euro (25926 milioni nel 2002), tanto quanto una corposa manovra finanziaria annuale dello Stato, una cifra annua corrispondente a quasi un milione di vecchie lire pro capite.
Quanto vale invece il mercato complessivo annuo delle attività pedopornografiche nel nostro paese? A quali dati fa riferimento la dott.ssa Luberti, per indicare il prossimo "sorpasso" sugli stupefacenti? Non lo sappiamo, in questa occasione il CISMAI non ha esplicitato fonti.

Ci siamo ricordati che la stessa affermazione era presente in una intervista di Luca Barbareschi per il Giornale, subito ripresa dal sito dell'Associazione Prometeo, in cui si sostiene che "il giro d'affari legato alla pedofilia ha superato in Italia quello della droga" (l'attore ci dà il sorpasso per già avvenuto).

La nostra indagine sulle origini di questa sparata, ci conduce innanzitutto alla segnalazione di una forte assonanza con una frase tratta dalla presentazione di un libro di Somaly Mam:
  • "il traffico di donne e bambini a sfondo sessuale è un’emergenza a livello mondiale. E’ al secondo posto dopo il traffico di armi, superando il traffico di droga"
In questa affermazione ci si riferisce tuttavia a tutto il traffico di persone a scopo sessuale (prostituzione, schiavitù, tratta di donne e bambini) di cui il mercato pedopornografico non può essere che una minima fetta.
Allo stesso modo, durante un seminario tenutosi in Toscana nel 2005:
  • "La relazione centrale è stata tenuta dalla Dott.ssa Rossella Corsini, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pistoia, che ha presentato gli aspetti giurisdizionali e le esperienze investigative effettuate in ambito provinciale sul tema della repressione della tratta degli esseri umani a scopo sessuale, illustrando in modo puntuale ed approfondito tali aspetti, sia in riferimento alla dimensione europea e mondiale del fenomeno (che in termini di bilanci economici sta superando quello della filiera della droga) (...)";
Dello stesso tipo di sorpasso, si parla ancora in relazione alla situazione del traffico di donne in Colombia, in questo report:
  • "L’OIM stima che 4 milioni di persone (uomini e donne) sono vittime di traffico ogni anno, con conseguenti 7 miliardi di dollari in profitti per i gruppi criminali. Secondo solo al traffico di droga per redditività, il ‘traffico di persone’ secondo le previsioni si avvia a diventare nei prossimi anni il primo traffico al mondo".
E' solo in un settimanale satirico che abbiamo ritrovato l'indicazione di una fonte presunta dei dati del "sorpasso", non comunque riferibile al solo pedobusiness e in ogni caso basata su cifre che sarebbero ancora insufficienti per minacciare il primato del mercato delle droghe:
  • "L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa valuta che la cifra d’affari generata dalla tratta degli esseri umani abbia superato quella del traffico di droga e del traffico d’armi. Raggiungerebbe i 35 miliardi di dollari l’anno".
Quella del "sorpasso" tra traffici illegali sembra essere dunque una figura retorica già spesso usata anche in altri campi, difficile sapere chi ne detenga il copyright. Può darsi che alcuni sedicenti esperti nostrani, come Luberti e Barbareschi, abbiano confuso una affermazione valida (forse) per tutto il mercato della tratta di esseri umani, per una informazione relativa al solo pedobusiness di cui si interessano.

Abbiamo tuttavia il sospetto che in questo convincimento possa rieccheggiare anche una delle più note bufale del settore, la leggenda metropolitana degli "11 miliardi di euro".
Essa risale ad un dato irragionevole, pubblicato dall'associazione "Save the Children" in occasione del lancio pubblico dell'iniziativa "stop-it", con questo comunicato stampa del 15/1/2003 riferito ai profitti della pedopornografia:
  • "Solo in Italia, si calcola che il business faccia registrare un fatturato annuo di oltre 11 miliardi di euro (21 mila miliardi di lire)"
Sul web, non ci è stato possibile ricostruire da dove questa cifra sia saltata fuori, essa compare già il 12/11/2002 sul sito della Polizia di Stato, ma basata sempre sulla stessa fonte.
Il dato degli "11 miliardi di euro" nei comunicati viene sempre proposto vicino a dati Eurispes, ma non è questa la sua fonte. Nessuno ha idea di come sia nata questa informazione da parte di "Save the Children", temiamo la abbiano sentita raccontare da mio cuggino.

La bufala di Save the Children viene pedantemente ritrasmessa da altri soggetti del settore, poco critici sulle proporzioni del fenomeno di cui si dichiarano esperti:
Già il 30/1/2003 il dato veniva identificato come sciocchezza macroscopica in un forum (inquietante come sia facile per un qualsiasi forumista ridicolizzare le informazioni a cui credono invece ciecamente i sedicenti esperti del settore). Vi scriveva allora un arguto utente anonimo:
  • "Supponiamo che in italia ci siano un milione di pedofili (cioè un maschio ogni 28). Allora in media ogni pedofilo spenderebbe 11.000 euro all'anno per comprarsi sto scempio di immagini. Cioè poco meno di 1000 euro al mese. In media. Quindi o 'sti porci, hanno uno sfacello di soldi, o qualcuno ha sbagliato a far di conto".
E un altro anonimo più arrabbiato:
  • "E' una palla cosi' mostruosamente grande che fa ridere e piangere allo stesso tempo! L'opinione che mi sono fatto e' che queste associazioni guadagnino credito e fama con queste sparate, anzi magari fanno anche a gara a chi le spara piu' grosse. E magari prendono pure dei soldi, chissa' quanti".
Infine un certo "nasoblu4" che faceva notare che il valore di tutte le transazioni commerciali sul web avrebbe raggiunto nel 2003 solo la somma di 3,9 miliardi di dollari annui nel mondo. La cifra sparata da "Save the Children" era 3 volte maggiore.
Insomma il web si era già divertito a prendere in giro questo ennesimo episodio di creduloneria allarmistica degli abusologi.

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Quanto vale davvero il giro d'affari italiano del pedobusiness?
Il Governo ha istituito un Osservatorio per il contrasto della pedofilia e pornografia minorile, ma per il momento esso segnala solo che i dati finora raccolti non sono omogenei e che è stata prevista l’istituzione della Banca Dati dell’Osservatorio.

Prendiamo allora per buoni i dati del report 2007 di Telefono Arcobaleno, che parlano di un volume di affari mondiale del pedobusiness sul web per circa 13 milioni di dollari al giorno (circa 3,4 miliardi di euro ogni anno). Di questa cifra, quanto vale la fetta italiana?
Volendo azzardare una stima, basandoci sul fatto che il PIL italiano rappresenta il 2,7% di quello mondiale, il calcolo suggerisce un volume d'affari nazionale attorno ai 100 milioni di euro annui. Aspettiamo dati ufficiali o altre segnalazioni per correggere questa nostra stima approssimativa, che ci appare spannometricamente ragionevole per proporzioni (ricordandosi che la cifra di Telefono Arcobaleno si riferisce alla sola pedopornografia sul web, manca cioè il mercato diretto). Dal report di Telefono Arcobaleno, si noti anche la confortante notizia che su 12543 segnalazioni di siti pedopornografici giunte nel primo semestre 2007, solo una era relativa ad un server italiano.

Troviamo conforto alle nostre stime in un articolo su Repubblica del 6/11/2003, ove si citano altri dati provenienti da Save the Children, solo pochi mesi dopo la sparata degli 11 miliardi, cifre che risultano stavolta molto più vicine a quelli recenti di Telefono Arcobaleno:
  • "sono 250 milioni le copie di video pedo-pornografici diffuse nel mondo per un fatturato annuo che oscilla indicativamente intorno ai tre miliardi di dollari".
Perchè allora la stessa "Save the Children" non ha mai rettificato ufficialmente il precedente dato italiano, clamorosamente errato? Nei loro più recenti rapporti, ad esempio il terzo "Minori nella rete", non viene fatto più alcun riferimento al dato del volume d'affari complessivo della pedopornografia (neanche nel comunicato stampa).

La nostra stima di 100 milioni annui, sembra poter reggere anche ad un grossolano paragone con il valore del mercato complessivo della pornografia adulta legale in Italia, che equivale approssimativamente ad un miliardo di euro annui: si tratterebbe di un rapporto approssimativo di 10:1 a vantaggio del porno adulto.
Come è stato possibile che "Save the Children" abbia diffuso per la pedopornografia una cifra che sarebbe invece di ben 11 volte superiore a quella totale del porno adulto legale? Per ogni onanista tradizionale, ci sarebbero dunque ben 11 pedofili? E come è stato possibile che questa bufala arrivasse fin sul sito della Polizia dello Stato, senza incontrare un filtro di buon senso?

Per quanto insopportabilmente vasto, il mercato del pedobusiness potrebbe attestarsi dunque come volume di affari ad una cifra almeno 100 volte inferiore alla sparata di Save the Children.
E inferiore di circa 250 volte rispetto al giro d'affari del traffico di stupefacenti, il sorpasso paventato dal CISMAI non sembra imminente. Un errorino da niente?

Da statuto (art. 2), Il CISMAI dovrebbe essere "una sede permanente di carattere culturale e formativo". Non fa affatto onore a queste premesse il comportamento della presidente Luberti, che pubblica ufficialmente una bufala. Perchè la dott.ssa Luberti non si è documentata sui numeri prima di scrivere questo comunicato, affidando invece il proprio messaggio a suggestioni infondate, orecchiate magari durante qualche discussione tra abusologi allarmisti che fanno a chi la spara più grossa contro la pedofilia?
Simili sviste non possono essere casuali, esse lasciano intendere quelle che abbiamo già più volte definito come le malcelate speranze di molti abusologi: già dai termini usati nel comunicato del CISMAI, si può ben intuire che la dott.ssa Luberti di queste cifre ne sa poco, non vi è alcuna precisione numerica, piuttosto quel "stanno superando" esprime un afflato poetico di stampo futurista, di proiezione verso una prossima era eroica per il CISMAI, in cui finalmente l'abuso sessuale sarà in testa a tutti i problemi mondiali, la pandemia tanto attesa.
Dovranno aspettare.

Ugo

lunedì 29 ottobre 2007

Ruoli e rischi nell'investigazione sull'abuso

Diverse figure svolgono un ruolo nelle investigazioni sull'abuso sessuale su minori, ovvero nel meccanismo sociale per cui gli abusi vengono riconosciuti nella popolazione, scoperti, segnalati, accertati processualmente. Si va dall'epidemiologo che studia la diffusione del fenomeno nella popolazione, alla maestra o il pediatra insospettiti da segni strani, al carabiniere che interroga, al perito che deve verificare gli indizi psicofisici o raccogliere le testimonianze minorili, al magistrato che deve giudicare le prove ecc. Tutti costoro, sono impegnati in un compito difficile, anzi impossibile, poiché già sappiamo che nonostante il massimo sforzo di tutti, l'investigazione non può avere il 100% di riconoscimenti corretti. Ciò avviene perchè i segnali di abuso sono per loro natura spuri, nel grande magma del comportamento dei bambini è impossibile identificare dei segnali certamente indicatori di abuso (nemmeno le loro esplicite accuse lo sono), ma al tempo stesso dobbiamo continuare a sorvegliare ed insospettirci, per non lasciare sola ed indifesa una vittima. Per rappresentare i termini della questione, suggeriamo di rivolgersi alla Teoria della Detezione del Segnale (T.D.S.), un costrutto scientifico nato in psicofisica e molto usato anche in tutti i campi della diagnostica medica, proprio per concettualizzare le difficoltà di chi deve identificare con sicurezza un fenomeno che emerge dal rumore di fondo di tanti segnali distraenti:
  • si pensi al classico esempio del radarista militare, che di fronte ad una nuova lucetta lampeggiante sul monitor del proprio radar, deve in breve tempo decidere se si tratti di un innocuo veivolo civile, o se corrisponda invece ad un caccia nemico in arrivo e da far abbattere.
I termini del problema della detezione dei segnali di abuso, secondo la T.D.S., identificano ben quattro categorie possibili: Come si noterà, il compito dell'investigatore sull'abuso è reso estremamente difficile dal fatto che gli errori possibili sono ben due (in rosso):
  • non accorgersi di un abuso vero (abuso sommerso);
  • riconoscere per vero un abuso falso (falso abuso).
Tutti vorremmo che fosse più facile, ma purtroppo la situazione è complessa e non si può far finta di niente. Eppure, una importante impresa civile come l'investigazione sociale sugli abusi è funestata dalla presenza e dalle attività di una grande fetta di esperti che sembrano convinti (o addirittura pretendono) di poter operare ed investigare tenendo presente solo uno di questi problemi (di solito l'abuso sommerso) e trascurando del tutto l'altro problema: sono coloro che ormai vengono comunemente chiamati "abusologi a senso unico". Di esperti col vizio del senso unico sono infiltrate molte delle maggiori associazioni italiane anti-abuso, a cominciare dal Movimento per l'Infanzia e soprattutto dal quasi-monopolista CISMAI (qui un tipico esempio di comunicato a senso unico sugli abusi collettivi, da parte della presidentessa dott.ssa Roberta Luberti). Chi può garantire che costoro non mantengano lo stesso atteggiamento unidirezionale anche quando vengono chiamati a svolgere una funzione pubblica (ad es. il consulente tecnico d'ufficio per la Procura), che non ammette paraocchi e pregiudizi, neanche se intesi "a favore dei deboli"? Suggeriamo a costoro un urgente ripasso della Teoria della Detezione del Segnale (e delle magie della curva R.O.C.). Essa dimostra che i due problemi sono indissolubilmente legati da un vincolo: se scegliamo di modificare i nostri criteri di riconoscimento dell'abuso, per non rischiare che nulla rimanga "sommerso" (il radarista che fa sparare su tutti gli oggetti che volano un po' troppo veloce), è inevitabile che l'intervento ingigantisca l'altro problema collegato (troppi aerei "innocenti" vengono abbattuti). E viceversa. Anche le operazioni "culturali" o "scientifiche", che alcuni vorrebbero far passare per neutre e innocenti, producono in realtà il loro effetto:
  • si immagini che cosa farebbe il nostro radarista, se nella stanza del monitor attorno a lui ci fossero diversi strateghi militari ad urlargli nell'orecchio "il nemico sta arrivando", "il nemico ha aerei quasi invisibili al radar", "il nemico è ferocissimo ed organizzato". Probabilmente quel radarista uscirebbe a sparare lui stesso missili terra-aria anche contro i piccioni, difenderebbe se stesso e al diavolo gli aerei civili abbattuti.
E' proprio ciò che stanno facendo molti dei nostri "radar dell'abuso": genitori che si convincono già al primo dubbio, operatori sociosanitari o educativi che si eccitano per ogni indicatore comportamentale, carabinieri pronti a credere a storie assurde che si sarebbero svolte sotto il loro stesso naso, abusologi che aizzano la popolazione contro ogni sospetto, corsi di formazione per periti in cui si parla solo di "indicatori di abuso" e mai di falsi abusi, magistrati che condannano senza riscontri oggettivi. Tutti soldati dell'esercito del bene, e tra di loro tanti professionisti che, anzichè restare nei confini del proprio ruolo, scendono in strada imbracciando il forcone. E' un treno che può impazzire e prendere tanta velocità da sfondare ogni barriera civile, se tutti si preoccupano solo di pompare carbone e intanto nessuno rinforza le ganasce dei freni e controlla gli scambi. Non venite a raccontarci che la propaganda iper-allarmistica sulla pedofilia (appeal to fear) non ha le sue colpe in ciò. Teoria della Detezione del Segnale: se cerchiamo di impegnarci contro uno dei due problemi, è immancabile che l'altro si ingigantisca. Varrebbe lo stesso, se cercassimo di ridurre a zero i rischi di incarcerare un innocente per falso abuso: inevitabilmente una percentuale maggiore di bimbi abusati non troverebbe giustizia. La T.D.S. mette dunque bene in luce la questione della responsabilità della scelta del criterio: non esiste una modalità che la scienza garantisca per buona in quanto tale. A scelte più garantiste e prudenti corrispondono certi danni collaterali, mentre a scelte più allarmiste e giustizialiste ne corrispondono altri. Ciò smonta il mito che sia solo la scienza e la tecnica a determinare l'esito dell'investigazione sull'abuso: la performance discriminativa del complessivo sistema anti-abuso, non è determinata solo dalla potenzialità dei suoi strumenti conoscitivi (indicatori di abuso, tecniche di investigazione ecc.), ma anche dalla scelta del criterio (e dei suoi "danni collaterali"). L'esercito dei "buoni" purtroppo non può esistere, poiché quando essi si impegnano ad aiutare gli "innocenti" da una parte, la coperta è troppo corta e rischiano di lasciare scoperti altri innocenti. Ma allora che "buoni" sono? Essi in realtà non sono più buoni degli altri, sono solo unilateralmente schierati dalla parte dei bambini, anche di quelli che pronunciano false accuse. Fu geniale a tale proposito il commento di Debbie Nathan e Michael Snedeker (1996), che criticando Finkelhor e la Russell e i seguaci della loro "sociologia paranoide" scrissero: "i ricercatori dei tempi moderni erano pronti a svilire le donne al fine di salvare i bambini". Ma questo, molti abusologi non sembrano comprenderlo: in precedenti articoli, abbiamo citato ad esempio la stizzita risposta dell'intoccabile Maria Benigno Bruni, che si stupisce di fronte ad una interpellanza parlamentare che li accusa di eccessi propagandistici, oppure la risposta di Alberto Pellai al nostro blog, egli (nonostante l'allarmismo e la sicumera con cui vengono propagandati i suoi dati di ricerca) ci scrive che sta "dalla parte delle vere vittime e non degli indagati per errori, dei quali, comunque, non posso che dispiacermi e dolermi, ma rispetto ai quali non mi sento minimanete responsabile". I paladini del bene non portano macchia, così essi credono. Altri paladini, come Massimiliano Frassi (rieccheggiato perfino in recenti parole dell'avv. Taormina sull'informazione pro-pedofili, ma ci è appena cascato anche lo stesso Andrea Coffari), fanno ancora di peggio: confondono la civile battaglia di prevenzione contro il fenomeno del falso abuso e in difesa delle sue vittime, per una attività pro-pedofilia. Calunnia insopportabile, che allude all'idea di un esercito dei "cattivi", che esiste solo nella loro testa. In realtà, di eserciti di buoni e cattivi tra gli indagatori sull'abuso non ve ne sono affatto. Esistono scelte diverse, che comportano assunzioni di responsabilità e rischi di errore. Ed esistono ruoli diversi:
  • c'è chi come questo blog combatte una battaglia solo culturale, dichiaratamente di parte, che critica spesso e volentieri, ma non attacca coloro i quali, per ruolo o per esplicita ammissione, sono schierati lealmente sull'altro fronte (ad esempio i consulenti delle parti civili ed i loro avvocati, o quegli abusologi che dimostrano di saper fare una onesta e sacrosanta propaganda sulla necessità di svelare l'orrore dell'abuso). E' certamente lecito difendere anche uno solo tra i due principi contrapposti, a senso unico, ma solo se si parla dall'interno dei confini di un ruolo di parte;
  • altri combattono battaglie altrettanto partigiane, tuttavia pretendono di essere pubblicamente pagati e di continuare la propria missione personale anche rivestendo ruoli superiori e neutrali (il magistrato, il perito del giudice o il consulente del P.M., il clinico della sanità pubblica, l'abusologo pubblicamente finanziato). Costoro pretendono di ricevere il pubblico applauso e la parcella per ogni abuso disvelato, ma al tempo stesso di essere immuni alla critica per ogni innocente ingiustamente accusato di pedofilia.
E' per queste ragioni che, mentre gli scienziati continuano lo sforzo di raccolta di dati validi ed attendibili sull'abuso, su questi dati devono poi essere Giustizia e Politica a riprendere il proprio ruolo decisionale, e mettere esplicitamente bocca nella questione della scelta dei criteri di decisione: a quali indicatori di abuso dare credito e come. Non sarebbe affatto una invasione del campo della scienza. Si tratta ad esempio di modulare dall'esterno il sistema della scienza dell'abuso e delle perizie, per evitare eccessi e cortocircuiti. Tra i primi passi da compiere, quello di istituire un vero meccanismo di disincentivazione dell'imprudenza professionale sull'abuso. I periti e gli abusologi protagonisti delle peggiori cantonate di falso abuso nel nostro paese, hanno regolarmente intascato le parcelle e sono tutti ancora al loro posto e continuano a ricevere soldi e riconoscimento. Non ce lo possiamo più permettere, eppure la magistratura e la stampa ufficiale non indagano mai in quella direzione; anche i vertici accademici e sanitari, così come gli ordini professionali, fan finta di niente. Sanzionare l'errore è una necessità, ma non sufficiente: vi è anche una urgente richiesta di rivedere i criteri di premio economico e sociale erogato nei confronti degli abusologi. Finché tutto il guadagno delle associazioni che si occupano di abuso sessuale sarà legato solo all'attività di disvelamento dell'abuso, non potremo stupirci che esse si orientano a senso unico, abbassando le soglie di riconoscimento dell'abuso ed innalzando l'allarmismo sociale a livelli tali, che ormai bastano poche bizzarrie comportamentali infantili prodotte sotto pressione emotiva, per mandare in carcere metà del personale del loro asilo. La responsabilità ultima è di una politica miope, che (ad eccezione di encomiabili casi isolati) è corsa solo appresso alle sirene del buonismo anti-pedofilia, da spendere subito con gli elettori: la prevenzione del fenomeno dei falsi abusi è un dovere politico, oltre che un onere sociale, gravato però finora interamente a carico delle private tasche di quei pochi a cui una folle lotteria ha destinato false accuse di abuso. Finchè non verrà socialmente ed economicamente premiato il lavoro degli esperti anche nella direzione della prevenzione dei casi di falso abuso, continueremo a vedere in giro solo abusologi con una missione a senso unico, troppo spesso trincerati dietro la tronfia ed antidemocratica supponenza di coloro che credono di essere i paladini dell'esercito del bene. Ugo

venerdì 26 ottobre 2007

Interrogazioni parlamentari: On. Giovanardi

L'On. Carlo Giovanardi dell'Unione di Centro presenta alla Camera dei Deputati, nella seduta del 12-06-2007, l'interpellanza 2/00595 nei confronti del Ministero della Giustizia. Queste le premesse dell'interrogazione dell'On. Giovanardi:
  • Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
  • i media hanno dato ampio rilievo ad un convegno organizzato a Milano da una associazione denominata IAD Bambini Ancora, secondo la quale in Italia un ragazzo su sei è vittima dei pedofili, con addirittura cento abusi mai scoperti per ogni fatto accertato;
  • questo fenomeno definito nel convegno «l'epidemia del terzo millennio» avrebbe coinvolto, prendendo per buoni i dati forniti dall'associazione, un milione di bambini negli ultimi dieci anni;
  • tali incredibili dati, secondo i quali in ogni classe elementare di trenta bambini, almeno 5 sarebbero stati abusati appaiono totalmente fuori dalla realtà;
  • la diffusione di tali dati rischia di alimentare una psicosi collettiva moltiplicando i casi di segnalazioni di falsi abusi -:
E queste le sue domande:
  • se i responsabili dell'associazione siano professionisti che hanno avuto incarichi di periti da parte dell'autorità giudiziaria;
  • quale fondamento abbiano secondo il governo i dati diffusi da questa associazione;
  • quali costi vengano sostenuti ogni anno per incarichi professionali e consulenze affidati ai cosiddetti esperti della materia.
Ad oggi l'interrogazione è ancora in corso e non ha ricevuto risposta. Per aiutare il lavoro del Ministero della Giustizia e anticipare alcune risposte all'On. Giovanardi, segnaleremo alcune fonti web riguardanti i termini della questione e soprattutto potremo fornire loro qualche dettaglio su quali siano i fondamenti scientifici dei dati diffusi dall'associazione IAD. Termini della questione L'interpellanza di Giovanardi fa riferimento alla onlus anti-pedofilia IAD Bambini Ancora di Milano, che lo scorso 8/9 Giugno ha organizzato il convegno "I segni nell'abuso sessuale sui minori. Fantasia o realtà", tenutosi presso lo IULM e patrocinato dalla Presidenza della Regione Lombardia. Il programma del convegno è riportato anche su questo blog. La onlus IAD Bambini Ancora è presieduta da Maria Benigno Bruni, premio "Ambrogino d'Oro 2006", moglie del medico legale Maurizio Bruni, altro consulente ben noto a chi si occupa di casi di falso abuso e già presente nella nostra blacklist di abusologi (partecipò ad esempio ai processi della bassa modenese ed al processo contro il tassista Viola, quello che poi decretò il tramonto del pool-Forno, massacrato dalle contestazioni della PM Siciliano), anch'egli membro della onlus e relatore al convegno dello IULM (tra i relatori anche lo stesso procuratore Pietro Forno). Chi fosse interessato alle posizioni di questa onlus, può trovare ad esempio sul loro sito: La onlus IAD Bambini Ancora è federata con altre associazioni anti-pedofilia nel "Movimento per l’Infanzia", associazione nazionale "che opera in campo sociale, civile politico e culturale per contribuire alla nascita e alla costruzione di una nuova cultura a favore dell'infanzia". Si tratta di uno dei tanti movimenti che rappresentano la summa dell'abusologia d'accusa a senso unico, presieduto da Andrea Coffari. La lista delle associazioni anti-pedofilia confederate è qui, mentre i membri del direttivo sono listati qui. La storia del movimento è descritta in questo articolo, nel quale troviamo un interessante riferimento ai fondamenti scientifici della propria attività:
  • "Tutte le ricerche finalizzate a fare emergere il fenomeno sommerso della violenza a danno di fanciulli indicano una cifra che varia dal 15% al 25% quale percentuale di ragazzi che dichiarano, rispondendo ad un questionario anonimo, di essere stati oggetto di gravi violenze fisiche o sessuali, (ricerca Movimento per l’Infanzia - Sos infanzia 2005, ricerca prof. Alberto Pellai Dipartimento di Sanità Pubblica Università di Milano 2002, ricerca del prof. Jèrome Laederach dell’Università di Ginevra 1999). Significa che in Italia circa due milioni di bambini su dieci milioni, secondo le proiezioni di queste ricerche, sono stati oggetto di gravi violenze sessuali o fisiche; di questi casi solo lo 0,9% è stato oggetto di denuncia. Nell’ultima ricerca compiuta da Sos Infanzia (Movimento per l’Infanzia) l’11% dei ragazzi ha dichiarato inoltre di essere stato vittima di violenze psicologiche durante l’infanzia (si tratta di circa un milione di minori). Altre cause di sofferenze diverse, ma non per questo meno traumatiche, sono gli incidenti stradali, che rappresentano la prima causa di morte per i ragazzi dai 15 ai 29 anni, a causa sempre degli incidenti stradali, inoltre, ogni anno in Italia 15.000 bambini soffrono danni permanenti, a questi dati si devono aggiungere quelli relativi ai bambini scomparsi, quindi i bambini impiegati illecitamente nel lavoro (circa 400.000 da una ricerca della CGIL del 2001), i bambini vittime di incidenti domestici, i bambini impiegati nell’accattonaggio, utilizzati dalla malavita o che vivono sotto la soglia della povertà (circa due milioni in Italia). Le cifre sono impressionanti, lasciano senza fiato, increduli (...)"
E' vero, lasciano proprio increduli. Anche l'On. Giovanardi infatti è rimasto incredulo. Sulla homepage del movimento compare attualmente un appello del presidente a Beppe Grillo, a quanto pare finora inascoltato nonostante numerosi invii ("ti ho scritto più volte ma nella marea di e mail non sei riuscito a distinguere la mia, ma mi impegno da oggi a scriverti tutti i giorni finchè non mi darai retta"), del quale citiamo un altro estratto sui dati scientifici in mano al movimento:
  • "Studi seri a carattere scientifico (prof. Pellai, Università di Milano, prof. Laederach Università di Ginevra, ricerche portate a termine anche dal Movimento per l'infanzia, Graziano Guerra Sos Infanzia) indicano che più del 10% dei bambini subiscono violenza sessuale. Si tratta di più di 50.000 casi all'anno in Italia a fronte di SOLE 800 denunce".
Proprio in questi giorni (27.10.2007) il Movimento per l'Infanzia organizza il primo di quattro incontri a Firenze (piazza Rosadi, sala Convegni della parrocchia di Bellariva, dalle ore 15.30), sul tema dei bisogni e dei diritti negati all’infanzia (progetto "Bambini nell'Ombra"). Dalla brochure dell'iniziativa, ancora dati "scientifici":
  • "Sapevi che da seri studi scientifici portati a termine in Italia, in Europa e negli Stati Uniti più del 20% dei bambini subirebbe violenza sessuale, fisica o psicologica? Lo sapevi che in Italia solo l’1% delle violenze ai danni di bambini viene denunciato e che circa il 50% di queste denunce viene archiviato?"
Rassegna stampa L'On. Giovanardi fa riferimento al fatto che "i media hanno dato ampio rilievo ad un convegno". Vediamo dunque una breve rassegna di slogan, estratti dai comunicati che uscirono sulla stampa in occasione del convegno IAD:
  • "L’associazione IAD Bambini Ancora ha finalmente organizzato questo convegno di dimensioni europee, col patronato della Regione Lombardia, ed il patrocinio del Comune di Milano e delle province di Milano e Como. Per partire da dati concreti e con studi solidi. Perché è di questo che l’attività giudiziaria ha bisogno (...)";
  • "In Italia si stima che almeno un ragazzo su 6 sia stato vittima di abusi sessuali nell’infanzia o nell’adolescenza. Drammi spesso consumati all’interno delle mura domestiche, che portano le giovani vittime, per un sottile meccanismo psicologico di difesa, a chiudersi sempre più in se stessi, e a non rivelare motivazioni e artefici di tali violenze. E’ per questo che per ogni episodio accertato di abuso, altri 100 non vengono denunciati. Dati a dir poco sconcertanti (...)";
  • "Abbiamo deciso di spalancare le porte del nostro Ateneo a questo convegno – ha ricordato in apertura del convegno Giovanni Puglisi, rettore dell’Università IULM – e ciò nonostante, ben lo sappiamo, ci verranno riferiti dati, numeri e casistiche che mai avremmo voluto ascoltare. Gli abusi ai minori e ai bambini sono un fenomeno di una gravità immensa, ma che purtroppo, talvolta, rimane sommerso";
  • "Maria Benigno Bruni, presidente di IAD Bambini Ancora, che ha ricordato come obiettivo del Convegno sia mostrare le reali dimensioni di un fenomeno di cui forse non si parla ancora abbastanza";
  • "Secondo una ricerca condotta dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università degli Studi di Milano, su un campione di 3mila studenti delle scuole secondarie del capoluogo lombardo, il 14% ha dichiarato di avere subito abusi durante l’infanzia. «Dati a dir poco drammatici» – ha commentato il Presidente del Consiglio Comunale di Milano Manfredi Palmeri";
  • "«È l’epidemia del Terzo millennio». Lo slogan lanciato nel convegno internazionale sulla pedofilia tenuto all’Università Iulm di Milano arriva proprio nel giorno in cui scoppia la rivolta contro il «partito» che rivendica un incredibile «diritto al sesso con i minori»";
  • "Gli esperti riuniti a Milano hanno fotografato un fenomeno in crescita con dati inquietanti: almeno un ragazzo su sei è stato vittima di abusi. Ogni anno, in Italia, 41mila nuovi casi di violenza. E il dato ancora più allarmante è che il 90% si consuma in famiglia. Ecco perché la maggioranza degli abusi non viene segnalata. Si calcola, hanno spiegato i relatori del convegno, che, per ogni episodio accertato, cento non vengano denunciati".
La gran parte delle fonti giornalistiche ha fatto riferimento a questo comunicato Reuters, che così iniziava:
  • "In Italia almeno un ragazzo su 6 è stato vittima di abusi sessuali nell'infanzia o nell'adolescenza e ogni anno sono almeno 41mila i nuovi casi di violenza sui minori. Ma per ogni episodio accertato di abuso, 100 non vengono denunciati perché il 90% delle violenze si consuma fra le mura domestiche. E' quanto emerge da una ricerca condotta dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università degli Studi di Milano, secondo la quale su un campione di 3mila studenti milanesi delle scuole secondarie è emerso che il 14% è stato vittima di episodi di violenza o abuso durante l'infanzia e l'adolescenza, in maggioranza bambine e ragazze. I dati sono al centro del convegno internazionale "I segni dell'abuso sessuale sui minori, Fantasia o realtà", in programma tra oggi e domani a Milano alla Libera università di Lingue e Comunicazione Iulm, organizzato da associazione Iad Bambini Ancora Onlus in collaborazione con Milano Bella da Vivere, sotto il patronato della Presidenza della Regione Lombardia, dedicato ad un tema sempre più spesso al centro delle cronache".
Prime reazioni all'interpellanza Sul sito della onlus IAD Bambini Ancora viene inserita la seguente nota in formato Word, firmata da Maria Benigno Bruni:
  • "Segnalo l’interpellanza del Deputato Giovanardi: ci sembra un attacco gratuito e ingiustificato ad una Associazione che come la nostra si batte quotidianamente contro l’abuso sui minori e la pedofilia".
Tutto qui. Anzichè fornire chiarimenti e spiegazioni al deputato, ci si lamenta dell'attenzione e delle critiche da questi formulate. Il senso della risposta è chiaro: "siccome noi siamo quelli buoni, che si battono contro la pedofilia, è ingiustificato che qualcuno ci attacchi". Eppure l'attacco di Giovanardi non è affatto gratuito e ingiustificato, è anzi circostanziato e riferito proprio ai dati numerici forniti dalla onlus, che il deputato ritiene incredibili. Perchè la Bruni non replica semplicemente questo giudizio, se ne ha le possibilità? Forse non è in grado di referenziare e difendere quella cifra di "un bambino su sei"? Glielo sta chiedendo un parlamentare, mica un qualsiasi signor nessuno. Da una onlus che si propone di offrire un servizio pubblico e che riceve a tale scopo una gran messe di pubblici finanziamenti, ci saremmo aspettati una risposta più puntuale e meno stizzita al nostro deputato, la spocchia di certe onlus ci sembra sempre basata su una profonda mancanza di rispetto per la democrazia. La signora Bruni, in questa occasione, ha scelto di non sprecarsi a rispondere ad un parlamentare dello stesso Stato da cui riceve tanti soldi. Più veementi le reazioni che sono giunte dal blog italo-belga "SOS bambini", voce vicina al Movimento per l'Infanzia. In questo caso si passa all'ingiuria contro il deputato, ma almeno all'incredulità di Giovanardi vengono contrapposte delle cifre, provenienti da "esperti". Linkiamo gli articoli, citando solo il passaggio in cui si parla dei riferimenti epidemiologici: Per finire, citiamo nuovamente le proteste di Andrea Coffari (co-firmate da tutti i presidenti delle associazioni membro del Movimento per l'Infanzia), che come apprendiamo su questo forum sono rimaste nuovamente inascoltate, prima da Grillo, stavolta dalle segreterie politiche degli onorevoli Casini e Cesa. Estrapoliamo di nuovo solo il passaggio riguardante i dati scientifici di riferimento sull'epidemiologia dell'abuso:
  • "Diamo una risposta chiara, precisando che i dati sul fenomeno della “violenza sessuale sommersa” a danno di bambini, purtroppo lungi dall’essere “totalmente fuori dalla realtà” sono stati diffusi da alcuni relatori presenti al Convegno fra i quali il prof. Pellai, che lavora presso il dipartimento di sanità Pubblica all’Università di Milano, che ha fatto la prima ricerca in Italia e l’avv. Girolamo Andrea Coffari, che è presidente del Movimento per l’Infanzia, il quale ha condotto, insieme all’associazione Sos Infanzia e all’associazione Etica 2001, due ricerche sulla violenza sommersa. Inoltre tali dati sono contenuti nel rapporto CENSIS del 16 luglio 1998 “Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela”, che è largamente conosciuto, almeno da chi ha a cuore la tutela dei minori. Le ricerche, condotte rispettando rigorosi principi scientifici e metodologici, consistono nella somministrazione di questionari anonimi a ragazzi delle scuole superiori; i campioni analizzati sono nell’ordine delle migliaia di individui. I dati resi pubblici sono in linea con quelli ottenuti da ricerche analoghe condotte sia negli Stati Uniti che in Europa (a titolo esemplificativo: ricerca di Diane Russel Nord America 1983; Kelly, Regan e Burton, Gran Bretagna 1991; prof. Jérome Laederach, Università di Ginevra 1999; prof. Pellai, Università di Milano, 2001 e 2006; Sos Infanzia (Movimento per l’infanzia) ricerche 2005 e 2007) e riportano una percentuale che varia fra il 10% e il 15% di popolazione infantile che subisce abuso sessuale".
Le nostre risposte all'interpellanza L'On. Giovanardi si dichiara perplesso su questa frase di propaganda proveniente dall'associazione IAD Bambini Ancora: "un ragazzo su sei è vittima dei pedofili". La premessa del deputato è erronea, in quanto nei comunicati originali di IAD non si fa riferimento esplicito alla pedofilia, ma per la precisione si dice che "in Italia si stima che almeno un ragazzo su 6 sia stato vittima di abusi sessuali nell’infanzia o nell’adolescenza". Il dato mette insieme infanzia ed adolescenza e non è quindi riferibile a "pedofilia", che per definizione prevede rapporti sessuali tra un adulto ed un minore in età pre-puberale (rapporti tra adulti e adolescenti possono magari configurare violenza, ma non rientrano nella categoria della pedofilia). Questa singola precisazione non deve affatto far pensare che le obiezioni del deputato siano fuori luogo, anzi. Giovanardi ben coglie che c'è qualcosa che non va nelle cifre allarmistiche di questa propaganda. Aiutiamolo dunque a far luce sui dati di IAD Bambini Ancora. I nostri lettori, se hanno fatto ben attenzione, avranno sicuramente già individuato in cima alle liste di referenze scientifiche qui sopra citate, la presenza una nostra vecchia conoscenza: il dott. Alberto Pellai, ricercatore milanese in epidemiologia, e la sua ricerca "Non più vittime". Non a caso, il giorno 8 Giugno al convegno IAD è stato proprio il dott. Pellai a tenere la principale relazione epidemiologica sui dati dell'abuso, dal titolo "Prevalenza dell’abuso sessuale sui minori in Italia". Come confermato anche dal comunicato Reuters, i suoi dati sono stati posti al centro di questo convegno. Di Alberto Pellai e della sua ricerca ci siamo già occupati in due precedenti articoli, il cui contenuto dovrebbe interessare all'On. Giovanardi:
  • "L'uovo di Colombo del dott. Pellai", sui limiti che affliggono i dati della sua ricerca, la cui validità viene solo presunta ma mai dimostrata, e nonostante ciò presentati dall'epidemiologo come "dati di qualità", in spregio ad ogni prudenza scientifica e divulgativa. Nei commenti al nostro post troviamo anche una interessante risposta dello stesso Pellai (sempre che fosse proprio egli a scriverla), che ha in realtà aumentato ancor più i nostri dubbi sulla sua neutralità ed attendibilità scientifica;
  • "I viaggi del maestro David Finkelhor", sull'influenza culturale che Pellai ha raccolto dal celebre sociologo statunitense, vero ispiratore originario del progetto secondo cui la scienza dovrebbe tentare di dimostrare a tutti i costi che l'abuso sessuale sui minori è un fenomeno dalle dimensioni enormi e sommerso per il 99% (guarda caso, la stessa percentuale che torna e ritorna in continuazione nelle bocche dell'abusologia d'accusa). Non solo una bufala, una vera e propria piaga culturale che ammorba il pianeta già da decenni, sempre con la stessa trama che si ripete nei vari paesi, copione di cui Finkelhor è certamente uno degli autori originari, mentre Alberto Pellai e Maria Letizia Bruni non sono che gli attuali interpreti della versione italiana di questo "format" psico-socio-giuridico. Ricordiamo anche che Finkelhor venne già duramente criticato poiché nelle proprie ricerche raccoglieva per buone indiscriminatamente tutte le accuse o dichiarazioni di abuso, anche quelle false, e anche poiché restò vittima di alcune delle peggiori cantonate sugli abusi sessuali collettivi, a cominciare dal caso McMartin di cui fu uno dei protagonisti.
Rimandando alla lettura dei due precedenti articoli, riassumiamo qui solo alcuni termini tecnici della nostra critica alla validità dei dati di Pellai: la cifra di "un ragazzo su sei" fa esplicito riferimento alla percentuale di 15,4% di ragazzi che avrebbero subito almeno un episodio di abuso durante l’infanzia (8,8% dei maschi e 20,4% delle femmine), scoperta da Pellai studiando un campione di 2939 studenti di 46 scuole superiori milanesi. Come venne fatta questa scoperta, da cui deriva l'affermazione di "un ragazzo su sei"? Semplicemente dando a migliaia di studenti un questionario a scelta multipla, da compilare a casa in forma anonima. Il questionario è ancora liberamente scaricabile qui, e comprendeva 5 singole domande cruciali come questa: Il numero di risposte "Sì" fornito in risposta a queste domande è stato poi confrontato con il numero delle risposte "No", secondo la raffinatissima procedura scientifica della "media aritmetica":
frazione di "violentati" = Sì / (Sì+No)
Il risultato totale per Pellai è stato del 15,4% (poi vulgarizzato come "uno su sei") di soggetti che hanno dato almeno una risposta Sì ad una delle 5 domande chiave. Ecco i dati, suddivisi per tipologia di abuso, in ordine crescente di severità:
  • 3% dei soggetti ha risposto affermativamente alla domanda "Ricordi ancora oggi che un adulto ti abbia mostrato materiale pornografico quando eri bambino?" (età media dell'esperienza: 10,8 anni);
  • 11,3% dei soggetti ha risposto affermativamente alla domanda "Ricordi ancora oggi che ti sia capitato di essere stato/a toccato/a da persone adulte o più grandi di te in parti intime (per esempio seno, sedere, genitali) in un modo che ti ha creato disagio?" (età media dell'esperienza: 12,6 anni);
  • 2,6% dei soggetti ha risposto affermativamente alla domanda "Ricordi ancora oggi che ti sia capitato di essere stato/a costretto/a a toccare i genitali di persone adulte o più grandi di te?" (età media dell'esperienza: 11,2 anni);
  • 1,4% dei soggetti ha risposto affermativamente alla domanda "Ricordi ancora oggi che ti sia capitato di essere stato/a costretto/a a masturbare persone adulte o più grandi di te?" (età media dell'esperienza: 12,7 anni);
  • 1,6% dei soggetti ha risposto affermativamente alla domanda "Ricordi ancora oggi che ti sia capitato che qualche adulto ti abbia obbligato ad una penetrazione (anale, vaginale o orale) o ha tentato di farlo?" (età media dell'esperienza: 15 anni).
Tutto qui, cinque semplici domande in un questionario a scelta multipla. E tanta voglia da parte dei nostri epidemiologi di credere alla sincerità degli studenti milanesi, in barba a tutti i problemi sollevati da altri ricercatori più accorti: rimozioni, false memorie di abuso, mitomania o scherzi, pudore o timori a rispondere, difficoltà di definizione di cosa sia un abuso. Nessun controllo è possibile sul fatto che coloro che hanno risposto "Sì" avessero davvero subito violenze, ma neanche sul fatto che chi ha risposto "No" fosse stato risparmiato da pedofili e aggressori sessuali. E poca delicatezza verso le informazioni sensibili degli studenti milanesi, frugati in massa nel loro intimo dalle dita grossolane di un questionario impiccione. Quanti di essi avranno davvero confessato con leggerezza d'animo il proprio trauma? Quanti saranno rimasti turbati e come? E quanti dei tanti mai abusati avranno fornito risposte false, per scherzo, per protesta o per incomprensione? Non lo sapremo mai, né noi, né Pellai, né gli abusologi del Movimento per l'Infanzia. Eppure nessuno di questi dubbi trapela nelle loro dichiarazioni pubbliche, in cui sembra ormai risolto l'annoso problema della quantificazione degli abusi sommersi: con questi risultati, il dott. Pellai e la divulgazione scientifica del Movimento per l'Infanzia ritengono di potersi già presentare di fronte alla pubblica opinione e di fronte alla pubblica amministrazione. Anche volendo dar credito alla validità di questi dati, essi non segnalano mica chiaramente degli abusi propriamente detti: tra quel 15,4% di ragazzi, ben l'11,3% hanno riferito di essere stati "toccati in maniera da aver provato disagio", senza possibilità di chiarimento su questa fumosa descrizione. E non segnalano neppure pedofilia, in quanto si tratterebbe comunque di esperienze avvenute già in età adolescenziale, infatti il dato globale relativo alla domanda 47 (sulla penetrazione), essendo riferito ad esperienze avvenute mediamente all'età di 15 anni, può avere forse solo una utilità per la discussione sull'epidemiologia della violenza sessuale tra i ragazzi. Anche per le altre esperienze di abuso riferite, le età medie sebbene siano più basse, segnalano chiaramente che i ragazzi hanno parlato principalmente di fatti che hanno avuto luogo in coincidenza col periodo puberale o immediatamente prepuberale. Ecco perchè questa ricerca non ha nulla a che fare con la pedofilia, On. Giovanardi. Cialtroni in malafede coloro che pretendessero di associare il 15,4% di Pellai ad una presunta "emergenza pedofilia". Per quanto riguarda le responsabilità di questa montatura, il ministero e l'On. Giovanardi dovrebbero considerare che IAD Bambini Ancora è una associazione che sta cercando di accreditarsi ai massimi livelli, anche nella divulgazione scientifica, ne è prova l'organizzazione di un convegno così altamente patrocinato e pubblicizzato. Ciò comporta per essi un dovere di maggiore verifica autonoma dei propri contenuti tecnici, dovere a cui in questa occasione hanno mancato, responsabilità che non può essere ciecamente scaricata sulle spalle del giovane ricercatore milanese di fiducia: così come noi in poco tempo e senza sforzo abbiamo approfondito la natura e l'origine dei dati di Pellai, i coniugi Bruni (e con loro gli altri abusologi di Movimento per l'Infanzia) avrebbero dovuto mostrare maggiore cautela e maggiore buon senso nel giudicarne la significatività, prima di strombazzarli solo perchè fanno comodo alla propria causa e perchè alludono a quella "epidemia del terzo millennio" che essi vedono nella nostra penisola. Dal canto suo, il dott. Pellai stesso da tempo strombazza imprudentemente le proprie ricerche come "attualmente le più importanti e attendibili", attirando così su di sé le attenzioni interessate di certa abusologia, che lo sta portando in palmo di mano, nelle edizioni Franco Angeli come nei convegni del Movimento per l'Infanzia, palchi di cui egli approfitta in modo autopromozionale e missionario più che scientifico. Sarebbe opportuno che anche su questi cortocircuiti si concentrassero le attenzioni dei politici e dei vertici accademici milanesi. Abbiamo già riconosciuto che le ricerche di Pellai e del gruppo dell'Istituto di Igiene e Medicina Preventiva della Università Statale di Milano, hanno sicuramente una loro dignità e curiosità nella cerchia ristretta dei tecnici del settore: per quanto sempliciotto sia il metodo, esso sarà certamente stato applicato con cura e precisione dal suo staff, sudando anche sette camicie vista l'ampiezza del campione. Il suo dato grezzo può essere letto dagli esperti, che sappiano bilanciare questi dati con altre evidenze epidemiologiche, alla luce delle altre conoscenze sul fenomeno dell'abuso, ma non certo dato in pasto alla pubblica opinione su larga scala, al grido di "uno su sei!". Fa bene il nostro rappresentante parlamentare a segnalare che ciò può essere socialmente pericoloso, e dovrà trovare il modo di farlo comprendere al dott. Pellai, apparentemente ignaro del ruolo gravissimo che in tutto il mondo ha avuto l'atteggiamento imprudente degli epidemiologi come Finkelhor nella genesi di catastrofi di isteria collettiva. Il Parlamento si è dovuto scomodare per cercare di riportare un po' di prudenza e buon senso, ma finora sono giunte solo risposte stizzite e supponenti, alcune offese personali verso un deputato, sommarie indicazioni pseudo-scientifiche attraverso un blog belga, ed un assordante silenzio di Pellai. Invitiamo invece il dott. Pellai (o in subordine il suo direttore, il prof. Antonio Pagano) a voler inviare al più presto al Ministero della Giustizia ed alla segreteria dell'On. Giovanardi un reprint delle proprie pubblicazioni scientifiche riguardanti il filone di ricerca "Non più vittime", per facilitare il lavoro di pubblica verifica del proprio operato. On. Giovanardi, speriamo di aver potuto fornire un contributo utile. Adesso però ci aspettiamo qualcosa, sia da lei, sia dal Ministero della Giustizia da lei interpellato. Col nostro augurio di buon lavoro. Ugo