lunedì 1 agosto 2011

Una società di vittime

Il prof. Paul Lutus, scienziato ed informatico di pregio, ha lasciato in rete un articolo in lingua inglese che meglio di tanti altri riesce a sintetizzare qualcosa verso cui tende anche il nostro blog, ovvero la denuncia sociologica della moderna creazione della figura della "vittima di professione", ovvero chi vive solo sulle prospettive aperte dai traumi subiti da sé stessi, o da altri di cui ci si vuole fare paladini:
Un grido di allarme anche contro la medicalizzazione del vittimismo, che risuona uguale negli appelli di alcuni dei massimi esperti mondiali di Post-Traumatic Stress Disease, ad esempio Richard McNally, professore di psicologia ad Harvard, o il grande storico della psichiatria militare Ben Shephard:
  • "Will psychiatrists have the sense to realize that by medicalizing the human response to stressful situations, they have created a culture of trauma and thus undermined the general capacity to resist trauma?" (fonte-imperdibile)
Alla faccia di tutti quei traumatologi che si riempiono la bocca di resilienza, ignari (o finti tali) che proprio a quest'ultima non giovano affatto i sottotesti delle loro campagne di psico-propaganda allarmiste e consolatorie. Shephard conclude che è probabilmente troppo tardi per aggiustare le cose, adesso che il concetto di trauma è stato così massicciamente veicolato nella società civile da parte della legge e dei media, e che così tanti professionisti della salute mentale ne hanno fatto una ragione di vita e una fonte di sostentamento.

Come invito alla lettura dell'originale, riportiamo di seguito alcuni passaggi del saggio di Paul Lutus: [una traduzione in italiano da parte di un benevolo lettore sarebbe certamente gradita e pubblicata]
  • Psychology's Fashion Pendulum - Clinical psychology plays a central role in cultivating professional victims. Because clinical psychology is not a science (for reasons explained here), it has instead become a sort of opinion pendulum, swinging in step with popular fashions and beliefs. (...) But of all the factors working to change psychology's outlook, none is more important than some widespread changes in society outside the clinic doors. From a baseline attitude that individuals must accept individual responsibility for their actions, an idea that has been gradually eroding away in modern times, we are on the cusp of declaring everyone a victim of something — parents, society, genes, acts of God — and any throwbacks presuming to hold individuals responsible for their own fates and actions are accused of "blaming the victim," an inspired phrase and one perfectly in tune with modern times.
  • An Age of Victimhood - Continuing the pendulum metaphor and its present swing away from holding people accountable for their personal circumstances, the notion that everyone is a victim seems to have reached its extreme in the 1990s, a time during which a number of dubious practices were accepted, even temporarily in courts of law. One example was "recovered memory therapy," the idea that people might have memories, entirely suppressed, of terrible crimes that had been committed against them, typically when they were children. In phase one of this practice, a therapist would encourage recall of these memories, the client would recall horrible crimes, and the accused parties would go to jail. In phase two, the client would realize she (these individuals are almost always women) had been taken in, the jailed parties would be released, and the therapist would be sued by the falsely accused, sometimes also by the client. The advantages to this arrangement should be obvious — the client would be able to claim victim status twice: first by the childhood evildoers, then by the therapist. (...)
  • Successful Failures - If we lived in a time when personal accountability and responsibility were held in high regard, a time during which choosing victimhood from a list of social options would seem utterly stupid, it would suffice to say that successful people aren't victims. But those are not the times we live in, and to some people, perpetual victimhood of one kind or another actually seems an attractive option. (...)
  • Avoiding the Victim Trap - Obviously there are some people for whom a lifelong posture of victimhood is not a choice, but I think there are many for whom it is a conscious choice. For those people I suggest they consider the possibility that clinical psychology may make their condition worse, as it did in the examples listed earlier. This prospect can be made worse yet by the passivity and suggestibility that is typical of those disposed to fall into the victim trap. (...)

E la fulminante chiusura:
  • In the final analysis, professional victims like to think of themselves as pure and blameless, but when they teach victimization to others, the students really are being victimized — by their teacher. That is an optional victimization, and the most creative thing the students can do is refuse to accept the description. Think how easy it would have been for Mahatma Gandhi, or Dr. Martin Luther King, Jr. (who studied Gandhi's credo of non-violence and put it into practice), to think of themselves as victims while they were being beaten up by their ignorant opponents. Think how easy it would have been for them, or any of their followers, to strike back in a fit of self-righteous victim rage. But they didn't, and consequently they won the good fight. They won because they refused to accept that they were victims. Each of us owes Gandhi, and Doctor King, and many other like-minded thinkers, a debt of gratitude for the behavior they modeled, and the results they achieved. For the purposes of this article, I ask that you meditate on the lives of these people, and think, "They were not victims." And you are not a victim.
Voi non siete vittime.

Ugo


P.S. in tema, segnalo due recenti vicende:
  • il milione di euro di risercimenti richiesto dai genitori di nove dei bambini dell'asilo di Casarile, per risarcimento dei presunti maltrattamenti subiti dalle maestre indagate. Il grido del loro legale: «qualunque cifra dell’eventuale risarcimento non potrà ripagare la sofferenza dei genitori, che si fidavano di quelle persone»;

P.P.S. ancora in tema, a novembre l'Università Cattolica di Milano chiama a convegno alcuni nomi importanti della traumatologia e della vittimologia (mancano però Richard McNally e Ben Shephard, peccato) per la proposta "Dal disturbo post-traumatico semplice al disturbo post-traumatico complesso". I vocaboli sono importanti, e così forse potremo iniziare a chiamare vittime tante altre persone che fino a ieri magari non sapevano ancora di esserlo, riducendo la complessità della loro vicenda ad una etichetta molto semplice: "PTSD complesso".

martedì 19 luglio 2011

La strategia ostruzionistica del prof. Roberto Mazza

Il 6 maggio scorso si è tenuto a Roma il convegno "PAS: un'arma impropria contro i diritti delle donne e dei bambini". Tra gli organizzatori e relatori, molti degli abusologi del Movimento per l'infanzia, ben noti al nostro blog: Roberta Lerici, Andrea Coffari, Claudio Foti.
Il convegno è una dichiarata operazione ideologica di contrasto alla "sindrome di alienazione parentale" (PAS), una condizione di mobbing familiare entrata ormai da un ventennio nella psicologia giuridica e nella prassi giudiziaria minorile, grazie alla sua straordinaria valenza esplicativa, sebbene non senza dubbi e controversie. La "alienazione parentale" (probabilmente non in forma PAS o PAD) è candidata a comparire nella prossima edizione del manuale psichiatrico ufficiale DSM-V, in uscita nel 2013.
In molti casi sospetti di crisi e violenza familiare, la PAS (o più in generale la "alienazione genitoriale") si pone come una spiegazione alternativa a quella dell'abuso sul minore, anzi come possibile giustificazione di false denunce di abuso e maltrattamento, e non stupisce che tra molti abusologi di professione venga vista come il fumo negli occhi, soprattutto tra coloro che sono preferenzialmente orientati solo alla caccia all'abuso pedofilo.
Che questa fosse la situazione il 6 maggio a Roma, ce lo conferma chiaramente il sottotitolo del convegno: "Come l'invenzione di un ideologo della pedofilia è entrata nelle aule dei tribunali" (si allude al prof. Richard Gardner, spesso ingiustificatamente calunniato di essere un pedofilo da parte dei suoi detrattori meno onesti o preparati).


Al convegno ha partecipato in veste di relatore anche il prof. Roberto Mazza, psicoterapeuta in Sarzana e docente di psicologia sociale presso l'università di Pisa, il quale inoltre:
  • "ha svolto attività di ricerca e formazione su tematiche inerenti la relazione d'aiuto e l'intervento psico-sociale nei servizi pubblici, coordinando oltre trenta seminari di studio ed aggiornamento scientifico per gli operatori del settore."
Il dott. Mazza ha occupato quasi tutto il proprio intervento, intitolato "Il bambino tra giochi familiari e istigazione", con il racconto di un caso di presunta PAS da lui seguito ad iniziare circa nel 2005.
La sincerità candida ed orgogliosa con la quale il dott. Mazza ha riferito al pubblico romano in merito a propri comportamenti molto discutibili per deontologia e legge (a suo stesso dire "forse scorretti dal punto di vista legale"), ci offre una confessione più unica che rara di ciò che in realtà spesso accade attorno al processo penale (anche quando un padre sospettato di abusi viene scagionato dalla legge), gettando luce sulle vere modalità di intervento di alcuni operatori sociali e sul potere immenso che essi possono arrogarsi, fuori dal controllo democratico e anche contro le intenzioni dello stesso potere giudiziario che li dovrebbe guidare e sorvegliare.

Il convegno è stato trasmesso in streaming sul web, riteniamo utile pubblicare la trascrizione dell'intervento del prof. Mazza, che viene introdotto dalla moderatrice come "docente di psicologia sociale all’università di Pisa e psicoterapeuta":
  • "Intanto saluto e ringrazio, ringrazio perché è un’occasione formativa davvero questa, molte grazie. Molte grazie perché sapevo qualcosa della PAS, qualcosa sapevo, mi ero documentato, però fortunatamente professionalmente ho avuto poco a che fare con la PAS, grazie a Dio, parlo non da professore, parlo da psicologo di trincea per una ventina d'anni di esperienza insomma, servizi pubblici quindi, di cui una decina passati in servizi per l'infanzia e l'adolescenza, quindi bambini, minori, famiglie in crisi, quindi insomma un'esperienza discreta. (...) mi sono occupato molte volte di situazioni molto conflittuali, dove i bambini sono triangolati all’interno di queste situazioni conflittuali (...) per capire che cosa accade in questi giochi familiari complessi dove i bambini sono giocati contro l'altro. Ma poche volte ho avuto l'esperienza diretta di una diagnosi di questo genere.
  • Vorrei però raccontarvi a partire appunto da questa esperienza di trincea (...) alcuni anni fa un giudice mi invia un caso, di una famiglia, una coppia di genitori separati, chiedendomi di fare il possibile per riavvicinare la bambina al padre, no? Quindi una situazione in cui non c'era la diagnosi, ma per la prima volta ho visto sventagliare davanti anche qualche articolo in cui si parlava di PAS. Quindi il padre sventagliava questo articolo e il giudice mi stimolava, a me stimolava anche piuttosto con forza per far sì che io facessi riavvicinare questa bambina al padre. La bambina aveva in quel periodo 10 anni.
  • Io ero dentro un servizio pubblico come consulente, con un’equipe di psicologi, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali. Con gli assistenti sociali ho una particolare affinità, ma anche ambivalenza e anche conflitto, in quanto insegno in una scuola, un corso di laurea per assistenti sociali, quindi ho una certa pratica e quindi avrei anche alcune cose da dire talvolta sulla loro formazione sul campo, perché chiaramente quando si tratta di lavorare in situazioni così complesse, beh bisogna essere effettivamente molto attenti e pensare che l’equipe diventa uno strumento assolutamente indispensabile per lavorare in queste condizioni.
  • Fatto sta che queste colleghe, appunto, del servizio sociale mi dicono di accelerare le pratiche, perché il giudice era piuttosto arrabbiato. Quindi iniziamo la consultazione con questa famiglia e risulta che quest’uomo che è stato ovviamente denunciato per pedofilia, per aver abusato della bambina da quando aveva cinque anni a quando aveva nove anni, era stato assolto, quindi il processo era concluso. Le perizie c’erano state, quelle perizie avevano detto che l’abuso sessuale non c’era.
  • L’abilità del pedofilo come ha ricordato Foti prima, insomma lui è un grande esperto di queste faccende, il pedofilo è molto più intelligente della media di noi psicologi, assistenti sociali, soprattutto nel cercare di dissimulare. Che cosa ha fatto? Ha cercato una celebre neuropsichiatra infantile dell’Università di Pisa, l’ha sedotta, nel senso che si è presentato da lei, lei a me ha raccontato che quest’uomo... ha raccontato davvero di essere dalla parte dei bambini, ma che quest’uomo si è presentato alle sette del mattino, ha detto che avrebbe aspettato notte e giorno, sarebbe andato anche da lei tutti i giorni per dimostrare che nulla era successo, è andato dalla persona per farsi valutare, anche con pagamenti piuttosto consistenti. A volte anche perché aiuta, diciamolo, in senso che quest’uomo era andato... seppi durante il percorso che era andato dall’avvocato con cinquantamila euro in una borsa, in contanti, quindi aveva scelto anche un grande penalista.
  • E quindi mi sono occupato di questa faccenda, dovevo cercare di fare in fretta per avvicinare questa bambina a questo padre. Quindi comincio le valutazioni e comincio a sentire questa madre e comincio a sentire delle voci che creano delle risonanze per chi come me ha avuto una formazione diciamo milanese, di terapia familiare (...) quindi una risonanza nel rintracciare degli indicatori che erano forti, evidenti, di qualcosa che ci poteva essere stato. Diciamo i racconti erano dettagliatissimi, la bambina sentita poi successivamente raccontava, la bambina urlava di non voler andare col padre, quella bambina urlava nei nostri servizi. La madre e la nonna urlavano anche loro e, a testimonianza del fatto che fossero due donne sufficientemente protettive, e di conseguenza io incominciai a fare un lavoro che diciamo, forse anche scorretto dal punto di vista legale, proprio un ostruzionismo nel tentare di riavvicinare questa bambina al padre. Cercai di fare questo lavoro sostanzialmente lavorando con i genitori, quindi con entrambi i genitori separatamente, perché la signora non voleva incontrare l’ex coniuge, lavorando con loro separatamente, proponendo che la bambina fosse trattata.
  • Quindi usai questo escamotage dicendo: o la bimba è una bimba malata, quindi ha una patologia, un disturbo, inventa un qualcosa, allorché la mamma o la nonna sono patologiche, sono malate, comunque sia la bimba va trattata, va vista da qualche psicoterapeuta individuale. Se invece la bambina non è malata, cosa che pensavo probabilmente e di cui ero convinto, perché i racconti dettagliatissimi di questi abusi avvenuti tra cinque ed otto anni erano drammatici, di cui tra l’altro la mamma mi raccontava retrospettivamente di ricordare che lui saliva quella scalettina, che andava in camera tutti i giorni, con questa bimba di cinque anni, dai cinque agli otto, lei raccontava i dettagli dei rapporti orali che aveva con lui. Questo era un padre che era stato assolto dal processo.
  • (...) persuadere tutta l’equipe, l’equipe a sua volta spinta verso una direzione esplorativa diversa, che non era quella “troviamo la malattia della nonna, troviamo la malattia del bambino”, ma un po’ tesi diciamo a esplorare attraverso l’esame testologico, psicodiagnostico, quindi a fare una valutazione più attenta, più prudente della bambina, scoprirono anche loro, sentirono raccontare dal bambino dettagli.
  • Ecco, non ci fu la possibilità di riaprire... qui non ci fu la consulenza di un legale, un esperto, perché non ci fu la possibilità di riaprire il processo penale. Il penalista della signora, che era un penalista molto in gamba anche lui, uno di zona, molto bravo, ovviamente parlai in quell’occasione anche con gli avvocati, perché in un caso quest’avvocato mi diceva che non si poteva riaprire il processo. Il giudice, sentito dagli assistenti sociali, diceva che non se ne parlava neppure di riaprire un processo, mentre l’avvocato del padre arrivò a minacciarmi, a minacciare me e gli assistenti sociali, tutta l’equipe, ovviamente per rivalsa su di noi, denunciarci, eccetera.
  • Quindi, si fece un lavoro, proprio io l’ho chiamato ostruzionistico, perché non potevamo certo muoverci diversamente. Però rallentando, facendo trattare la bimba, passavano gli anni e intanto questo padre, spaventato dai racconti della bimba che in qualche modo venivano filtrati dai terapeuti, lui si allontanò piano piano fino a abbandonare la scena.
  • E quindi, adesso che è una bimba di sedici anni, ovviamente è stata una grande fatica della mia vita, questa famiglia mi è molto riconoscente e così le colleghe assistenti sociali, che sono state sempre pronte all’ascolto, alla comprensione eccetera, abbiamo accompagnato questa bimba fino ai sedici anni. Lei oggi è pronta ad andare dal giudice, vorrebbe andare dal giudice, vorrebbe ora proprio in questi giorni andare a raccontare la sua storia dal giudice (...) si vedrà, insomma è grande (...) incominciare a parlare e raccontare.
  • Ecco questo per dire è uno spaccato, visto dall’altra parte, di che cosa può accadere. Immagino (...) cosa accadesse se avessimo offerto la possibilità a questa bimba, coattivamente, attraverso la minaccia, di andare a incontrarlo. Grazie a Dio...
  • Ecco, devo dire che insieme a questi casi ne ho altrettanti purtroppo finiti molto male, che non ho seguito direttamente, che ho visto a volte nei gruppi di supervisione dove, a fronte di padri a sua volta prosciolti, c’è stato il riavvicinamento (...) con l’abusante. Quindi, in situazioni drammatiche in cui le mamme, forse meno protettive, forse dubbiose anche in taluni casi dubbiosi sul fatto che fosse successo qualcosa, hanno facilitato questo incontro diciamo con... col persecutore. Ecco, questo è il mio punto di vista, la mia riflessione su questa faccenda". (...)

Padri accusati, state attenti: la Giustizia dello Stato un giorno potrebbe anche assolvervi da ogni imputazione, ma per poter rivedere i vostri figli vi aspetta ancora una perizia ed nuovo processo, stavolta senza avvocati e diritti di difesa: rigiudica tutto il prof. Roberto Mazza, con la sua equipe di assistenti sociali "protettive".

Ugo


Vedi anche simile: "Eroine dell'abusologia, la dottoressa Palizzi"

domenica 17 luglio 2011

A Brescia, Frassi non accetta

Il 30 giugno 2011 è stato nuovamente assolto in appello il bidello della scuola materna "Abba" di Brescia. Forse il capitolo finale di una maxi-bufala delle trame della presunta pedofilia organizzata negli asili bresciani. Anche l'ultimo capro espiatorio rimasto sotto la gogna della procura bresciana, dopo un decennio di vessazioni umane e giudiziarie, sembra finalmente salvo dalla grande caccia alle streghe che nella città lombarda venne scatenata da psicologi, criminologi, periti medici e magistrati inadatti a questo tipo di indagini.
Un ennesimo durissimo colpo alla credibilità dell'associazione anti-pedofilia Prometeo onlus, il cui presidente Massimiliano Frassi aveva pettinato per anni le ipotesi accusatorie, cercando di cavalcare l'onda autopromozionale e alimentando forme di dibattito e propaganda indegne per un paese civile. Le sue scuse non giungeranno neanche stavolta, anzi.
Sembra tuttavia in vista un cambiamento di rotta nel modo in cui Frassi adesso racconta il proprio ruolo nella vicenda bresciana.

Solo un mese prima, il 25 maggio 2011 sull'emittente VideoBergamo era andata in onda l'intervista della giornalista Cristina Spinelli a Massimiliano Frassi, per la rubrica "Persone&Personaggi".
Poche le sorprese dall'intervista, con Frassi che ripete ormai un copione autocelebrativo sempre uguale, di fronte a giornalisti amici che gli pongono solo domande addomesticate.
Abbiamo riascoltato così per l'ennesima volta la sciocchezza per cui:
  • "un dato che è diventato oggi anche un dato nazionale, per cui non solo locale, è che l'età media dei bimbi abusati spazia da 0 a 4 anni. Quindi un'età drammaticamente piccola, all'abusante o al predatore come lo chiamo io, servono oggi bambini sempre più piccoli poiché possono essere meno credibili in un'alula di tribunale".
Un vero must per ogni intervista rilasciata dal Frassi, sempre uguale da quasi un decennio e sempre presentata come scoperta, nonostante sia insensata in termini statistici, nonché del tutto falsa, in quanto basata ancora sulla credulità di Frassi degli abusi sui piccoli degli asili di Brescia e Bergamo, i falsi casi multipli che capitarono sotto il naso della nascente associazione Prometeo e sui quali egli fondò le sue convinzioni e le pseudo-statistiche spannometriche che ancora ci propina. Così come falsa è la successiva sparata disinformativa:
  • "il mondo scientifico mondiale ritiene invece un bimbo piccolino ancora più credibile".
Basterebbe questo inizio per capire che tipo di esperto autoproclamato, ideologizzato ed impreparato è il Frassi. Approfittando invece del giornalismo sdraiato della Spinelli, Frassi ha sciorinato ancora una volta dati immaginifici sulle proprie attività:
  • [parlando del coordinamento vittime della pedofilia che Frassi ha organizzato dal 2009] "hanno aderito già più di 1500 casi da tutta Italia, mentre solo sulla bergamasca, solo lo scorso anno al 21 dicembre, eran circa 330-340 i casi seguiti. Sembrano dei numeri elevatissimi (...)".
Ringraziando per il gancio offerto dalla giornalista contro presunte operazioni di "boicottaggio" ai danni di Prometeo onlus (ma se Spinelli ne aveva sentito parlare, non poteva allora prepararsi una domanda seria in merito?), il Frassi si è concesso anche qualche ingiuria contro chi osa criticarlo direttamente, ad es. i blog come il nostro:
  • "soggetti che nella mia personale scala evolutiva non stanno neanche in zona scimpanzé (...) persone molto disturbate che in internet creano siti contro di noi mettendo le cose più folli".

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Da questa intervista deja-vu, salviamo però a futura memoria il parere di Frassi sui casi di presunta pedofilia che sarebbero avvenuti nelle scuole materne. Stimolato da una domanda sul caso di Rignano Flaminio, il presidente di Prometeo si sposta infatti molto velocemente a discutere delle vicende degli asili di Brescia, in cui Prometeo onlus si ritagliò un ruolo e buona parte della propria cattiva fama, ad es. il caso Sorelli, tutti assolti, maxi-risarcimenti agli innocenti accusati e sentenze che dimostrano l'assenza di abusi sessuali e invece l'azione suggestiva e dannosa di troppe persone sui bimbi e sulle loro dichiarazioni. Sentiamo Frassi:
  • "bimbi molto piccoli e bimbi sottoposti a dei riti allucinanti. Casi come Brescia dove sono stati tutti assolti in un filone, in un altro il percorso è ancora aperto e quindi, come dire, accettiamo questo fatto, ma non accettiamo... io non lo accetterò mai che si dica che quei bambini non hanno subito abusi. Ma non perché voglio che quei bambini abbiano subito abusi, magari così non fosse, ma sono bimbi che anche ad anni di distanza hanno una sintomatologia che li fa stare molto molto male, bimbi che hanno addirittura un blocco dello sviluppo della crescita, bimbi che stanno malissimo e che hanno paure... dove non accetto che mi si dica che dei genitori li hanno contagiati e non accetto che si dica che siamo arrivati noi matti a farci pubblicità, non ho ancora capito sinceramente come, visti i problemi che abbiamo avuto appoggiando e dando voce a quei bambini. Sono due processi a cui noi siamo arrivati dopo rispetto ad altri dove la denuncia parte da noi, noi siamo arrivati a giochi fatti, anche a volte vedendo gli errori fatti in sede processuale, in sede soprattutto scusate pre-processuale di indagine. Ribadisco sull'idea che mi sono fatto e l'idea che mi sono fatto io ma si son fatti tanti, perché la mia idea non vale nulla ma quella di tanti specialisti sì, è che quei bambini siano stati vittime di abusi. Spero che su Rignano, rispetto a quello che è accaduto a Brescia, qualcuno mi dica anche da parte di chi".
Nessuna sorpresa per chi Frassi già lo conosca, è palese che egli tenga le famiglie false vittime di pedofilia scolastica ancora imprigionate nella sua retorica dell'abuso sessuale, in barba alle sentenze. E gli effetti deleteri si vedono, ha ragione Frassi a dire che un abuso su quei bimbi ci deve essere stato per farli soffrire così, ancora oggi, peccato egli non voglia ammettere che non si trattasse affatto della sessualizzazione pedofila immaginata, bensì dell'altrettanto dannosa vittimizzazione giudiziaria, della quale Frassi e Prometeo onlus non possono certo dirsi estranee.
Eppure, coda-di-paglia adesso sembra volersi smarcare da ogni responsabilità, forse nel timore che prima o poi vi possa essere una indagine seria su come andarono le cose, ed allora Frassi getta fumo raccontando una bugia grossa come una casa, ovvero che "siamo arrivati a giochi fatti", minimizzando il coinvolgimento della propria associazione e delle psicologhe di fiducia di Prometeo nell'indagine e nel clima bresciano di caccia alle streghe.
In verità, solo posteriormente all'arrivo di Prometeo (e guarda caso, dopo il passaggio italiano del "maestro" Ray Wyre) si è affermata nell'indagine la coloritura "rituale-satanista" nelle accuse iniziali del caso "Sorelli", nonché si è avuta l'estensione delle accuse e delle incarcerazioni anche ad altri soggetti innocenti. Tra questi ad es. il martirio giudiziario di Don Stefano B., lo stesso prete che, un paio di settimane dopo essere stato assolto per la prima volta, ancora veniva calunniato dal Frassi in sedi importanti, attribuendogli per vere delle porcherie mai commesse, frutto solo delle fantasie che si erano diffuse tra chi interrogava suggestivamente i bambini o pettinava i loro genitori alla ricerca dell'orrore a tutti i costi, da riversare in seguito nel blog e nei libri allarmisti sulla "pedofilia di massa".

E pensare che invece un tempo Frassi si vantava dell'efficacia della propria azione dietro alle famiglie accusanti e a fianco delle procure:
  • "Prometeo", che collabora stabilmente con le Procure di Milano, Bergamo e Brescia, si è dotata di un centro d’ascolto che offre consulenza, accompagnamento del minore abusato, preparazione del bambino al colloquio e alle udienze in tribunale".
Adesso invece Frassi fischiettando tenta di far credere di aver solamente assistito a quelle vicende.
Perché Massimiliano Frassi e Cristina Spinelli non vanno a raccontarglielo in faccia a Don Stefano, che la Prometeo onlus sarebbe arrivata a Brescia solo a giochi fatti?

Ugo

lunedì 17 gennaio 2011

Palloncini scoppiati



A settembre lo scrittore Massimiliano Frassi aveva lanciato l'allarme:

  • L’ultima tendenza in fatto di turismo sessuale è andare in alcuni Paesi dell’Est, pagare una donna che sta per partorire e poi abusare del neonato”.
Lo stesso Frassi ha recentemente invitato in Italia un investigatore di Scotland Yard, Nicholas Duffield, amico e iscritto anche al comitato scientifico di Prometeo onlus. Sulla base di questo scambio di visite, Frassi non perde occasione in questi giorni di sbandierare l'esclusività della propria collaborazione con Scotland Yard.
I due sono stati intervistati assieme anche a Mattino 5 e Frassi linka con orgoglio il video sul proprio canale Youtube: l'intervista ci dà modo di apprezzare la differenza tra lo stile comunicativo misurato dei professionisti britannici, ad esempio la criminologa Elena Martellozzo (9:37) rifiuta di rispondere a domande pelose su casi come quelli della scomparsa di Yara ("mah, non sono in grado di commentare, perchè sarebbe una speculazione"), ovvero su quei medesimi argomenti e in quella stessa trash-TV su cui di solito sgomitano invece i tuttologi del crimine come Frassi.
Nonostante il prestigio del ruolo che rivestono, dubitiamo che in futuro la redazione vorrà ancora annoiare il pubblico delle tricoteuse di Canale 5 coi troppo seriosi amici british di Frassi. Si nota infatti che Del Debbio li interrompe più volte, sforzandosi di aumentare il pathos dell'intervista con rilanci sempre più morbosi. Ad es. (10:40):
  • INTERVISTATORE: "Ma (...) è vero questo caso incredibile di qualcuno che prenota una donna incinta, per poter poi stuprare il bambino o la bambina appena concepiti... appena nati?"
  • NICHOLAS DUFFIELD: "Non ho un caso specifico da raccontarle".
Siamo dunque grati per l'invito degli investigatori di Scotland Yard a Mattino 5, che ci hanno offerto anche una smentita all'ultima invenzione allarmistica di Frassi.

Ugo

sabato 15 gennaio 2011

Il dott. Foti e la Carta di Noto

Nel 2001 il dott. Claudio Foti, presidente del Centro Hansel & Gretel di Moncalieri, fu invitato al Consiglio Superiore della Magistratura per tenere un intervento al corso di formazione “Giudice penale e giudice minorile di fronte all’abuso sessuale” (C.S.M. Roma, 17-19 settembre 2001). Il testo dell'intervento del dott. Foti è consultabile sul sito della sua associazione.

Merita una segnalazione l'attacco di Foti contro "una certa psicologia forense", i cui destinatari non vengono però citati, come doveroso nelle sedi tecnico-scientifiche, ma solo allusi attraverso riferimenti alla Carta di Noto e ad una presunta ideologia filocriminale:
  • "Una certa Psicologia Forense (pensiamo per es. alla “Carta di Noto”), con il pretesto di contrastare gli interventi suggestivi sul bambino, sembra in realtà interessata a suggestionare lo psicologo valutatore nel senso di colpevolizzare con un’ideologia tecnicistica qualsiasi suo atteggiamento teso a favorire un clima relazionale e comunicativo che consenta al bambino di raccontare la propria verità, rinforzando così le difese e le difficoltà del bambino alla narrazione della propria esperienza – difese e difficoltà comunque già presenti in lui, sia provenendo da una situazione di menzogna, di confusione, di fraintendimento o di induzione, sia, a maggior ragione, provenendo da una situazione di abuso realmente sperimentato. L’ideologia della Psicologia Forense rinvia in ultima analisi all’interesse sociale che la determina: l’interesse dell’imputato a garantirsi l’impunità. La sua pretesa più radicale è quella di tentare di dimostrare che qualsiasi atteggiamento di coloro che hanno raccolto le rivelazioni della presunta vittima ha in qualche modo potuto sporcare la spontaneità e l’autenticità di quelle rivelazioni, le quali pertanto risulterebbero contaminate e pertanto non attendibili".
Ancora dal sito dell'associazione Hansel & Gretel, consultiamo l'abstract di un recente intervento del dott. Foti al corso di formazione per magistrati "La gestione dei dati scientifici nei processi in materia di abuso su minori" (CSM, Roma, 3 dicembre 2008):
  • "Chi sono i protagonisti del conflitto culturale sul tema della validazione del presunto abuso? Da un lato psicologi ed operatori che, puntando sull’ascolto clinico, possono entrare in contatto con vittime sempre meno disponibili a subire il segreto, l’imbroglio, il senso di colpa associati all’abuso, vittime che sono in grado di aprirsi nella misura in cui si sviluppano nuove possibilità relazionali ed istituzionali di ascolto partecipe (Gordon,1994) e di rispetto del codice dei sentimenti (Goleman, 1995); dall’altro lato avvocati e psicologi, specializzati nella difesa di indagati e di imputati di reati sessuali sui minori, tendono a sviluppare tesi funzionali alla difesa dei loro assistiti, cercando di dimostrare essenzialmente che comunque non esistono procedure psicologiche o giudiziarie per accertare con sufficiente certezza un abuso eventualmente sussistente.
  • (…) La committenza di quest’ultima scuola di pensiero è data da un nuovo soggetto comparso sulla scena sociale negli ultimi due decenni del secolo scorso con l’aumento vertiginoso deiprocedimenti penali per abuso e pedofilia: gli imputati di reati sessuali ai danni di minori, con uno specifico interesse alla propria autodifesa e con una forte capacità di negoziazione sociale e giuridica, sono diventati, direttamente o indirettamente, un importante committente di difese e perizie legali, di pressioni giornalistiche, di ricerche sperimentali (Pope, Brown, 1996). La committenza dei clinici spinge comunque a tenere la mente aperta a diversi ipotesi piuttosto che una sola. Il committente bambino chiede in ogni caso di essere ascoltato: quando ha subito una vittimizzazione sessuale, che tende spesso ad essere minimizzata o negata dal suo ambiente, ma anche quando ha espresso una rivelazione riconducibile a ad un’induzione strumentale e patologica di un adulto oppure ad un fraintendimento ansioso oppure ancora ad un grave disagio che l’ha spinto a mentire. La committenza dell’indagato e dell’imputato è maggiormente rigida. Essa non chiede: “Voglio essere compreso”, bensì - inevitabilmente – “Voglio essere scagionato!”. (...)
Sebbene sia sempre encomiabile lo sforzo del dott. Foti nel ricordare i pericoli del tecnicismo e dell'ascolto privo di empatia (non gli rivolgeremo contro la medesima accusa di pretestuosità), diventano incondivisibili e semplicemente aberranti le dichiarazioni verso cui scivola pur di criticare le difese degli imputati, il mondo dell'accademia della psicologia forense e la Carta di Noto (il cui contenuto non interpreta correttamente e conseguentemente critica in modo illogico).
Le generalizzazioni di Foti non lasciano spazio ad alcun consulente difensivo di sottrarsi alle sue offese deontologiche. Verrebbe voglia di chiedere al dott. Foti se ha mai riflettuto sui motivi per cui nelle moderne democrazie venga concesso agli imputati il diritto di difendersi in autonomia ed a testa alta di fronte ad un giudice terzo: perchè non dare la giustizia in mano alle sole procure, visto che sono animate da consulenti così autosufficienti, empatici e spinti dai PM solo a tenere la "mente aperta"?
Il tentativo di dimostrare l'altrui pregiudizialità, si trasforma in una involontaria dimostrazione della propria.

Ma non è questo il punto della nostra contestazione.
Siamo invece colpiti soprattutto dall'idea che ad ascoltare certe dichiarazioni, vi fosse in quelle occasioni un auditorio fatto di magistrati, pubblici ufficiali chiamati a consumare parte del proprio impegno retribuito per ricevere formazione tramite quei seminari:
  • a che livello dev'essere scesa la dignità garantista della nostra magistratura, se davvero nessuno dei presenti ha protestato per l'argomentazione allusiva e diffamatoria o chiesto rettifiche immediate?
  • e quanto tempo dovremo aspettare ancora, prima che una qualsiasi autorità giudiziaria chieda al dott. Claudio Foti di non far perdere tempo al CSM con teorie complottiste e di interrompere l'insulto alla deontologia dei colleghi che incontra nelle aule?
Ugo