lunedì 23 novembre 2009

Bambini rapiti e reazioni piccate

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare molto di una questione che si incrocia spesso con le vicende di falso abuso, quella dei bambini cosiddetti "rapiti" dalla giustizia minorile, ovvero allontanati dalle loro famiglie con metodi poco democratici e fuori controllo. Merito de:
  • la trasmissione di RaiUno "La vita in diretta" del 27/10/09, ospiti in studio i genitori dei fratellini di Basiglio con l'avv. Martinez ed il consulente psicologo, prof. Marco Casonato (qui e qui due spezzoni, la qualità della registrazione è purtroppo povera);

In entrambe queste occasioni sono stati forniti dati allarmanti sulla situazione della giustizia minorile:
  • "In Italia sono più di 32 mila i bambini che vengono chiusi nelle comunità o dati in affido a un’altra famiglia. Spesso per cause non del tutto giustificate. Così si moltiplicano le critiche contro assistenti sociali, psicologi e magistrati. Accusati di eccessivo interventismo e di perizie frettolose. Ma soprattutto di alimentare un vero business. Che per alcuni vale più di 1 miliardo";
ed in entrambe le occasioni è stato portato come esempio emblematico il recente assurdo caso dei due fratellini di Basiglio, allontanati dalla propria famiglia per un disegno osé che non avevano neanche fatto e poi sottoposti dai tutori affidatari a pressanti ricatti psicologici per fargli confessare abusi mai subiti. Tutto in nome della giustizia e della bontà, ovvio.

Nulla di nuovo, sia ben chiaro, di queste cose se ne parla da oltre un decennio e gli unici a non essersi ancora accorti che esiste un problema serio, sembrano essere proprio i magistrati minorili. Vediamo alcuni dei dati pubblicati da Panorama:
  • (pag. 48) "Il destino che, dicono gli ultimi dati ufficiali, oggi travolge più di 32 mila minorenni. Il più delle volte allontanati dalle famiglie per motivi giustificati, come gli abusi sessuali, i maltrattamenti o l’indigenza. Altre per ragioni fumose e impalpabili. Negli ultimi dieci anni il loro numero è aumentato del 29,3 per cento. Più della metà finisce in affidamento temporaneo ad altre famiglie. Il resto in quelli che prima erano chiamati istituti, ma dal 2001 sono stati più formalmente ribattezzati servizi residenziali: oltre un migliaio di comunità che ospitano 15.624 ragazzini. Un numero enorme, che costa allo Stato mezzo miliardo di euro all’anno solo in rette giornaliere. Ma la cifra, calcolano vari esperti di giustizia minorile, andrebbe più che raddoppiata".

A fornire dati stavolta è anche lo stesso l'avv. Martinez, che dal caso di Basiglio ha intrapreso una campagna che lo ha portato ad essere presidente dell'associazione "Cresco a casa":
  • (pag. 50-51) "Martinez si infervora, è seduto in una saletta del suo studio di Milano: divani di pelle e boiserie alle pareti. «Questi sono veri sequestri di Stato» prosegue concitato. E attacca:«Ogni giorno vengono portati via 80 bambini. Li chiudono in un centro protetto per anni, e costano allo Stato in media 200 euro al giorno». Una cifra che farebbe lievitare considerevolmente la spesa ufficiale per l’accoglienza, stimata in mezzo miliardo di euro. Basta fare due calcoli: 200 euro al giorno fanno un totale di 73 mila euro all’anno per ogni minorenne. Che moltiplicati per i 15.624 ospiti dei centri significa oltre 1,1 miliardi di euro: più del doppio di quanto riveli la cifra in mano ai ministeri, probabilmente troppo prudente. Chi finisce in queste comunità? Mancando dati nazionali, si può fare riferimento a quelli della Lombardia: per il 34 per cento sono ragazzi dai 15 ai 17 anni; il 28,1 per cento ha dagli 11 ai 14 anni; il 19,4 dai 6 ai 10 anni. Le percentuali sono simili in Veneto, dove i minori fuori famiglia sono quasi 1.700. L’età media è quindi piuttosto alta. Anche perché la permanenza in queste strutture è lunga: a Milano il 53 per cento ci resta più di due anni. Questo significa che centinaia di migliaia di euro vengono spesi per ogni ragazzino. Ciò che accade alla fine di questi allontanamenti forzati è sorprendente: in Piemonte, per esempio, quasi la metà torna a casa. C’è un altro dato che inquieta: quasi il 77 per cento dei minori viene allontanato per «metodi educativi non idonei» e per l’«impossibilità di seguire i figli». «Motivi soggettivi, nonreali come i maltrattamenti o l’abbandono» denuncia Gian Luca Vignale, consigliere regionale del Pdl. Il Piemonte, chiarisce, spende 35 milioni di euro all’anno per mantenere 1.179 minorenni nelle comunità. «Mentre solo un terzo di questi soldi viene stanziato per sostegni alle famiglie» considera Vignale".
Non siamo in grado di confermare o confutare queste cifre, certo è che le contestazioni appaiono documentate e basate su dati e riflessioni che meriterebbero almeno considerazione.

- - -

La risposta dell'esercito del bene non si è fatta attendere.
Dal proprio sito, la Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF) ha emanato il 22/11/09 un comunicato stampa a firma della presidente, Laura Laera, intitolato "Giustizia e minori: sequestro di corretta informazione":
  • (...) "denunciano la totale disinformazione che scaturisce dall'articolo del settimanale, che riferisce dati assolutamente non corretti rispetto al numero di bambini che vivono fuori dalla famiglia, senza chiarire che tra i minori presenti in comunità educative (perloppiù adolescenti, tra i quali minori stranieri non accompagnati) e quelli in affidamento familiare (bambini più piccoli, spesso affidati a parenti), molti casi nascono da interventi socio-assistenziali, effettuati su consenso dei genitori. I casi giudiziari costituiscono non più del 40% dei collocamenti".
Segue denuncia di rito del complotto per la delegittimazione della giustizia minorile, solita scappatoia un po' paranoide per non dover mai affrontare i propri errori.
Ciò che spiace maggiormente è che ad un articolo di critica di uno dei maggiori newsmagazine italiani, comunque serio e documentato, la presidenza dell'AIMMF non abbia trovato di meglio che rispondere con una piccata rivendicazione di buone intenzioni, ma senza mai entrare nel merito delle tante e documentate contestazioni, soprattutto senza pubblicare alcun dato.
Può anche darsi che l'informazione di Panorama fosse scorretta, ma quella proveniente dell'AIMMF qui è stata inesistente.
Voglia graziosamente la presidente dell'AIMMF far pubblicare dati diversi e più validi di quelli di Panorama, se ne ha, e apra le porte dell'AIMMF ad un franco dibattito. Il resto è solo fumo (e si sa che ai bambini non fa bene).

Per fortuna, non tutti i magistrati minorili sono così riottosi al cambiamento e legati alla sicumera della bontà della giustizia minorile:
  • (pag. 53-54) "Per indagare su questa presunta indolenza bisogna entrare nel tribunale dei minorenni di Roma, il più grande d’Italia. Da aprile è presieduto da un magistrato d’esperienza: Melita Cavallo. Nei corridoi del palazzo sul lungotevere che ospita gli uffici si narra del suo interventismo. Appena insediata, Cavallo scopre che un collega ha 1.600 fascicoli arretrati: se ne intesta la metà e «consiglia» al collega il pensionamento. «La permanenza nelle casefamiglia è eccessivamente lunga» dice la presidente. «Un tempo ragionevole è un anno, non cinque, come avviene adesso. Noi magistrati stiamo diventando i notai dello sfacelo dei minori: solo quando sono stati distrutti psicologicamente li diamo in adozione». Cavallo insiste, parla di «assistenzialismo spinto»: «Si spendono un sacco di soldi» continua. «Faccio un esempio: tre fratelli rimasti in comunità cinque anni sono costati 800 mila euro. Non era meglio, allora, dare un alloggio o un lavoro al padre? Avremmo salvato una famiglia. Invece abbiamo negato l’infanzia ai figli. E oggi i genitori sono più divisi di prima». Anche le verifiche preliminari spesso sono deficitarie, ammette il magistrato: «Alla prima decisione si arriva con pochi elementi in mano. C’è quasi un rifiuto ad averne altri. Perché i giudici ormai sono molto condizionati e sempre più prudenti»".
- - -

Simile nei toni la reazione del CISMAI, nella figura del presidente Andrea Bollini, il quale ha rilasciato una intervista al settimanale Vita no profit, che si apre con un incipit agghiacciante:
  • «Ma quale sequestro di Stato, il problema semmai è che il legame di sangue in Italia è ancora un mito, difficile da recidere».
Il dott. Bollini si lagna che sia difficile recidere i legami di sangue? Da quale gulag arrivano certe idee anti-biologiche? Sarà mica questa la vera mission del CISMAI?
Per fortuna che nel resto dell'intervista il presidente Bollini recupera toni più ragionevoli; prevale tuttavia il solito benaltrismo, per il quale gli unici problemi minorili di cui bisogna parlare sono quelli autorizzati dal CISMAI:
  • «Storture nel sistema di protezione dei bambini maltrattati ci sono, ma sono di tutt'altro genere, come il fatto che un bambino abusato debba ripetere in ogni grado di giudizio la sua testimonianza: questa sì è violenza istituzionale».
Insomma anche stavolta nel CISMAI non si sentirà alcun bisogno di autocritica e revisione delle procedure di accertamento e prevenzione degli abusi.
Nemmeno il dott. Bollini approfitta dell'occasione per fornire dati, limitandosi ad invalidare d'autorità quelli altrui:
  • "Dal suo osservatorio Bollini non crede al dato citato su Panorama da GianLuca Vignale (...)";
scopriamo anzi che:
  • "E comunque ai dati Bollini in questa materia non crede per principio, poiché non esiste in Italia un sistema di monitoraggio sull'abuso e il maltrattamento dei minori. «È una vergogna, questo monitoraggio era previsto dal Piano infanzia, c'è stata una piccolissima sperimentazione con il Centro di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza, ma poi tutto è svanito. Non si possono fare politiche serie di contrasto, prevenzione e presa in carico dei bambini maltrattati senza un quadro serio di conoscenza del fenomeno»".
Impeccabile. Insomma, alla fine nemmeno il presidente CISMAI crede alle attuali politiche di contrasto al maltrattamento minorile nel nostro paese. Auto-delegittimazione?

Al dott. Bollini ricordiamo allora lo stesso documento di consenso del CISMAI, che così mette in guardia gli operatori minorili (commi 4.2.b e 4.1.b):
  • "il rischio di trovarsi di fronte a falsi positivi deve essere sempre preso in considerazione da chi si occupa di questa materia; ritenere vero un sospetto infondato espone il bambino, i suoi familiari e chi è falsamente accusato a gravi conseguenze dannose".
Ma allora perchè quando qualcuno denuncia simili problemi, c'è sempre un qualche membro del CISMAI che salta in piedi a cercare di zittirlo, vagheggiando rischi di delegittimazione dell'intero sistema giudiziario?
Spiegateci allora come si può fare a parlare di falsi abusi e bambini ingiustamente allontanati, senza mai criticare magistrati e operatori sociali che sbagliano.

Il presidente Bollini e la presidente Laera non sembrano aver compreso l'obiettivo delle critiche che da tempo piovono addosso alle loro associazioni: non si vuole mica delegittimare l'intero sistema di tutela minorile, niente affatto. Si tratta invece di critiche specifiche e circostanziate ad alcuni operatori socio-psico-giuridici, sempre gli stessi, per frequenti e grossolani errori, sempre gli stessi, compiuti a danno di adulti e bambini. Responsabilità individuali.
Nessuno ce l'ha col sistema giudiziario, tranquilli, quello funziona benissimo quando viene affidato a professionisti obiettivi ed onesti. Ce l'abbiamo invece proprio con alcuni membri, forse troppi, del CISMAI e dell'AIMMF. E col corporativismo di chi continua a difendere od occultare anche le mele marce ed i fanatismi a senso unico. Contenti adesso?

- - -

La puntata de "La vita in diretta" del 27/10/09 è finita anche sotto analisi da parte del sito "Osservatorio Psicologia nei Media", solitamente ben documentato, che si occupa di sbufalare le tante sciocchezze pseudopsicologiche che si sentono nei media.
Su segnalazione di un lettore, la trasmissione TV è stata sottoposta all'occhio critico dell'esperto del sito, rappresentato in questo caso dal dott. Dante Ghezzi (Centro TIAMA Tutela Infanzia Adolescenza Maltrattata), il quale facendo leva sulla propria superiorità morale e professionale ha così fatto a pezzi il lavoro della redazione, dell'avv. Martinez e del collega psicologo, dott. Casonato:
  • "Da anni lavoro nel campo della tutela minorile e incontro casi di comprovata grave trascuratezza o violenza assistita, certo maltrattamento e presunto abuso sessuale intrafamiliari ai quali corrisponde un certo numero di allontanamenti; se c’è errore a mio avviso è per difetto. Quando si utilizzano i casi di errori dei giudici o dei servizi sociali spesso i media fanno di ogni erba un fascio e portano un attacco frontale a chi tutela i minori che proprio alcuni genitori danneggiano. E’ un’operazione di basso giornalismo disinformativo che punta al facile successo, citando dati inesatti e toccando corde emozionali delicate. Mai, dico mai, mi è capitato in questi ultimi 20 anni di vedere un servizio o un articolo che parta dall’interesse del minore. Sempre si mette a fuoco il dolore e lo sconcerto di adulti definiti o reali vittime di errori. I bambini non esistono: quelli che sono usati, umiliati, picchiati, trascurati, spaventati, abbandonati a sé, contesi, non visti nei loro bisogni. Di loro nessuno parla. Perché se i bambini e la loro sofferenza fossero visti e considerati ci si chiederebbe che fare per farli stare bene, e invece mai questa domanda si affaccia. Quando poi curiamo questi bambini sofferenti ci troviamo di fronte a soggetti colpiti e devastati dall’incuria e dalla violenza, spaventati, che tacciono, che fuggono i ricordi. Spesso troviamo bambini che manifestano sollievo e rilassamento se, se allontanati da famiglie che li danneggiano, vengono collocati in comunità e che solo dopo mesi di condizioni protette riscoprono qualche aspetto di desiderio e nostalgia dei genitori". [Non si direbbe qui certo che anche il dott. Ghezzi abbia voluto risparmiarsi l'utilizzo di "corde emozionali delicate"].
Peccato che, tra una tirata autocelebrativa ed un appello a non dimenticare i bambini che soffrono, il dott. Ghezzi si sia completamente scordato di spiegare perchè i dati forniti da RaiUno fossero inesatti. Ipse dixit.
Nei commenti in fondo al suo intervento, gli abbiamo chiesto di colmare la lacuna e farci sapere se vi siano dati più validi, da contrapporre a quelli disinformativi di RaiUno [non mancheremo di aggiornare l'articolo, se avrà la grazia di risponderci].

Purtroppo, alla doverosa contestazione degli errori di intervento da parte della giustizia (ad es. falsi abusi), ancora una volta sentiamo rispondere che esistono anche tanti abusi sommersi e bambini indifesi. Sì, vero, ma che c'entra?
Il dott. Ghezzi ci ha fornito qui un ennesimo esempio del più tipico tra gli errori di ragionamento CISMAI-style: visto che c'è tanta sofferenza tra bambini, non bisogna mai parlare degli errori giudiziari e dei falsi abusi. Come se le due problematiche si sottraessero l'una dall'altra, elidendosi anzichè sommarsi.
Dante Ghezzi parrebbe interessato qui soprattutto a che vi sia un elevato numero di allontanamenti dalle famiglie, proporzionato a quelle che sono secondo lui le enormi dimensioni del fenomeno dell'abuso; però si scandalizza se qualcuno vuole far notare alla gente che spesso non vengono portati via i bambini giusti.

Il dott. Ghezzi lamenta inoltre di non aver mai visto in 20 anni un solo servizio giornalistico che partisse dall'interesse dei minori, ma non si è nemmeno accorto che proprio nella trasmissione di RaiUno si stava prendendo le difese dei due bambini di Basiglio. Sempre che il dott. Ghezzi ed il Centro TIAMA vogliano considerare come bambini degni di attenzione anche quei due mocciosetti, così riottosi ai metodi degli psicologi minorili milanesi.

- - -

La questione ha un ultimo risvolto e forse è il meno piacevole.

Come segnalato dallo stesso in fondo alla sua recensione, il dott. Dante Ghezzi fu già direttore e responsabile della formazione del CbM di Milano (Centro Bambino Maltrattato).
Fu proprio il nostro blog (cfr. "Il CISMAI non cambia mai") a mettere in luce il fatto che gli operatori che hanno compiuto presunti gravi errori nei riguardi dei fratellini di Basiglio, erano afferenti proprio alla cooperativa del CbM. In altri termini, un bel conflitto di interessi: gli assistenti sociali e gli psicologi che potrebbero essere responsabili di severi errori procedurali nella vicenda di cui si era parlato su RaiUno, potrebbero essersi formati proprio alla scuola del dott. Dante Ghezzi, il quale presumibilmente li conosce bene.

Adesso sono sotto processo e la parte civile è rappresentata proprio dall'Avv. Martinez; la pubblica accusa nei loro confronti è condotta invece da un paladino dei bambini abusati, il durissimo PM Marco Ghezzi, già spesso al fianco del CISMAI e del CbM, il quale però stavolta ha bonariamente deciso per gli operatori del CbM di limitarsi ad una incriminazione per danni "colposi". Come se avessero sbagliato senza volere, senza capire che tipo di cieca violenza stavano conducendo.

Tutto questo però l'esperto Dante Ghezzi non lo ha scritto, all'Osservatorio Psicologia nei Media.

Ugo

mercoledì 4 novembre 2009

Chi vuol tenere in mano il cerino acceso?


(dall'archivio di "Otto e Mezzo" del 10/05/07)

Dal blog di Roberta Lerici, leggiamo la trascrizione di un articolo di Marida Lombardo Pijola pubblicato il 31 ottobre su Il Messaggero, per raccontare lo stato delle famiglie accusanti a Rignano Flaminio, in occasione della recente prima udienza di fronte al GUP:
  • "con un dolore denso e sobrio, davanti all’aula in cui si celebra l’udienza preliminare contro le maestre, la bidella, il regista".
L'articolo ci aggiorna sulle condizioni attuali di alcuni dei bambini presunti abusati, dei quali Arianna Di Biagio, presidente dell’Agerif (Associazione Genitori di Rignano Flaminio), afferma che «Quasi tutti sono ancora in cura».
Ne riportiamo qui i passaggi più significativi (i nomi sono fittizi), sia chiaro che non vi è pretesa alcuna di oggettività, sono osservazioni filtrate dal racconto dei genitori e dal resoconto giornalistico:
  • «Ogni buona giornata è un regalo, e non c’è un singolo giorno in cui non pensiamo a quello che è accaduto, e non ci chiediamo come starà Giuseppe, che umore avrà, se avrà qualche crisi, se riuscirà a vivere da bimbo normale, oppure no. A volte è sereno, a volte no. Come tutti gli altri» (...) Gli incubi riescono a scavalcare la distanza che mamma e papà hanno voluto mettere tra lui e Rignano, lo inseguono fino in Germania, dove si è trasferita la famiglia. «Speravamo che dimenticasse, si è inserito bene nella nuova vita, ma poi, all’improvviso, di notte, viene preso da attacchi di panico, comincia a gridare disperatamente, a piangere, ma non sa spiegarne le ragioni. La psicologa che lo ha in cura sostiene che si tratta del ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso»;
  • Rita è rimasta a Rignano, invece, «temevo che portarla lontano avrebbe potuto accentuare il trauma e il suo disagio», racconta la sua mamma. Poi capita che in mezzo alla strada o in un negozio Rita riconosca qualcuno della scuola, «e allora si irrigidisce, si spaventa, si stringe a me, cerca di nascondersi»;
  • E poi Carlotta che certe sere rifiuta di farsi lavare, «non vuole essere toccata», racconta sua madre, come se qualcosa di profondo avesse manipolato il suo pudore, interferito nel suo rapporto col suo corpo;
  • Marco ogni tanto viene assalito dalla violenza di un ricordo che non riesce a governare, e allora piange, e torna a parlare della casa, delle maestre, dei signori cattivi, di quei ”brutti giochi”;
  • Nicola, a sette anni, è sotto scacco da parte di certe insicurezze, che capovolge in certi strani effetti secondari: non vuole accudimento da parte nessuno, si comporta come un piccolo adulto che ha conquistato la sua indipendenza. «La psicologa- dice suo padre- ci ha spiegato che vuole essere autosufficiente perché non si fida più degli adulti, neppure di sua madre e di suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito».
Sebbene l'articolista in diversi passaggi lasci intendere per certa la presenza di ricordi traumatici nei bambini, è bene ricordare che questa è solo la prima delle due principali ipotesi eziopatogenetiche, a spiegazione di sintomi infantili di questo genere:
  1. 1. i bambini sono stati davvero abusati dalle maestre pedosataniste, in modalità più o meno congruenti con quanto riferito nelle prime denunce;
  2. 2. i bambini reagiscono ad un fenomeno di isteria collettiva dilagato tra di essi e tra le loro famiglie, innescato e/o alimentato da erronee o imprudenti diagnosi medico/psicologiche.
O l'uno, o l'altro:
  1. nel primo caso, accertate le colpe della squadraccia di pedofili, i criminali individuati dalla procura verranno condannati e pagheranno secondo codice penale;
  2. nel secondo caso, se venisse accertato che i pedofili esistevano solo nelle fantasie dei genitori e dei clinici che li hanno presi in carico, qualcuno pagherà per la sofferenza inferta a questi bambini?

Alcune riflessioni sul ruolo dei consulenti tecnici:
  • pare (dico pare, ma andrà accertato) che tra i clinici che visitarono i bimbi nelle prime fasi, vi sia stato chi abbia formulato per alcuni di essi una diagnosi certa di abuso sessuale. Tuttavia l'abuso sessuale è un delitto, non una malattia, e lo accertano i giudici e non i medici o gli psicologi. Accertarlo, è sempre una imprudenza professionale grave per un clinico (lascia perdere che la maggior parte degli psico-qualcosa invece afferma essere mansione propria, semplicemente non sanno quello che dicono e non resistono al desiderio di farla fuori dal vasino);
  • quando un clinico si sbilancia a certificare un delitto di cui non è stato testimone diretto, a livello processuale si mette nella paradossale situazione per cui se ci azzecca è un sagace consulente tecnico, ma se sbaglia rischia di essere il vero colpevole (involontario, sia ben chiaro, ma sempre colpevole). Al tribunale di Tivoli, serve forse Perry Mason per il colpo di scena in cui il dito viene puntato verso il banco dei consulenti tecnici?
  • c'è di peggio, qualcosa che coinvolge l'essenza profonda del dibattimento in corso. Il codice di procedura penale prevede che la prova si formi oralmente nel dibattimento, non sulle carte, ciò significa che per dare valore probatorio a quelle consulenze psicologiche bisognerà riascoltare in tribunale i clinici che le produssero tra il 2006 ed il 2007. Ma nel pasticcio in cui si sono cacciati cercando di essere protagonisti anzichè testimoni, la loro autonomia di giudizio è andata ormai a farsi benedire: chiamati alla sbarra, essi si renderanno certamente conto che cambiare idea o avallare una interpretazione diversa dei sintomi, significherebbe implicitamente auto-accusarsi di corresponsabilità nella produzione di una grave patologia comunitaria. Se c'è qualcuno che oggi tifa perchè i pedofili saltino fuori davvero, son proprio quei clinici che troppo frettolosamente ci hanno assicurato di averne visto segni inconfondibilili. Il loro ruolo neutrale e la loro autorevolezza in un ipotetico futuro processo sono ormai chimere, possibile non riconoscere il conflitto di interessi?

Il problema non è mica solo dei clinici che finora si sono improvvisati indagatori dell'abuso all'ombra della procura di Tivoli, ma coinvolge anche i terapeuti che successivamente hanno preso in cura i bambini:
  • la psicologa che pretesta i sintomi al "ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso", o quella che incolpa "sua madre e suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito", saranno consapevoli di compiere un pericoloso azzardo diagnostico? Prima di procedere a terapia, hanno informato i genitori dei bambini del rischio di un errore interpretativo? E hanno richiesto loro un consenso scritto all'esecuzione di terapie anti-abuso, segnalando i rilevanti rischi iatrogeni secondari? Non sarebbe né deontologico, né molto furbo da parte loro tenersi il cerino acceso in mano, in attesa che i tribunali smontino una bufala alla quale ormai non credono più in molti (gli ultimi a dissociarsi fermamente sono stati l'attuale preside ed il consulente medico della Olga Rovere).
- - -

Arianna di Biagio, presidente AGeRiF (qui sotto in versione seppiata), non perde occasione di nominare le perizie psicologiche, in cui crede ancora come all'oracolo. Tuttavia, ella forse non si rende conto di non fare un bel servizio a quei periti "sempre dalla parte dei bambini", sbandierando in continuazione quelle diagnosi "certe" di abuso, perchè in questo modo non fa altro che ricordare a tutti quanto sbilanciato ed imprudente fosse stato il loro lavoro. Prima o poi qualcuno oltre a noi potrebbe accorgersene, e rischiano dolori.



La squadra degli accusanti resta comunque compatta, secondo la velina AgeRiF pubblicata dal Messaggero:
  • "La rabbia, tra i genitori di Rignano, si è trasformata in una specie di tristezza lancinante, in una pazienza cupa ma ferrigna, carica di attesa, di determinazione alla fiducia nei giudici e negli psicologi che hanno in cura i bimbi, in mano ai quali è finita la loro aspettativa di futuro".
Ma siamo sicuri che proprio tutti i genitori (sebbene a buon diritto "accusanti") siano contenti di come finora certi terapeuti imprudenti hanno lavorato coi propri figli? Dopo anni di terapie dal presunto trauma, se i bambini ancora non migliorano, non sarà mica che la diagnosi potrebbe essere errata?
Tre anni di terapia son tanti, soprattutto per bimbi di quell'età. La continuazione acritica delle stesse terapie antitrauma giova davvero ai bimbi, o serve piuttosto al terapeuta per non doversi mettere in discussione?

Un pronunciamento definitivo sul caso potrebbe giungere già nelle prime settimane del 2010, se il GUP decidesse di mandare in archivio questa strampalata inchiesta. Annullando anche le residue speranze delle famiglie AGeRiF in un risarcimento da chiedere alle maestre.
A chi rimarrà in mano il cerino della sofferenza dei bimbi, ancora acceso?

Ugo

sabato 31 ottobre 2009

Multi-tasking

Il 29 di ottobre ha fatto scandalo la liberazione di due fiancheggiatori della banda di rumeni che il 22 gennaio scorso stuprarono una ragazza a Guidonia:
  • "Come sia accaduto che da ieri i due ventenni Mugurel Goia e Ionut Barbu, così si chiamano i fiancheggiatori, non abbiano più l'obbligo di dimora, si spiega con tre parole: "scadenza dei termini" è scritto nell'ordinanza. Liberi quindi, perché il pm - dopo la chiusura dell'indagine - non ha ancora formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio, sia per loro che per gli altri quattro connazionali, accusati della violenza. Una notizia che per l'intera comunità di Guidonia, è come un pugno nello stomaco. E non si dà pace neanche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. "E' uno scandalo". Ripete la frase tre volte, a voler rimarcare che questo per la città e per tutte le donne "è un segnale devastante. La magistratura, la macchina della giustizia, si deve rendere conto che così non si va da nessuna parte".
Tra i commenti più duri, segnaliamo un articolo uscito oggi sul quotidiano Il Legno Storto a firma di Davide Giacalone:
  • "Attenti, perché è peggio di quel che sembra. Il fatto: il 22 gennaio scorso, a Guidonia, una ragazza è aggredita e stuprata, cinque giorni dopo i carabinieri arrestano i presunti autori ed i complici, che ne hanno agevolato la fuga. Ci sono le confessioni, perché uno racconta che erano ubriachi e che avevano già provato, poche ore prima, ad aggredire un’altra coppia. Ci sono le prove, perché alla ragazza portarono via il telefono cellulare, con il quale uno dei criminali aveva chiamato casa. Fine della storia, e inizio della vergogna. Il pubblico ministero di Tivoli riceve le carte di un caso già risolto in partenza. E’ lo stesso pm che ha gestito l’accusa contro le maestre di Rignano, sospettate di pedofilia. Anche questa volta il suo nome rimbalza dalle agenzie alle televisioni, per planare sui giornali. Qui non lo faccio, il suo nome, perché tradizionalmente avverso al narcisismo giudiziario, e non lo faccio nemmeno per chiederne l’allontanamento dalla magistratura, perché provvedimenti di questo tipo non devono essere reclamati o istigati, bensì dovrebbero essere immediatamente vagliati da chi di competenza".
Il nome che Giacalone non fa, è quello del dott. Marco Mansi, sostituto procuratore a noi ben noto perchè da ben tre anni conduce la sgangherata inchiesta sui fatti di presunta pedofilia a Rignano Flaminio, una colossale bufala già in gran parte sconfessata dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione.
Fortuna che per il caso di Rignano, la procura finalmente è giunta ad una richiesta di rinvio a giudizio e l'udienza preliminare si è aperta proprio ieri, 30 ottobre, innanzi al GUP dott. Pierluigi Balestrieri. Il nome del PM Mansi si è ritrovato così sui giornali in due giorni successivi, una volta come accusato ed una volta come accusatore.

Quella di Rignano è una vicenda giudiziaria che si trascina da anni, non tanto per la sua complessità, quanto per il pervicace tentativo degli inquirenti di trovare prove di stupri pedosatanisti, avvenuti forse solo nelle ansiose fantasie di alcuni genitori, attraverso perizie psicologiche sempre più lunghe ed inutili e con ripetute scampagnate alla ricerca di sempre nuovi "casolari dell'orrore" (cfr. "Ritenta, sarai più fortunato"). Un impegno che evidentemente sottrae tempo al lavoro della procura su casi reali di violenza, un effetto collaterale che si produce quando gli inquirenti si buttano a pesce su una ipotesi colpevolista precostituita e rinunciano al proprio ruolo di filtro delle possibili false accuse per falsi abusi.

Adesso anche Giacalone si pone delle domande su come abbia passato il suo tempo il PM Mansi nel 2009, dopo l'incarico delle indagini sullo stupro di Guidonia:
  • "Insomma, il caso era chiuso pochi giorni dopo essere stato aperto, ma solo a giugno il nostro fulmine togato dichiara di avere terminato l’inchiesta (che ha fatto?). Passano i giorni, le settimane, i mesi. Ci sono le vacanze e, per giunta, lui chiede ed ottiene il trasferimento a Roma, quale premio per il gran bel lavoro svolto. Si arriva alla fine di ottobre e, oibò, che ti va a capitare? Sono scaduti i termini della custodia cautelare e lui non ha avuto il tempo e la serenità mentale per ricordarsi di chiedere il rinvio a giudizio dei due favoreggiatori, che se ne vanno liberi e fanno marameo. A gennaio scadono quelli per i violentatori". E giunge ad augurarsi che qualcuno nella magistratura di loro chieda "che il collega sia licenziato, con disonore".

Ci viene in soccorso l'avv. Carlo Taormina, legale di parte civile per le famiglie rignanesi accusanti, il quale ieri è uscito dalla prima udienza preliminare con una serie di dichiarazioni (riprese dall'articolo del Il Tempo di Roma) che rilanciano il suo stile della strategia dell'annuncio e ci danno un indizio su quali potrebbero essere stati gli impegni che hanno tenuto troppo occupato il PM Mansi:
  • «Da circa un mese - ha spiegato l'avvocato di parte civile - il pm sta lavorando su una nuova pista: nell'inchiesta potrebbero rientrare personaggi già coinvolti e poi usciti di scena».
Ecco, appunto, lo vedi che stava cacciando streghe per noi tutti?
A 3 anni e 3 mesi dalle prime denunce: fusse che fusse la vorta bbona?
Buon lavoro.

Ugo


P.S. ancora a proposito delle dichiarazioni di Carlo Taormina, c'è qualcosa che non ci suona affatto bene, laddove il famoso avvocato si rivolge così ad una delle persone indagate (la bidella di cui perfino la procura aveva già chiesto l'archiviazione):
  • «La signora Lunerti può stare tranquilla perché avrà il processo che merita».

sabato 19 settembre 2009

«Stanno cacciando il Pescecane!»

"Ogni volta che vengo invitato a un dibattito sull'efficacia della lotta alla pedofilia e sugli errori giudiziari di cui questa è lastricata, mi tornano in mente le estati della mia infanzia passate su una piccola isola della ex Iugoslavia. A volte la quiete delle rade veniva interrotta da un boato. Di colpo i grandi smettevano le loro attività per correre a scrutare l'orizzonte come il capitano Achab. Nelle giornate limpide si poteva osservare anche un alto spruzzo che accompagnava il botto. Boom, spruzzo, boom, spruzzo. Andava avanti per ore. Noi bambini sapevamo già di cosa si trattava, ma pazienti aspettavamo che l'adulto, facendo un'intensa pausa teatrale e abbassando il tono perché il vento non ascoltasse, proclamasse con enfasi: «Stanno cacciando il Pescecane!». Figura mitica che merita la maiuscola. Se ne parlava al porto, al mercato del pesce, nei bar del paese: il pescecane, seguendo le rotte delle navi dirette a Trieste, doveva passare di lì. E andava ucciso. Inutile dire che, in quindici anni, di squali appesi per la coda non ne ho mai visti. Una gran quantità di delfini, di piccole verdesche, perfino una foca monaca finita chissà come nel mare sbagliato, ma di predatori marini neanche l'ombra. Quello che invece si vedeva bene era lo scenario di morte che all'indomani si presentava sulla spiaggia: una mattanza di innocenti lasciati a marcire al sole, becchettata da grassi gabbiani ormai satolli.
I ragazzini del paese si procuravano bombe a mano e candelotti di dinamite, sempre disponibili in una terra martoriata da continue battaglie, e passavano l'estate così. A noi bambini di città tutto ciò pareva l'azione di perfetti imbecilli, ma i genitori sospendevano volentieri ogni giudizio ecologico e morale in virtù di quella nobile causa. E offesi dalla nostra presunta neutralità, ci tiravano in mezzo, facendoci presente che proprio noi piccoli umani rappresentavamo la preda più ambita per l'assassino dei mari.

Il ricordo torna attuale quando immancabilmente, nel corso del dibattito, una signora si alza con voce un po' astiosa dicendo: «D'accordo, lei avrà anche ragione, però i pedofili ci sono».
Strano destino quello di queste discussioni, nelle quali c'è sempre qualcuno che vuole convincerti di una cosa della quale sei da sempre convinto. «Sì, signora, esistono. E anche i pescecani.» (...)"

(dalla Premessa, pagg. 3/4)

Luca Steffenoni
"Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia"
Chiarelettere, 2009

Io lo sto leggendo, voi fate un po' come vi pare...

Ugo

mercoledì 26 agosto 2009

Il delicato equilibrio

Torniamo ancora sul report WHO-2006, graziosamente offerto dal CISMAI attraverso il portale web societario:
Il documento è una miniera di raccomandazioni e linee guida, generalmente equilibrate e sostenibili, forse più di quanto alcuni degli "accaniti" membri del CISMAI vorrebbero. Lo stile internazionalmente imposto agli operatori in materia di tutela minorile, ha infatti da tempo preso le distanze da certi eccessi da militanza antipedofila a senso unico (pag. 55):
  • Il Dipartimento di Salute Pubblica del Regno Unito sostiene che servizi efficaci per minori e famiglie siano il risultato di una combinazione di pratica basata sull’evidenza e “su un delicato equilibrio nel giudizio professionale” (Framework for the assessment of children in need and their families. London, United Kingdom Department of Health, 2000:16).
Alcuni passaggi del report WHO-2006, ci appaiono intrinsecamente incoerenti e difformi rispetto a quanto invece vediamo spesso applicare nella azione e nella propaganda degli stessi servizi CISMAI. Ad esempio, leggiamo alcune delle linee guida su come rispondere ai minori nel momento in cui essi iniziano a rivelare un maltrattamento (riquadro 4.1, pag. 59):
  • Rimanere calmi e non esprimere reazioni di shock, repulsione o indignazione morale, L’influenza di colui che ascolta è minore se lui o lei sono in uno stato emotivo, specialmente se le emozioni che esprimono sono diverse da quelle che il minore si aspettava.
  • Evitare di esprimere disapprovazione per il presunto colpevole, poiché il minore potrebbe amare od essere affezionato a questa persona, anche se l’abuso o l’incuria si sono già presentati.
  • Ascoltare attentamente il minore che sta rivelando il maltrattamento e evitare di riempire i suoi silenzi.
  • Permettere al minore di esprimere e riportare qualsiasi emozione lui o lei provi, piuttosto che fare ipotesi azzardate su quello che dovrebbe provare.
  • Non forzare mai il minore a mostrare ferite fisiche, o a rivelare sentimenti che egli non vuole condividere.
  • Evitare parole che possano disturbare o spaventare il minore, come “stupro”, “incesto” o “aggressione”.
  • Non fare nessuna ipotesi sull’identità del sospetto colpevole.
  • Rispondere alle domande del minore nel modo più semplice ed onesto possibile. Se, ad esempio, un bambino chiede” “Papà dovrà andare in prigione ora?” la risposta potrà essere “ Non lo so, altre persone decidono questo”.
  • Fare solo promesse che possano essere mantenute. Non acconsentire, per esempio, a mantenere segreto quello che il minore ha detto. Spiegare, in questo caso, che alcuni segreti devono essere condivisi per aiutare qualcuno o impedire che altre persone vengano ferite. Dire al minore che le informazioni saranno condivise solo con persone che cercano di aiutarlo e proteggerlo.
Ci auguriamo che presto il CISMAI voglia impegnarsi per estendere anche a tutti i propri associati queste norme di good practice.

- - -

Del paragrafo "Valutazioni sanitarie e forensi integrate" ci pare fondamentale anche l'insistenza del WHO sull'importanza che (pag. 57):
  • "Al fine di evitare vittimizzazioni future del minore, gli esami sanitari e l’indagine medico legale dovrebbero essere coordinate";
e ancora (pag. 58):
  • "Nel momento in cui si procede ad investigare su un’accusa è necessaria una valutazione forense, la valutazione sanitaria dovrebbe includere un esame medico legale condotto simultaneamente all’esame fisico, al fine di raccogliere campioni medico legali pertinenti. L’evidenza medico legale deve essere raccolta e catalogata secondo pratiche standard. Devono essere profusi sforzi per raccogliere l’evidenza medico legale necessaria per ottenere la protezione minorile e il risultato desiderati nel processo penale. Deve essere data priorità all’evidenza a cui le giurie danno il maggior peso. Una collaborazione e una buona comunicazione tra le forze dell’ordine, il sistema giudiziario, i servizi sanitari e gli scienziati forensi è importante nel momento in cui vengono raccolte, analizzate e interpretate le evidenze. La valutazione medico forense, include oltre all’esame medico legale, colloqui con persone che hanno denunciato l’abuso, il minore o i minori per i quali si ha un sospetto di abuso, coloro che sono accusati dell’abuso e di tutti gli altri individui interessati. Questi colloqui sono necessari per determinare i fatti nel modo in cui essi sono compresi da ognuna di queste parti, al fine di stabilire se il minore sia stato realmente abusato. L’interrogatorio forense dei minori comporta una capacità qualificata e se possibile, dovrebbe essere condotto da un professionista formato ed esperto. In alcuni paesi, l’interrogatorio medico legale è di responsabilità del settore legale o sociale e gli operatori sanitari non sono né formati, né autorizzati a condurlo. Dove possibile, l’interrogatorio forense dovrebbe essere associato alla valutazione di salute mentale, per diminuire al minimo il numero di colloqui ai quali il minore è sottoposto".
Le nostrane vicende ci raccontano invece di una pletora di psicologi ed assistenti sociali, nelle ASL o negli ambulatori, i quali di fronte al minimo sospetto di abuso non vedono l'ora di buttarcisi a pesce, improvvisando in autonomia cicli di test psicologici e colloqui clinici, che non rispettano standard medico-legali e inquinano solo la possibilità di condurre indagini peritali adeguate in futuro.
Ad esempio, qualcuno deve ancora spiegarci perchè i bambini dell'Olga Rovere furono inviati in massa al Bambino Gesù, ed accettati da notissimi professionisti del CISMAI per entrare nel percorso valutativo del "Progetto Girasole", ad indagini già avviate.

E allora, a proposito di stretto coordinamento tra azione sanitaria e giudiziaria, si ripensi all'assurdità della "doppia verità alternativa: clinica vs. forense" concettualizzata dal prof. Montecchi nel tentativo di svicolarsi dal pasticcio di Rignano Flaminio, per capire quanta strada alcuni servizi clinici afferenti al CISMAI devono ancora compiere, per frenare la propria imprudente curiosità ed adeguare invece i propri interventi ad una piena utilità pubblica.

Ugo


[P.S. Qualora i lettori volessero segnalarci episodi di violazione di questi principi, documentati nel corso delle vicende di cui il nostro blog si occupa, l'area commenti è a disposizione. Riporteremo nel corpo dell'articolo gli esempi significativi.]

giovedì 23 luglio 2009

Le parole non dette agli Stati Generali del CISMAI

Tira vento di novità nel CISMAI, dopo il cambio di guardia alla presidenza ove siede da quest'anno il dott. Andrea Bollini (insegnante ed esperto di epidemiologia dell'abuso, proveniente dal "Centro Studi Sociali" della Fondazione Maria Regina di Scerne di Pineto, Teramo):
  • è stato recentemente rinnovato il portale web societario (azzerando purtroppo la corrispondenza dei vecchi link, compresi tutti quelli provenienti dal nostro blog), che viene adesso aggiornato con frequenza molto maggiore ed interessante ricchezza di contenuti;
  • è stata lanciata soprattutto l'ambiziosa iniziativa degli "Stati generali sul Maltrattamento all'Infanzia in Italia", programmata in quattro giornate seminariali preliminari nel 2009, che saranno concluse da un convegno nazionale a Roma nel febbraio 2010. All'iniziativa ed alla preparazione dei documenti congressuali, il CISMAI dedica anche un apposito blog di discussione.

Tra i materiali proposti dal nuovo sito del CISMAI, spicca per interesse il seguente report inserito il 15/07/09:
Si tratta di un documento di indirizzo nel campo della prevenzione, ricco ed equilibrato, dal quale estrapoliamo oggi alcune indicazioni interessanti a proposito dei programmi di prevenzione anti-abuso condotti sui bambini a scuola.


Programmi di prevenzione primaria ed efficacia

Il report WHO-2006 riassume nella Tabella 3.1 (pag. 37) l'insieme di tutte le possibili forme di intervento preventivo al maltrattamento su minori. Tra gli interventi a livello di individuo, vengono segnalati anche i programmi mirati a bambini tra i 3 e gli 11 anni, intesi a "Formare i minori affinché riconoscano e evitino situazioni di abuso potenziale". I corsi di prevenzione primaria, effettuati con interventi di educazione sessuale ai bambini delle scuole rientrano in questa categoria.
Si noti tuttavia che la tabella 3.1 non è molto selettiva:
  • "presenta la tipologia di strategie di prevenzione, comprendendo quelle di comprovata, promettente e non chiara efficacia. (...) Al momento della redazione del presente documento, sono carenti i dati che dimostrino l’efficacia di gran parte di questi interventi; laddove sono disponibili dati sufficienti, provengono in gran parte da paesi ad alto reddito. Informazioni pratiche dettagliate riguardo alla progettazione e sviluppo di particolari strategie di prevenzione sono disponibili in diverse pubblicazioni e su internet". (pag. 36-37)
Se proseguiamo la lettura per verificare lo specifico dei corsi di prevenzione primaria nelle scuole, si evidenzia che proprio quest'area di intervento rientra tra quelle di efficacia incerta (Cap. 3, pag. 43-44):
  • Formare i minori a evitare potenziali situazioni di abuso - "Programmi di questo tipo sono progettati per insegnare ai minori come riconoscere le situazioni pericolose e dar loro gli strumenti per proteggersi. Il concetto principale dei programmi è che i bambini possiedono e possono controllare l’accesso al proprio corpo e che ci sono tipi differenti di contatto fisico. Viene loro insegnato come riportare ad un adulto una situazione dove gli è stato chiesto di fare qualcosa che essi hanno percepito come imbarazzante. I ricercatori sono d’accordo sul fatto che i bambini possono sviluppare conoscenza e acquisire abilità per proteggersi dall’abuso. Non è certo, però, se queste capacità siano mantenute nel tempo e se effettivamente proteggano il minore da ogni tipo di situazione d’abuso, particolarmente se il colpevole è qualcuno che il minore conosceva bene e nel quale riponeva fiducia. E’ necessario quindi dimostrare scientificamente che queste competenze acquisite sono effettivamente efficaci per prevenire il maltrattamento in situazioni di vita reale".
Il report rinnova così anche l'indicazione che questi corsi abbiano un tallone di Achille proprio in quei casi in cui l'abusante sarebbe un familiare o un altro care-giver abituale, situazione che si verifica in appena l'80-90% dei casi. Come già avemmo modo di denunciare, questi corsi rischiano di ferire anche duramente la gran parte dei bambini davvero abusati, solo nel tentativo (neanche chiaramente efficace) di andare a caccia degli orchi dietro l'angolo della strada o del "lupus in fabula", molto più rari.
Ma forse più interessanti e redditizi per le associazioni anti-pedofilia.


Le parole non dette da Alberto Pellai

La questione si riallaccia alla polemica che il nostro blog sta conducendo nei confronti del dott. Alberto Pellai, autore di "Le parole non dette" (Franco Angeli, 3a ed., 2004), un manuale di prevenzione in cui viene descritto il metodo di educazione sessuale anti-abuso, che il gruppo di Pellai e delle ASL milanesi hanno già per alcuni anni estesamente applicato a migliaia di scolari della popolazione lombarda (ci risulta che da un paio d'anni il programma abbia subito un rallentamento, da quando non viene più sovvenzionato pubblicamente e grava sulle casse dei singoli istituti scolastici che possono decidere di proporlo ai propri studenti).

Il dott. Pellai ha finora sempre dichiarato grande fiducia nell'utilità reale dei corsi anti-abuso che propone; ad es. nella presentazione di uno di essi (Canton Ticino, dicembre 2002) egli si diceva convinto che "concretamente i bambini che hanno seguito un percorso di prevenzione hanno un rischio dimezzato di diventare vittime di abusi sessuali".
In "Italian Factory" abbiamo già fatto notare che i report governativi statunitensi non prendono altrettanto per oro colato i dati delle ricerche selezionate da Pellai per darsi ragione.

Adesso, la pubblicazione della traduzione del report WHO-2006 conferma ancora inequivocabilmente a Pellai ed a tutti i membri del CISMAI che l'efficacia dei programmi scolastici di prevenzione primaria non può dirsi scientificamente accertata. Se ne terrà conto, negli Stati Generali?

Scopriamo che al seminario di Bologna, per parlare di buone prassi nel settore, è stato invitato ancora il dott. Pellai:
Non disponiamo del testo del suo intervento bolognese e per leggere il documento finale del CISMAI dovremo attendere febbraio 2010.
Possiamo citare tuttavia la testimonianza del blogger Il Giustiziere, che era presente a Bologna ed ha scritto sull'evento l'articolo "L'altra faccia della medaglia", in cui riassumeva così le proprie impressioni:
  • "la sensazione di un radicamento delle sue convinzioni a dispetto delle critiche sembrava essersi formato in lui. Prevenzione primaria antipedofila da effettuarsi a tutta la popolazione, descrizione (molto furtiva per la verità) del suo programma "Le parole Non dette", racconti di abusi scoperti dalla sua ricerca (ma senza specificare il metodo di raccolta dati), i 40 minuti di Pellai sfilavano via con grande piacere (...)"
Pare che anche stavolta siamo fermi alle sole buone intenzioni, ma resteranno deluse le nostre speranze in una maggiore consapevolezza critica sui reali esiti degli interventi.

Le "parole davvero non dette" agli Stati Generali di Bologna, sono state ancora una volta quelle di ragionevole prudenza, rispetto ai soliti strumenti propinati senza molti solidi riscontri.

Ugo
 
Clicky Web Analytics