mercoledì 8 luglio 2009

Rape

Sul blog del Movimento per l'Infanzia Lazio, il 3 giugno Roberta Lerici ci ha regalato una nuova perla della disinformazione sui crimini contro l'infanzia:
  • Bambini rapiti: in Sud Africa uno ogni tre minuti. In Sud Africa viene rapito un bambino ogni tre minuti. Lo sostiene il sindacato dei lavoratori Solidarity. Secondo Mariana Kriel, portavoce dell’associazione, «ogni giorno in Sud Africa vengono rapiti in media 530 bambini e nell’88 per cento dei casi la notizia non viene neanche riportata».
Non serve un grande sforzo d'intelletto per accorgersi immediatamente che quel dato è del tutto irragionevole. A meno di non essere tra quegli abusologi creduloni a senso unico, che vivono nella quotidiana speranza di leggere notizie sconvolgenti e morbose a carico dei bambini, con cui attirare attenzione sul proprio blog perbenista (ove non mancano mai i banner pubblicitari a pagamento, ma in cambio non si pagano i diritti d'autore per centinaia di articoli rubati alle testate giornalistiche).

Un bambino rapito ogni tre minuti!
Sarebbero 20 ogni ora, anzi l'articolo dice peggio ancora: 530 al giorno, fanno 193450 all'anno!!! (e 193980 nei bisestili).
Prima di colonizzare anche il blog del Movimento per l'Infanzia coi suoi implacabili copia-e-incolla, Roberta Lerici si sarà almeno domandata dove li potrebbero mettere tutti quei bambini?
Fanno almeno 5000 tonnellate di bambino all'anno, esistono enormi ostelli segreti in cui vengono stoccati vivi? O per strane ragioni li cremano in forni segreti, grandi quanto quelli di Auschwitz? Anche a volerli trafficare secondo famose leggende metropolitane, dove li trovi abbastanza pedofili, o sale operatorie per espiantarne gli organi?

Proviamo a riportare i piedi per terra: il Sudafrica ha una popolazione inferiore all'Italia, meno di 44 milioni di abitanti, ma grazie ad un tasso di natalità ben maggiore del nostro (19,93 ogni 1000 abitanti), sforna quasi 900mila nuovi nati all'anno.
Adesso il Movimento per l'Infanzia vorrebbe convincerci che oltre uno su cinque viene rapito? Se avete figli, sarà meglio non portarseli appresso qualora vogliate assistere ai Mondiali di Calcio del 2010.
In Italia di bambini italiani davvero scomparsi per rapimento se ne conta più o meno un caso all'anno, in media. Possibile che vi sia tanta differenza? Non sarà che i sudafricani sono abituati a rubarsi i bambini a vicenda, un po' come succede a Ferrara con le biciclette? Se al mattino non trovi il tuo, ti prendi il primo pargolo che vedi incustodito?

Son davvero simili panzane che dobbiamo sbufalare, per stare appresso alle ambizioni della pomposa Mrs. Quel-giorno-è-cambiata-la-mia-vita, divenuta poi Responsabile politiche infanzia dell'Italia dei Valori, solo grazie al clamore che è stata capace di creare attorno all'isteria collettiva di Rignano Flaminio?
L'ipocrisia di Roberta Lerici raggiungono talora vette sublimi, ad esempio nell'articolo pubblicato ieri sul blog "Bambini Coraggiosi", per piangere la scomparsa di Michael Jackson:
  • "Tra quel miliardo di persone che oggi si sono sedute in silenzio davanti al video, forse c'erano anche i responsabili del massacro mediatico operato su un autentico genio della musica come Jackson. Dalle false accuse di pedofilia, alle false accuse di voler essere un bianco, quando la sua era solo una vitiligine totale. Ma oggi allo Staples Centre, tutte le bugie si sono dissolte lasciando nel mondo l'essenza di un uomo, ancora ragazzo, che davvero ha cambiato la musica e il modo di fare spettacolo con la musica".
Di sicuro, ora sappiamo che seduta in silenzio davanti a quel video, c'era almeno una delle responsabili del massacro mediatico delle maestre dell'asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio. Sfortuna loro che non sapessero cantare in falsetto né ballare con mosse pelviche, avrebbero forse evitato il cieco furore accusatorio della musa dell'AGeRiF.


Roberta Lerici almeno ci facilita il lavoro di sbufalamento, in quanto cita le sue fonti (meglio sarebbe se le verificasse da sola, prima di scopiazzarle online). La maxi-assurdità dei rapiti sudafricani infatti non è farina del suo sacco, Lerici non ha fatto altro che incollare pari pari un articolo tratto dal quotidiano online Blitz, a firma di Chiara Vasarri, studentessa della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss, la quale aveva a sua volta maldestramente preso spunto da questa agenzia di stampa internazionale.
Trattandosi di studentessa, non ci sembra adesso il caso di accanirci troppo con la Vasarri, sebbene l'errore di tradurre l'inglese "raped" con "rapiti" sia uno dei più grossolani letti ultimamente:
  • "Johannesburg - One child is raped in South Africa every three minutes, a report by trade union Solidarity said on Wednesday. A report compiled by Solidarity Helping Hand said that while there were about 60 cases of child rape in South Africa every day, more than 88% of child rapes were never reported. "This means that about 530 child rapes take place every day - one rape every three minutes," said spokesperson Mariana Kriel. The report will be released by Solidarity Helping Hand on Thursday".
Ecco svelato l'arcano: Mariana Kriel afferma che in Sudafrica, un bambino ogni 3 minuti verrebbe "stuprato", non rapito.
Ci auguriamo che adesso Chiara Vasarri e Roberta Lerici vorranno rettificare, prima che questa loro nuova bufala si diffonda inarrestabile tra i soliti ingenui allarmisti.

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Chiarita la natura dell'inghippo, la notizia sudafricana resterebbe comunque tragica, se fosse confermato quel dato. Non conosciamo Solidarity Helping Hand, né l'attendibilità delle sue statistiche, eppure una considerazione salta subito all'occhio: il loro report parla di ben 60 casi di abuso sessuale su minori, che emergono ogni giorno in Sudafrica, ovvero oltre 20mila concrete segnalazioni ogni anno (si badi che sono quelle davvero emerse, tenute distinte dall'altro 88% di presunto abuso sommerso).
Ben più del nostro paese, ove frotte di abusologi "accaniti", assistenti sociali, CISMAI, pool di procuratori specializzati, non riescono a far emergere più di 6/700 segnalazioni all'anno (quest'anno sembra siano state un migliaio, un piccolo passo avanti?). Un paio di segnalazioni al giorno da noi, contro le 60 sudafricane. In appendice ad un precedente articolo, già osservammo che anche i dati ufficiali canadesi mostravano un numero di segnalazioni utili, proporzionalmente superiore di ben cinque volte a quelle italiane.
Questo scarsissimo rendimento del nostro sistema di segnalazione dell'abuso, non avverrà mica poiché i nostri abusologi invece di concentrarsi sul proprio orticello, dedicano i propri sforzi soprattutto a combattere la lobby dei pericolosissimi siti dove si parla anche di falsi abusi? E vagli a spiegare che son due questioni scollegate e che il loro nemico non dovrebbe essere quello.
Basti pensare a quanti programmi di prevenzione secondaria e terziaria si potrebbero realizzare, impiegando le stesse forze messe in campo inutilmente dalle autorità giudiziarie, per insistere oltre ogni ragionevolezza dietro casi come Rignano Flaminio e Brescia. La giustizia spettacolo costa.

Può darsi che quella enorme cifra di 60 denunce giornaliere di child rape (attenzione alla traduzione, non stiamo parlando di ortaggi) in parte dipenda però anche dal fatto che in Sudafrica il vero abuso sessuale sia molto più diffuso che da noi. Comunque sia, o il sistema socio-legale sudafricano è straordinariamente più efficiente del nostro nel far emergere gli abusi, o quei dati sono campati per aria quanto quelli a cui ci hanno abituati i nostri Frassi, Pellai & co.
A tale proposito, suona sinistra la proporzione complessiva di "uno su cinque" emersa guarda caso anche in Sudafrica, che ci fa pensare che il dato diffuso da Solidarity Helping Hand, possa essere in realtà solo una stima indimostrata, basata sui soliti invalidi questionari autosomministrati della serie di Finkelhor. Consigliamo prudenza.


Se Atene piange, Sparta non ride

Di tutto ciò, la sedicente esperta del Movimento per l'Infanzia Lazio non dimostra competenza e non si accorge, neanche a lume di buon senso, dell'enormità delle sciocchezze che le capita di diffondere. Il caso beffardo, ha perfino voluto che la sparata dei "3 bambini sudafricani rapiti al minuto", sia stata pubblicata da Roberta Lerici sul blog, proprio appresso ad un articolo d'accusa, dal roboante titolo:
Ecco, appunto.

Val la pena di leggere anche questo articolo, per scoprire che purtroppo Roberta Lerici potrebbe non esser l'unica ad avere qualcosa nell'occhio: si tratta del copia-e-incolla di un articolo ripreso dal blog "Viaggio nel silenzio", di Vania Lucia Gaito, abusologa simpatizzante di Frassi, che si occupa soprattutto della spinosa relazione tra clero e reati di pedofilia.
  • [Sempre per la serie "trave nell'occhio", risulta un po' indigesto che a far le pulci sulle statistiche altrui sia proprio la scrittrice che ha concesso la postfazione del proprio libro a Massimiliano Frassi ed alle sue statistiche inventate (ad es. quella per cui l'età media dei bambini abusati si sarebbe dimezzata ancora una volta) ed autoerotiche (ad esempio quella per cui l'associazione Prometeo avrebbe seguito in un anno almeno un migliaio di famiglie vittime di pedofilia)].
L'articolo della Gaito si distingue per una furiosa quanto insensata rassegna di malizie contro gli avvocati che difendono imputati di pedofilia. Lo stile è sempre quello di Frassi, l'attacco agli avvocati della difesa, come se i loro clienti fossero sempre colpevoli e come se chi li difende nel processo ne diventasse corresponsabile. E' sempre qualcosa di particolarmente sgradevole in una democrazia, soprattutto se fondato sul vuoto spinto.

Potremmo archiviarlo come l'ennesima prova di inciviltà e malalingua da parte di un abusologo nostrano, se non fosse per quel dettaglio della "statistica del delirio", che apre l'articolo della Gaito e le offre poi la scusa per sparare a zero:
  • "Un avvenimento degli ultimi giorni ha suscitato un certo scalpore. L'avvenimento in questione ha per protagonista Marco Casonato, docente di Psicologia dinamica all’università di Milano-Bicocca. Casonato è stato l'organizzatore di un convegno tenutosi a Milano dal 20 al 22 maggio dal titolo "Abusi, falsi abusi e scienze forensi". In tale contesto, Casonato commentava un dato diffuso dalla Società di Psicologia Giuridica, che attesta che, delle denunce per violenze ai minori, il 96% riguarda falsi abusi. (...) è legittimo chiedersi da quali fonti sia stato tratto il dato in esame. Tale dato emerge da un convegno tenutosi a Roma il 18 maggio, su "La Testimonianza del minore in un giusto processo" e fa seguito ad una delibera dell'11 marzo 2009 della Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane, che punta il dito contro la negazione del diritto al giusto processo nei confronti di indagati e imputati coinvolti nei processi per abusi sui minori".
E' del tutto legittimo chiedersi da quali fonti sia stato tratto il dato in esame. Lo leggemmo anche noi con stupore, in una intervista al prof. Casonato, pubblicata su Il Velino del 27/05/09:
  • "Un tempo si diceva che l’Italia fosse un paese di santi, eroi e navigatori. Adesso sembra che tutti quanti abbiano lasciato il posto ai pedofili”. Così Marco Casonato, docente di Psicologia dinamica all’università di Milano-Bicocca, commenta con il VELINO il dato dal quale risulta che il 96 per cento circa dei casi registrati ogni anno in Italia, relativi a denunce di minori che sostengono di aver subito una violenza sessuale, è falso. Un dato che rafforza l’allarme lanciato da tempo da psicanalisti e psicologi: attorno al drammatico fenomeno della pedofilia si sta scatenando una vera e propria psicosi altrettanto pericolosa. Casonato, che è stato tra gli organizzatori del convegno “Abusi, falsi abusi e scienze forensi” tenutosi nell’ateneo milanese dal 20 al 22 maggio, dichiara: “Dai dati diffusi dalla magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si scopre che solo una bassissima percentuale di persone processate per abusi su minori viene condannata. Questo non perché vengano fatti pochi sforzi, ma perché è molto facile essere accusati ingiustamente".
La stessa Roberta Lerici, nei commenti ad un altro copia-e-incolla dello stesso articolo su uno dei suoi blog, ha notato l'assonanza con un dato numericamente molto simile, diffuso dal Centro Falsi Abusi nel 2007:
  • "Abusi in famiglia? In Italia l’80% delle denunce presentate sono false. E si sale fino al 95% per quelle fatte nei ca­si di separazione”. A dichiararlo Vitto­rio Apolloni del Centro di documentazione falsi abusi sui minori, in un convegno organizzato sabato scorso a Milano nella Sala Affreschi della Provincia". (fonte)
Vania Gaito indicava che la fonte del dato diffuso dal prof. Casonato sarebbe rintracciabile in un convegno organizzato a Montecitorio la settimana precedente (il giorno esatto è 15 maggio), dal titolo "La testimonianza del minore in un giusto processo", che è integralmente registrato e disponibile per l'ascolto sul sito di Radio Radicale.
In quell'occasione, fu la prof.ssa Luisella De Cataldo Neuburger a parlare nel proprio intervento di statistiche di abusi veri e falsi. Vi si citano innanzitutto le fonti statunitensi, lamentando l'inadeguatezza e l'incompletezza dei dati raccolti invece dall'ISTAT, dai quali non è possibile nemmeno capire quanti sono in Italia i condannati per reati sessuali su minori. Da quelle tabelle De Cataldo ne stima in modo solo approssimativo un numero ridotto (circa 120 condanne nel 2006), il che secondo le sue fonti equivarrebbe circa al 10% del totale degli imputati portati a processo [sono dichiaratamente stime azzardate e non scientificamente convalidabili, che meriterebbero altrove ben più ampio spazio di riflessione].

Di Cataldo fa poi riferimento ad un dato, che presumiamo possa essere lo stesso che la settimana successiva a Milano verrà ripreso dal prof. Casonato (minuto 1.53.30):
  • "Noi avvocati, noi psicologi e noi giudici, le sappiamo queste cose? Sappiamo che abbiamo un tasso di errore, di falsi abusi altissimo? Negli Stati Uniti si mitiga la situazione, perchè ci sono tutti questi screenings, che vengono fatti in precedenza, da noi arrivano tutti. Quindi, come possiamo, quando affrontiamo un processo per abuso sessuale, noi dovremmo avere la nozione, la conoscenza, la sicurezza, che abbiamo davanti un caso che può essere vero soltanto nel 10% dei casi. Vedevo delle tabelle stamattina, dalle quali risulta a livello nazionale, che il dato dei falsi abusi, di abusi sessuali, è pari al 94,6%".
Resta da chiarire come mai il tasso si trasformi nel 96% per Casonato e resta il mistero di quali tabelle avesse consultato la prof.ssa De Cataldo in mattinata, e se magari esse contenessero quei "dati diffusi dalla magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario" cui Casonato sembra riferire il proprio convincimento.

Già nei giorni immediatamente successivi, il dato sembra aver già iniziato a diffondersi, ad esempio in un articolo de La Stampa del 30 maggio 2009, a proposito delle spese che la Regione sostiene per mantenere i minori in comunità:
  • «Spesso si colpevolizzano i genitori contestando loro abusi psicofisici: ebbene, nel 96,4% si tratta di falsi abusi» è emerso nel convegno nazionale sul tema «Capacità genitoriale... genitori imperfetti per figli perfetti», promosso dall'associazione «Tuseimiofiglio», all'Auditorium della Banca Popolare di Novara. (...) Secondo Emanuele De Porcellinis, dirigente della Divisione anticrimine della questura, «a volte gli assistenti sociali sopravvalutano segnalazioni di insegnanti, amici, conoscenti e scatta la segnalazione al magistrato; il minore viene portato in comunità, con conseguenze non sempre positive». Rincara lo psicologo Marco Casonato: «Meglio sarebbe appoggiarsi a parenti e amici».

Ci auguriamo davvero che qualche lettore possa aiutarci a ricostruire l'origine di questi dati ed a capire se il 96,4% è diventato 94,6%, o viceversa.
Eppure poco cambia, perchè tutti quei numeri ci appaiono di gran lunga fuori misura.
Temiamo di essere di fronte ad una macroscopica cantonata.

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Senza addentrarci qui nella rassegna della letteratura epidemiologica, la questione del tasso dei falsi abusi (ovvero della proporzione di accuse o dichiarazioni di abuso sessuale su minori, che si rivelano infondate) può essere a grandi linee così riassunta:
  • i dati della ricerca accademica sull'insieme complessivo dei vari tipi di abuso sono molto variabili, in un range che va da stime attorno a pochi punti percentuali, fino a stime che approssimano al 50% del totale. Troppe ricerche, troppi risultati e troppo disomogenei per considerarli univoci, tuttavia volendo fare media grossolana dei risultati di tutto il corpus empirico, essa converge ad occhio e croce su una segnalazione falsa ogni 3;
  • i dati provenienti dai servizi governativi di rilevazione negli USA e in Canada (decisamente più strutturati e attivi dei nostri), indicano invece percentuali ben superiori, per cui circa 2 segnalazioni su 3 di quelle per abuso sessuale si rivelano infondate;
  • dai suddetti dati complessivi, merita una distinzione il caso delle denunce di presunto abuso sessuale emerse in ambito di separazione coniugale conflittuale, delle quali univocamente i ricercatori indicano l'elevato rischio di falsità (e spesso la strumentalità intenzionale). Quasi tutte le ricerche in proposito convergono su almeno metà dei casi falsi (ad es. una recente ricerca italiana multi-centro, ha misurato un 58% di falsi abusi in queste condizioni);
  • ancora diverso il caso specifico degli abusi sessuali di tipo "collettivo", ovvero i famosi "asili degli orchi" di cui il nostro blog si occupa con particolare attenzione. Fin dall'inchiesta di Ken Lanning per l'F.B.I. nel 1992, è noto che su centinaia di casi simili emersi nel mondo (tra cui anche diversi che portarono a condanne giudiziarie confermate), in realtà solo una manciata di essi conteneva elementi obiettivi minimi di verosimiglianza, al punto da sollevare fondati dubbi se ne sia mai esistito anche solo uno vero.

Dunque, solo nel caso degli abusi sessuali collettivi (ad es. tipo Satanic Ritual Abuse, come a Rignano Flaminio o Brescia), le scienze forensi propongono una epidemiologia decisamente schiacciante, a favore dell'ipotesi della suggestione collettiva.
Per tutte le altre tipologie di presunto abuso sessuale, intra-familiare o extra-familiare, le probabilità aprioristiche che una segnalazione sia vera o falsa non sono mai molto lontane, il rapporto oscilla magari tra 1:2 o 2:1 a seconda degli orientamenti e delle ricerche che si vogliono privilegiare, ma la situazione di fronte a qualsiasi segnalazione non è mai molto lontana da quella di un lancio di monetina: testa è vera, croce è falsa.
E forse è bene che sia così, in quanto simili dati delle scienze forensi comunicano in modo lampante ai giuristi che ogni caso va indagato senza preconcetti, rimboccandosi le maniche e cercando riscontri in entrambe le direzioni (vero abuso, o suggestione). Nessuna ipotesi soverchia o elimina l'altra.

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La proporzione del 96% diffusa dal prof. Casonato, indicherebbe invece un solo caso vero per ogni 25, e risulta di gran lunga al di fuori dei parametri attualmente in discussione in campo epidemiologico. Tanto da far pensare ad un refuso.
Come ogni affermazione straordinaria, per essere presa in considerazione andrebbe supportata da evidenze altrettanto straordinarie, per validità e rigore metodologico; purtroppo nella suddetta riduzione giornalistica del pensiero di Casonato, non ne vengono indicate chiaramente le fonti. Né la prof.ssa De Cataldo lo fece la settimana prima a Montecitorio.

Tanta fumosità ci induce al massimo dello scetticismo.
La questione potrebbe avere a che fare con un problema di definizione, ovvero di cosa sia da considerare "falso abuso" (ne approfittiamo per citare a tale proposito un recente articolo dal blog de "Il Giustiziere"). La stessa prof.ssa De Cataldo, nella brevità del suo intervento al convegno di Montecitorio, non specifica questo punto e probabilmente sta facendo riferimento solo ad un ambito di osservazione molto limitato (il processo penale), una scelta che lascia spazio ad alcune obiezioni e impedirebbe comunque di estendere quelle proporzioni al totale delle situazioni di segnalazione di presunto abuso.

Stando così le cose, nelle more che qualcuno ci faccia vedere dati scientifici verificabili (che allo stato attuale ci appaiono altamente improbabili), prendiamo fermamente le distanze da simili dati percentuali.

L'aspetto peggiore di questa faccenda, sta nella scivolosa prossimità al 100% delle percentuali di falso abuso diffuse in queste occasioni, talmente elevate da approssimare la rimanenza degli abusi veri residui allo zero. E ciò rischia di dare fiato e ragione alle accuse di negazionismo che spesso provengono da alcuni abusologi e che finora avevamo sempre potuto a buon diritto contestare, in quanto loro erronee interpretazioni. Vale ancora, dopo queste imprudenti uscite?

Ci auguriamo che il prof. Casonato e la prof.ssa De Cataldo, vogliano fornire un chiarimento e una eventuale rettifica, in caso non fossero in possesso di fonti pienamente valide, verificabili e verificate per affermazioni tanto straordinarie e scivolose.



Aggiunta del 16/07/09

Riceviamo dal Centro Falsi Abusi la segnalazione precisa della fonte del discusso tasso di 96% di falsi abusi. La paternità del dato è dunque del Centro Falsi Abusi stesso, che lo aveva presentato già un mese prima dei convegni di Roma e Milano, in occasione della conferenza stampa "La sottrazione coatta di minori ed i falsi abusi" (Torino, 16/04/09).
Abbiamo riportato un fotogramma dai titoli di testa del relativo filmato (minuto 0:45), dai quali si evincono i termini del calcolo, riassumibili così:
  • al febbraio 2008 vi sarebbero stati nelle nostre carceri 890 detenuti per reati di abuso su minori (1320-430 ancora in attesa di giudizio);
  • stante che la pena minima per simili reati prevede 5 anni di detenzione, è stato approssimativamente stimato un numero annuale di 178 condanne (ovvero 890/5);
  • viene indicata una somma di 4950 denunce all'anno per reati di violenza sui minori (la fonte di questa cifra non è qui indicata, sarebbe interessante ricostruirne la provenienza);
  • sulla base di queste premesse, la proporzione di denunce che portano ad una detenzione carceraria per abusi su minori sarebbe solo del 3,6% (ovvero 178/4950);
  • per semplice differenza, viene considerato "falso abuso" il rimanente 96,4% delle denunce.

Abbiamo dunque un riferimento certo sull'origine di questo dato, che si rivela tutt'altro che fumoso ed inventato, e che si conferma essere del 96,4% come nell'arrotondamento del prof. Casonato (è presumibile che il 94,6% citato dalla prof.ssa De Cataldo fosse solamente un lapsus linguae e che la tabella cui ella fece riferimento fosse la stessa qui riportata).

Alcune osservazioni (N.B.: lo spazio commenti è aperto per altri suggerimenti in merito):
  • se ben intendiamo, il dato del 96,4% sarebbe riferito all'insieme complessivo delle diverse forme di abuso sui minori e non limitato all'abuso sessuale;
  • il dato del 96,4% è riferito esclusivamente al campo ristretto dei casi che attivano la giustizia penale, mentre non prende in considerazione l'insieme dei casi la cui segnalazione ed il successivo iter permane in ambito extra-giudiziale;
  • i termini del calcolo sono basati su stime piuttosto approssimate, soprattutto al numeratore. Non è certo questa una colpa degli autori, che si impegnano comunque a produrre cifre concrete partendo da statistiche molto frammentarie (per rimanere in tema di rape, è noto che sia difficile cavarne sangue, ma resta encomiabile lo sforzo di provarci). Consideriamo scandalosa l'incapacità del ministero di praticare una banale raccolta ed uniformazione dei dati della giustizia penale, come già lamentato anche dalla prof.ssa De Cataldo;
  • il colpevole e l'evento-abuso vengono identificati in modo biunivoco con il singolo detenuto carcerario. Questa opzione lascia perplessi sotto parecchi punti di vista, a cominciare dal fatto che non tiene conto della possibilità di multipli abusi da parte dello stesso reo: ad esempio, se allo stesso carcerato fossero stati riconosciuti più episodi di abuso (corrispondenti ad altrettante denunce), in questo calcolo solo una di esse viene tenuta per buona, mentre tutte le altre (pur giunte a condanna esecutiva) vanno erroneamente a gonfiare la percentuale dei falsi abusi;
  • gli autori di questo calcolo impostano una definizione molto estensiva di "falso abuso", per tutti quei casi in cui l'iter processuale non giunge all'esecuzione di una pena detentiva. Se ben intendiamo i termini della tabella, ne deriva ad esempio che il dato dei falsi abusi viene erroneamente gonfiato anche da tutti i casi di pena alternativa alla detenzione carceraria, o di processi non finalizzati (ad es. per prescrizione).
Quest'ultima osservazione riapre la delicata questione della mancanza di una definizione condivisa di cosa debba intendersi per "falso abuso". Gli autori della statistica scelgono qui di considerare "falsi" anche tutti quei casi in cui il reato resta solo presunto ed impunito per insufficienza di elementi probatori, una determinazione del tutto valida i fini dell'amministrazione della giustizia (secondo il ben noto principio dell'onere della prova), ma non altrettanto pregnante ai fini dell'epidemiologia dell'abuso sui minori.
Non ci sembra questa una definizione, né un dato percentuale alla quale possono validamente attendere le scienze forensi.

In altre occasioni abbiamo contestato l'imprudenza e la disinformazione da parte di chi sbandierava prematuramente all'opinione pubblica dati allarmistici sull'abuso, basati in realtà su ricerche pur interessanti per il ristretto ambito dei cultori della materia, ma di validità ancora ignota e lacunosa (cfr. ad esempio il famigerato allarme di "un bambino su sei è abusato" diramato dal dott. Pellai attraverso IAD Bambini Ancora).
Secondo lo stesso principio, invitiamo gli autori di questo filone di studio sul tasso di falsi abusi a proseguire in questa riflessione ed a sottoporre davvero i propri dati al vaglio della comunità scientifica, mantenendo però nel frattempo maggiore prudenza per quanto riguarda la diffusione di simili percentuali alle agenzie di stampa ed al grande pubblico.

Sospendiamo qui provvisoriamente l'analisi, rinviando i lettori interessati allo spazio commenti ed a eventuali futuri aggiornamenti.

Ugo



POST SCRIPTUM

Nel suo articolo, Vania Gaito conclude l'astiosa carrellata di accuse e allusioni con alcune domande, a cui val la pena dare ancora una volta una risposta, sebbene temiamo che anche stavolta si vorrà far finta di non aver sentito:
  • "Resta inoltre un interrogativo. Perchè, nel corso di questo convegno non è stato mai ricordato che sono migliaia i casi di abuso che non vengono mai neppure denunciati?"
Perchè non era quello il tema del convegno. La pedofilia sommersa non c'entra nulla con la questione dell'accertamento giudiziario sulle segnalazioni e sulle testimonianze di presunto abuso sessuale. Non è compito dei tribunali andare in giro a cercare denunce, ma solo quella di vagliare le denunce presentate. Vania Gaito troverà qui una più esaustiva definizione logica della questione. E comunque, se le segnalazioni sono ancora poche, Vania Gaito dovrebbe lamentarsene con chi si occupa di tutela minorile e assistenza sociale sul territorio, che c'entrano gli avvocati e le Camere Penali?
  • "Perchè non è mai stato posto l'accento sulla gravità di un fenomeno in dilagante espansione e si è tentato invece di propugnare la teoria secondo cui ci sarebbe addirittura una diminuzione dei casi di abuso sessuale?"
Perchè il fenomeno non è affatto in "dilagante espansione". E perchè non c'entra nulla col tema del convegno, come si fa a spiegare a Gaito e agli altri abusologi ossessivamente monotematici, che i tribunali non sono la sede per l'allarmismo sociale e la lotta contro la pedofilia?
Comunque, la forte diminuzione di cui ha parlato la prof.ssa De Cataldo è quella misurata dagli enti governativi negli USA, ove il fenomeno si è dimezzato rispetto al decennio scorso. Non è una sordida teoria che si è tentato di propugnare, quanto la semplice citazione di dati pubblici e già accuratamente interpretati dal gruppo di Finkelhor (che speriamo adesso Gaito non voglia accusare di essere anche lui in combutta coi pedofili). Vania Gaito troverà qui gli stessi riferimenti citati da De Cataldo (a proposito, ad aprile è stato pubblicato il nuovo "Child Maltreatment 2007", non l'abbiamo ancora letto, nei commenti vogliamo parlarne e vedere se ci sono novità?).
  • "E' vero che esistono alcune denunce di abusi che si rivelano false, come nel caso riportato anche in Viaggio nel silenzio. Tuttavia è necessario operare un distinguo, poichè i casi denunciati non equivalgono a tutti i casi di abuso. La stragrande maggioranza degli abusi non viene mai denunciata. Com'è possibile dunque anche solo pensare di poter fare una statistica di una qualche validità?"
Vedi risposta alla prima domanda, l'errore nella logica di Gaito è lo stesso: il falso abuso, per definizione è un presunto abuso segnalato, è ovvio che la percentuale dei falsi abusi può e deve essere calcolata solo rispetto all'insieme dei presunti abusi denunciati. L'abuso sommerso, che siano pochi casi o milioni di casi, non c'entra un fico secco e non incide sulla percentuale dei falsi abusi.
E' un problema distinto, che non riguarda i tribunali, né gli avvocati della difesa, Gaito se ne faccia una ragione. Ben vengano più segnalazioni di possibile abuso (se raccolte con criterio e senza indulgere in isterismi sociali), ma si lasci che poi i tribunali le vaglino ciascuna di esse, senza pregiudizi e nel pieno rispetto dei diritti alla difesa ed al giusto processo.
Se poi anche per Gaito le segnalazioni fossero ancora troppo poche e il fenomeno non in riduzione veloce come negli USA, le suggeriamo di associarsi a noi e scrivere il prossimo articolo contro l'inefficienza delle politiche preventive attuali e delle associazioni territoriali, a partire dal CISMAI.

martedì 30 giugno 2009

Ritenta, sarai più fortunato

L'ultima trovata nella indecente inchiesta sui presunti orrori pedosatanisti di Rignano Flaminio, ha trovato spazio solo sulle pagine di Viterbo Oggi del 26 giugno:
  • "Individuato e ispezionato dal nucleo di Pg della procura della Repubblica di Tivoli, il quarto presunto luogo in cui sarebbero avvenuti gli episodi di pedofilia che avrebbero avuto per vittime oltre 20 alunni della scuola materna "Olga Rovere" di Rignano Flaminio. Si tratta di una villetta nelle campagne del paese al confine tra le province di Roma e Viterbo. Salgono a quattro i luoghi in cui, secondo l'accusa, potrebbero essere avvenuti gli episodi di pedofilia, per i quali sono indagate tre maestre, una bidella e il marito di una delle insegnanti. I primi tre luoghi non sarebbero stati riconosciuti dai bambini. Nei giorni scorsi, il pm Marco Manzi, della procura di Tivoli, ha fatto notificare ai difensori degli indagati l'ennesima chiusura delle indagini preliminari, che erano state prorogate proprio per compiere accertamenti sulla quarta villetta. Secondo indiscrezioni, anche in questo caso, non sarebbero emersi elementi significativi e nessun bambino avrebbe riconosciuto il luogo".
Siamo a 3 anni dall'inizio delle indagini.

Ugo

[questo post e' ispirato da un commento al precedente articolo da parte di un lettore anonimo, che ringrazio]

domenica 14 giugno 2009

Master of puppets

Dal blog di Massimiliano Frassi, scopriamo nell'articolo di ieri che il presidente di Prometeo onlus e sedicente esperto di pedofilia, sarebbe in possesso addirittura di ben 4 titoli di master:
  • "Durante il mio terzo master in criminologia (terzo di quattro!) studiai, presso l’università di Bristol, la relazione tra il sexual offender e l’ambiente che lo circondava".
Quattro master son proprio tanti tanti. E se c'è il punto esclamativo, allora dev'essere certamente vero.
Poco importa se all'Università di Bristol non risultano master in criminologia, si vede che c'erano quando Frassi vi studiò. O forse Frassi sta confondendo il termine "master" con qualcos'altro, sarebbe utile che chiarisse meglio.
Difficile invero trovare università dove si rilascino tanto facilmente al primo venuto dei titoli di studio specialistico in criminologia, senza richiedere come prerequisito nemmeno il possesso di una laurea in legge/medicina/scienzeumane. Per chi come Frassi ne fosse sprovvisto, l'Università di Bristol indica come entry requirements ai programmi LLM (master in legge) almeno "a recognised professional legal qualification". Per accedere ad un Advanced Award in Legal Studies (che non sarebbe comunque equiparabile ad un master), la politica accademica prevede invece maglie più larghe, ai candidati basta "demonstrate that they have sufficient experience and education to benefit from the programme".

Può darsi che Frassi li abbia convinti mostrando la medaglia dell'FBI.
O forse sta solo sparando fanfaronate galattiche.

Purtroppo dovremo tenerci la curiosità, sappiamo che Massimiliano Frassi non ama la trasparenza e difficilmente vorrà accettare di rendere pubblici i propri titoli di studio, a cominciare dalla laurea conseguita. Ci auguriamo però che il prossimo funzionario o politico che vorrà assegnare a Frassi un pubblico incarico (sia esso un corso alla Polizia, o una perizia), prima gli chieda almeno di documentare il proprio curriculum con carte timbrate e non solo con punti esclamativi.

- - -

Comunque sia, non nutriamo dubbi che Frassi un po' di criminologia a Bristol la possa aver studiata davvero, anche perchè egli nel brano immediatamente successivo del suo sgangherato articolo, riesce ad esprimere finalmente un concetto sensato e competente. Vediamo quale.

Frassi si rivolge qui ai membri di un comitato di cittadini reggiani, nato spontaneamente a difesa di un indagato per pedofilia, ammonendoli affinché essi non trasformino il proprio umano sostegno, in una battaglia troppo urlata ed irrigidita sulla pregiudiziale ipotesi della sua innocenza.
L'abusologo bergamasco li avverte del rischio che, così facendo, essi stiano impostando un potenziale conflitto di lealtà ed una eccessiva identificazione con un falso Sé, col risultato di bruciare il terreno attorno al loro protetto e precludergli ogni futura possibilità di ravvedimento, o di elaborazione di una colpa, che andrebbe considerata possibile almeno in linea di principio. Frassi cita loro l'esempio di un sex offender, abile a dissimulare sotto inchiesta:
  • "Paradossalmente tanto più la gente gli credeva (grazie anche al fatto che lui era stato bravo a proclamarsi innocente…la spiego male e velocemente per brevità, ma sono certo che mi capirete), tanto più a condanna avvenuta lo stesso tentava il suicidio. Perché a condanna avvenuta il castello creato incominciava ad incrinarsi, la facciata a crollare e lui, per difendersi, si toglieva di mezzo. Parlo ovviamente di pedofili accertati e non mi rivolgo al vostro caso, noooo….però vi suggerirei un altro tipo di approccio. Perché questo, quello cioè che avete in corso, potrebbe un giorno diventare pericolosissimo per il vostro assistito. E non vi libererete dai sensi di colpa, se allora darete la colpa a chi l’ha attaccato…… Vi consiglio pertanto di stargli vicino (ci mancherebbe altro, nessuno lo criticherebbe), ma da privati cittadini. Senza manifestazioni di piazza o altro, avrete peraltro tutto il tempo per farle se si scoprirà essere un povero innocente. Portare i processi in piazza, organizzare corsi dal titolo “Chi è il bambino”, attaccare associazioni anti pedofili….bhè non sono certo atteggiamenti scaltri, rispettosi ed intelligenti, tutt’altro……"
Questa raccomandazione di Frassi difficilmente potrà toccare i cuori di Michela e Federica, le due donne del comitato che si erano lamentate della sua pregiudizialità e a cui il sedicente abusologo si è degnato adesso di dedicare una risposta piena di infantile sarcasmo, dopo che egli già in passato ne aveva insultato più volte il comitato, talvolta anche con mezzi immondi.
Se egli avesse voluto tenere un canale di riflessione con questo comitato, forse avrebbe prima dovuto evitare di sbattere per mesi il loro tutelato già come un orco sulle pagine del proprio blog, in mancanza finora di qualsiasi pronunciamento di condanna. E' irritante sentire proprio uno come Frassi, pontificare adesso sull'importanza di non inchiodarsi da soli a verità pregiudiziali.

Ciò non toglie che, in astratto, il consiglio di Frassi rispetta una logica fondata e per una volta almeno rivela uno spunto di vera competenza criminologica.
Ma allora... perchè Frassi non si accorge che, a parti invertite, proprio il suo medesimo ragionamento dimostra anche la pericolosa gravità dei comportamenti tenuti dall'associazione Prometeo, nei casi giudiziari di cui si occupa?



Da questo pulpito?

Il 27 maggio scorso, la Corte di Appello di Brescia presieduta dal giudice Mario Sannite ha nuovamente assolto le due suore Orsoline, che furono accusate di orrendi stupri collettivi verso i bambini dell'asilo che gestivano a Cazzano Sant'Andrea (Bergamo).
La loro condanna in primo grado fece pensare ad un nuovo asilo degli orrori, un altro caso di presunto "satanic ritual abuse", che alla prova dei fatti si dissolve invece come una bolla di sapone e mostra la sua vera natura di fenomeno di suggestione collettiva, basata su isterismi popolari e cialtroneria del sistema inquirente.

Le prime (infondate) segnalazioni di due famiglie bergamasche contro le suore, furono raccolte nel 1999 proprio dallo sportello di Prometeo onlus, forse da Frassi in persona, e girate ai suoi amici in polizia giudiziaria. La pubblica accusa venne poi condotta dalla PM Carmen Pugliese, amica personale di Frassi e regolare ospite dei convegni di Prometeo, la stessa che nel gennaio 2009 scopriva improvvisamente il rischio di false accuse di violenza sessuale, ma nel 2000 dava ancora straordinario credito alle fantasie pedosataniste di Frassi ed alle bizzarre dichiarazioni riportate dalle mamme di quei bambini.

Deontologia vorrebbe che, se un'associazione antipedofilia segnala un caso alle autorità giudiziarie e smista le famiglie a servizi di cura psicologica, su quel caso si mantenga poi un rigoroso riserbo e una disinteressata astensione.
Niente di tutto ciò per Frassi, che scatenò invece più volte il suo blog e i suoi collaboratori al linciaggio pubblico delle suore, solo per attirare altra attenzione su di sé. In seguito più volte vi furono pubbliche prese di posizione contro Prometeo, ad esempio il 3/07/04 in un articolo sull'Eco Di Bergamo gli si intimava di chiedere scusa:
  • "(...) per tre anni le religiose non si sono dovute difendere solo dalle accuse mosse dai magistrati, ma anche dai giudizi (e pregiudizi) velenosi di chi è abituato a emettere sentenze irrevocabili prima ancora che la giustizia abbia fatto il suo corso. Sui siti internet di rumorosi paladini dell’antipedofilia si possono ancora oggi leggere ingiurie infamanti nei confronti delle due religiose ultrassessantenni"
Scuse mai pervenute. Son passati 5 anni e altre due sentenze, ma Frassi resta lì impalato, sempre uguale a sé stesso ed alle proprie peggiori fantasie. Sul suo blog, i vecchi articoli che parlano del caso sono ancora taggati sotto la voce "suore pedofile".

Si badi che in questo caso, la critica a Frassi e Prometeo onlus non è relativo mica solo a una questione di mala-propaganda e diffamazione sistematica delle suore; visto il suo comportamento successivo, appaiono leciti dubbi anche sulla obiettività delle delicate operazioni iniziali di raccolta anamnestica e segnalazione giudiziaria, che associazioni come Prometeo e soggetti non qualificati come Frassi, si arrogano in base a non-si-sa-quale ruolo istituzionale.

Della nuova assoluzione delle due suore Orsoline ne ha dato notizia anche il blog di Frassi. A denti stretti, per minimizzare l'assoluzione si reinventa però una categoria giuridica ormai da tempo cancellata dal nostro ordinamento giudiziario:
  • "PROVE INSUFFICIENTI! Come previsto assolte ieri le suore, con la seguente motivazione: insufficienza di prove."
Forse a Bristol, di certo non in Italia. Poco male, non scopriamo certo adesso l'ignoranza giuridica e la partigianeria del Frassi.
Furioso per la seconda sconfitta giudiziaria in pochi giorni, per entrambi i suoi cavalli di battaglia dell'abuso pedosatanista collettivo (dopo la recentissima conferma dell'assoluzione anche in appello per le maestre dell'asilo Sorelli di Brescia), Frassi sembra reagire stavolta in modo ancor più scomposto del solito e, in una sorta di psicodramma privato, urla al mondo che Prometeo non ha perso proprio nulla e che i suoi scopi non erano mica stati compresi:
  • "C’è probabilmente gente che pensa che il nostro lavoro sia quello di fare la caccia ai pedofili. Festeggiando a caviale e champagne quando vengono condannati e cadendo in depressione quando sono assolti. Inutile dire come questa gente (solitamente minoritaria e di parte, ma questo è un altro discorso) non abbia capito, per dirla con un francesismo, un cazzo! Poiché il nostro compito non è quello di fare processi di piazza, o caccia alle streghe, bensì di dare voce alle vittime (spesso con toni volutamente alti, frutto più di un grido di dolore che di arroganza!!!!!) e di dare sostegno alle stesse. Questo il nostro compito. Inutile, peggio, ridicolo, attribuircene altri."
In questa affermazione, Frassi stesso parrebbe confermare che gli operatori di Prometeo non stappano la classica bottiglia di champagne, quando festeggiano le condanne di presunti pedofili nei processi in cui sono interessati.
Il resto lascia invece delusi: dunque Frassi non avrebbe mai voluto dare, anzi "fare" la caccia ai pedofili, maddai? Come glielo spieghiamo adesso a tutti quei suoi fans, che l'anno scorso hanno perfino comprato da Prometeo la maglietta "I'm a pedohunter"? Son previsti rimborsi?
I lettori del suo mondo-blog dovranno abituarsi a tempi di magra, niente pù processi di piazza né mostri sbattuti in prima pagina?
Non è un caso se Frassi adesso schiuma contro quei cloni, che sul web lo stanno superando a destra:
  • "Non siamo un blog fatto di articoli copia e incolla, né la vetrina per poveri frustrati analfabeti che nella vita non sanno cosa fare e si danno identità e ruoli, che non hanno, né si meriterebbero….."
Non è la prima volta che ci rammarichiamo che a Frassi manchi uno specchio, quando lancia certe invettive. Fortuna che nel suo caso ci son ben quattro master in criminologia a legittimare il suo ruolo, no?

Di sicuro, nessun altro blogger potrà mai battere Frassi per punteggiatura pulp, dagli "esclamativi di garanzia", a tutte quelle serie di puntini, raramente tre alla volta come prassi, ma in sequenze creative, degne di un dialetto morse ... .. ...... .. .... (le stesse che si ritrovano anche in molte delle anonime "storie vere di abuso" che vengono pubblicate nella sezione "Le vostre testimonianze" del sito di Prometeo).
  • [P.S.: che siano i puntini messi a casaccio, il famoso sintomo patognomonico mancante della sindrome da vittimizzazione da abuso sessuale?]

Se c'è qualcosa di tragicamente ridicolo in questa storia, è la faccia tosta di un improvvisato scrittore, che per un decennio ha cercato con ogni mezzo di diventare il punto di riferimento italiano per tutte le cacce alle streghe pedofile e oggi rinnega il proprio passato, senza però chiedere scusa e rifondere i danni.


Dalla parte dei bambini, sempre?

Pur di distogliere l'attenzione dalle fallimentari crociate di Prometeo, Frassi fa finta di preoccuparsi oggi del comitato reggiano. Eppure egli nemmeno sa se, in caso di eventuale dimostrazione di colpa e condanna (il processo è in corso), essi vorranno magari cambiare registro ed aiutare il proprio protetto ad elaborare un diverso percorso. Valido il consiglio, ma lasciamogli almeno il beneficio del dubbio, no?

Invece, di Frassi e Prometeo purtroppo già abbiamo visto che neanche dopo la dimostrazione dell'errore, essi sospendono la cavalcata del delirio, né iniziano ad occuparsi del vero problema di quei bambini.
Stiamo parlando proprio del danno da impropria vittimizzazione giudiziaria dei bambini protagonisti delle vicende di falso abuso collettivo in tre asili tra Bergamo e Brescia, sui quali la Prometeo si è catapultata.
Entusiasta di poter gridare anzitempo al pedofilo, Frassi come un burattinaio ha organizzato le famiglie, indirizzato bambini a psicologi selezionati, preparato le loro audizioni, brigato con i procuratori e gli agenti di polizia giudiziaria, montato una durissima campagna mediatica, in cui perfino molti degli stessi genitori sono stati irresponsabilmente reclutati come collaboratori attivi.

Le stesse parole con cui Frassi oggi fa la predica al comitato reggiano sui rischi del pregiudizio, a rileggerle dovrebbero suonare sinistre anche per lo stesso abusologo:
  • quello cioè che avete in corso, potrebbe un giorno diventare pericolosissimo per il vostro assistito. E non vi libererete dai sensi di colpa, se allora darete la colpa a chi l’ha attaccato……
Non è esattamente ciò che razzola tanto male a Bergamo e Brescia?

Per capirne qualcosa di più su cosa combina l'Associazione Prometeo, vediamo il riassunto che ne dava Frassi stesso in un articolo tratto da Famiglia Cristiana:
  • "Composto da una trentina di volontari, tra i quali medici, psicologi, insegnanti, ma anche genitori toccati dalla piaga della pedofilia, "Prometeo", che collabora stabilmente con le Procure di Milano, Bergamo e Brescia, si è dotata di un centro d’ascolto che offre consulenza, accompagnamento del minore abusato, preparazione del bambino al colloquio e alle udienze in tribunale, che a volte possono rappresentare un’ulteriore violenza sulla piccola vittima. Di recente l’associazione ha inaugurato nella zona del Basso Sebino anche un "gruppo di auto-aiuto" per genitori di figli abusati: «Una specie di piccolo consultorio, in cui il condividere e verbalizzare l’esperienza traumatica contribuisce a far superare l’inevitabile fortissimo senso di colpa che accompagna queste coppie, e a far sopportare i tempi lunghissimi dei processi», spiegano a "Prometeo".
Oppure, da una intervista a Massimiliano Frassi:
  • D: Ti ho visto spesso insieme ai tuoi operatori fuori dalle aule di Tribunale. In paziente attesa. Cosa fate esattamente e puoi aiutarci a capire chi è il pedofilo che vi ritrovate ad affrontare al giorno d’oggi?
  • R: «Cosa facciamo?! Aspettiamo. Non così pazienti come dici di vederci, ma aspettiamo. Che finisca il processo, le vittime escano e possano trovare qualcuno che le accolga. Le accompagni fuori, anche solo per un caffé. Si faccia carico della loro sofferenza. Delle loro lacrime. Di quei racconti che hanno fatto loro rivivere tutto quanto. Ampliandone il dolore. Magari mentre a pochi metri di distanza “lui” il predatore sbadigliava annoiato o le sfidava, ridendo…..»

I maxi-processi di Bergamo e Brescia si stanno concludendo, dimostrando inequivocabilmente l'errore di genitori ed inquirenti della prima ora. Eppure gli stessi, forse comprensibilmente incapaci di liberarsi di un soverchiante senso di colpa, ancora danno la colpa dei sintomi fittizi dei minori, agli stessi fantomatici pedofili che senza successo hanno finora accusato. E trovano conforto solo rinchiudendosi nell'abbraccio di Mr. Prometeo, che li pettina con la propria becera partigianeria criminologica:
  • "Per questo quando si sente parlare di “genitori che si contagiano autoconvincendosi che i propri figli abbiano subito abusi” non si può che ridere. Amaramente".
Invece di studiarsi le sentenze e dotarsi di consulenti davvero preparati a 360°, che possano fornire un sostegno valido ai loro assistiti, oggi Frassi e i collaboratori di Prometeo inchiodano ancora quei bambini in una realtà ormai disconfermata.
"Dare voce alle vittime" non è mica sempre sinonimo di sostegno, né è sempre compatibile con la deontologia psichiatrica, ma questo Frassi non sembra averlo mai studiato a Bristol, e non mostra alcuna intenzione di cambiare marcia.
Stiamo parlando di parecchie decine di bambini lombardi, molti dei quali nel frattempo si saranno definitivamente lasciati convincere di aver vissuto traumi raccapriccianti, solo per evitare un conflitto di lealtà con le isteriche aspettative dei propri genitori.
Peggio ancora, per alcuni di essi si teme che ad anni di distanza possano essere ancora sottoposti a dannose psicoterapie antiabuso, per una diagnosi sbagliata dalla quale non vengono liberati solo per non contrariare Frassi e le psicologhe di fiducia di Prometeo.

Questa è la vera immane tragedia, di cui oggi le autorità giudiziarie e socio-assistenziali lombarde dovrebbero occuparsi almeno un minuto, dopo aver speso anni e milioni di euro appresso a criminologie e processi strampalati. Mentre le suore e le maestre indagate escono a testa alta dal tribunale, molti di quei bambini vanno ancora aiutati ad uscire fuori dal delirio pedosatanista in cui sono stati sprofondati.
Intanto la Procura di Bergamo, che pure avrebbe già tutti gli atti in mano, ancora dorme. Certo che, se dovessero decidere di scoperchiare finalmente il pentolone, la procura dovrebbe innanzitutto spiegarci quali siano stati i criteri per i quali Massimiliano Frassi e Prometeo onlus sono stati identificati come partner dell'azione giudiziaria di tutela minorile. Ma che non vengano a parlarci di troppi master in criminologia.

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Parafrasando Frassi stesso, agli operatori di Prometeo onlus e delle altre associazioni anti-pedofilia che si occupano di bambini vittime di presunti abusi,
  • consiglio pertanto di stargli vicino (ci mancherebbe altro, nessuno lo criticherebbe), ma da privati cittadini. Senza blog o altre piazzate, avrete peraltro tutto il tempo per farle se si scoprirà essere davvero una povera vittima. Portare i bambini da certi psicoterapeuti, sputtanare gli imputati a Montecitorio, organizzare centri di "preparazione" dei bambini alla udienza, diffamare gli avvocati della difesa….bhè non sono certo atteggiamenti scaltri, rispettosi ed intelligenti, tutt’altro……"
Forza, Frassi. Una embrionale logica di base dimostra di averla appresa, ci sembra che serva però almeno un altro master. Al quinto, forse gli insegneranno anche qualcosa sui pericoli dei falsi abusi e sui gravi danni che possono compiere le associazioni anti-pedofilia e di sedicente tutela dei bambini, sequestrandoli a vita in una sola verità potenzialmente dannosa e non revisionabile.

Ugo

martedì 19 maggio 2009

I bambini non possono mentire - 2

sabato 16 maggio 2009

I bambini non possono mentire

mercoledì 13 maggio 2009

L'avvocato Coffari, da Manhattan Beach al Masachussets

Ci siamo già occupati della disinformazione illogica e pregiudiziale che talvolta proviene dall'associazione "Movimento per l'Infanzia" e dal suo presidente, Avv. Andrea Girolamo Coffari.

L'avv. Coffari è reduce dalla sonora sconfitta delle parti civili al processo di appello per il caso dell'asilo Sorelli di Brescia, che è stato nuovamente riconosciuto del tutto insussistente (ovvero un falso abuso collettivo). Restano incredule le famiglie, che si erano pervicacemente convinte che i propri figli fossero stati abusati da una banda di orchi pedosatanisti, e si trovano adesso sbugiardati e costretti al pagamento delle spese processuali.
Pare ancor più incredulo l'avv. Coffari, che promette battaglia:
  • "In riferimento invece all’asilo Sorelli di Brescia vi è una recente sentenza della Corte d’Appello che assolve tutti gli imputati ma che per la qualità e la quantità delle testimonianze dei bambini e dei genitori, per i numerosi e inequivocabili segni trovati nelle parti intime dei bambini, ad avviso di chi ha seguito il processo come difensore della parte civile, presta il fianco a pesanti censure di legittimità una volta che sarà vagliata dai giudici della Cassazione".
Un'uscita davvero infelice quella di Coffari, in primo luogo perchè le motivazioni della sentenza Sorelli non sono ancora state pubblicate: egli sta cercando di spacciare già per fatti "pesanti", quelle che al momento non sono che sue mere speranze, ovvero che nella sentenza vi sia qualcosa contro cui appellarsi. Troppa fretta, brutto segno.
Ci risulta inoltre incomprensibile la logica per cui la presunta "quantità e qualità" degli stessi elementi probatori già portati al processo e per due volte valutati inconsistenti dalla corte, dovrebbe costituire elemento di "censura di legittimità" in Cassazione. L'avv. Coffari dovrebbe ben sapere che non può essere compito della Corte Suprema quello di rivalutare gli elementi probatori. Ma allora in quali censure sta sperando Coffari? Solo fumo, per convincere i suoi clienti a seguirlo ancora in Cassazione?
Non crediamo. Certe uscite sembrano piuttosto il segno di una difficoltà personale a confrontarsi con la realtà. Come un pugile suonato da un colpo da KO, l'avv. Coffari sta cercando di rialzarsi in piedi e dai suoi blog mena disordinatamente fendenti a destra e manca.

Ecco allora che sul neonato blog del "Movimento per l'Infanzia Lazio", la sua nuova collaboratrice Roberta Lerici ha pubblicato in data 11/05/09 un articolo firmato da Andrea Coffari, dal titolo roboante:
Finalmente, se ne sentiva il bisogno. A 26 anni di distanza dai fatti di Manhattan Beach, l'ideologo del bambinocentrismo ci spiegherà che cosa è vero e cosa è falso, sul più famoso caso di presunto abuso sessuale collettivo delle moderne scienze forensi.
E, a sorpresa, sembra che Coffari stavolta non voglia aprioristicamente negare la versione ufficiale (per cui si sarebbe trattato di un falso abuso per suggestione collettiva); egli si limita a definirlo "complesso e controverso".
Pur senza mai sbilanciarsi del tutto, per il Mc Martin l'avv. Coffari ravvisa comunque elementi di errore nelle indagini, di panico collettivo e di modalità di interrogatorio suggestivo ed induttivo sui bambini. Leggiamo il suo riassunto:
  • "All’indomani della denuncia la polizia di Los Angeles spedì una lettera a tutti i genitori dell’asilo che avevano iscritto i figli alla scuola sia per l’anno corrente che negli anni precedenti, in tale lettera si leggeva chiaramente che nell’asilo si sarebbero verificati atti di violenza sessuale a sfondo sado-masochistico e che era necessario che i genitori ascoltassero e interrogassero i loro figli che avevano frequentato l’asilo per verificare se fossero o meno stati vittime dei medesimi abusi. L’iniziativa della polizia scatenò nella piccola cittadina un vero e proprio allarme sociale associabile ad uno stato di panico collettivo, numerosi bambini furono sentiti dalla dott.ssa Kee Mc Farlane che, con metodi poco ortodossi (è necessario tenere a mente che eravamo nel 1983) quindi con il massiccio uso di domande suggestive, di modalità relazionali induttive, addirittura in alcuni casi utilizzando l’ipnosi, con vere e proprie pressioni psicologiche, ricatti e minacce per i bambini reticenti e infine premi e gratificazioni ai piccoli che invece decidevano di parlare, cominciò ad interrogare circa 450 bambini, di questi, Mc Farlane formulò ipotesi di abuso per 360, fra questi solo undici fecero delle ammissioni in sede processuale".
Più avanti, Coffari ribadisce con forza questi due punti:
  • "La decisione della polizia di Los Angeles di spedire una lettera a centinaia di genitori oggi è da considerarsi una operazione scellerata e capace di scatenare una vero e proprio panico collettivo".
  • "I bambini furono interrogati con metodi polizieschi, ricattatori, domande suggestive e modalità induttive che hanno gravemente viziato alla fonte le testimonianze".
Ormai l'avv. Coffari è uno dei nostri.
Anch'egli dimostra di credere, almeno in linea di principio, alla possibilità dei falsi abusi sessuali collettivi, e dimostra di comprenderne alcuni potenziali meccanismi.
Un bel passo avanti, rispetto ad un suo recente articolo iper-negazionista scritto il 24/03/09 per il notiziario "Dire Minori" (e riportato sul blog di Roberta Lerici):
  • "I condizionamenti involontari da parte di familiari o psicologi inesperti o addirittura da parte degli inquirenti rappresentano una categoria del tutto sconosciuta alla comune esperienza se riferita alla capacita' di questi condizionamenti, involontari, di generare delle false accuse. Non e' dato immaginare infatti, alla luce di tutte le ricerche scientifiche fino ad oggi svolte e della comune esperienza, come sia possibile involontariamente riuscire a stravolgere l'equilibrio psicologico di un bambino fino a fargli raccontare traumatici episodi di violenza sessuale".
Coffari si rimangia finalmente quella sparata e, almeno per il caso Mc Martin, inizia ad accarezzare la possibilità che certe cose esistano. Batti che ribatti, il dubbio entra anche nei pregiudizi più solidi.

E poco importa se nel prosieguo del suo articolo sul Mc Martin, l'avv. Coffari implori il lettore di credere che tutti i casi giudiziari simili successi in Italia, siano invece tutt'altra cosa, e che non abbiano proprio nulla da spartire col Mc Martin.
Egli cita l'asilo di Prato, l'asilo di Calabritto, l'asilo Bovetti di Torino e "altre denunce che riguardano asili posti nei paesi o nelle città di Rignano Flaminio, Bergamo, Brescia,Verona, Valle Lucania [sic], Asti, Gravina di Puglia, Roma, Palermo": per Coffari genuini episodi di pedosatanismo organizzato, indagati e dimostrati con perizia dalle nostre procure, senza gli errori e le suggestioni del Mc Martin.
Sì sì, come no?

Peccato per Coffari che chiunque conosca quelle vicende, sa perfettamente quanto disastrosa e irrituale sia stata spesso l'azione degli inquirenti e dei loro consulenti. E se l'avv. Coffari leggesse più attentamente anche il nostro blog e quello de "Il Giustiziere", avrebbe scoperto che tra il caso Mc Martin ed i casi di Brescia e Rignano Flaminio, non vi è solo una chiara similitudine, ma che vi sono elementi per sospettare che le indagini su questi casi italiani potrebbero essere state influenzate da metodi e pregiudizi che, attraverso Roberta Lerici, Massimiliano Frassi, Ray Wyre, Tim Tate, giungevano direttamente da quegli stessi che lavorarono e sbagliarono nel 1983 a Manhattan Beach:
  • "When Tate had visited the United States for the Cook Report he returned with a file of so-called "Satanic indicators" (signs for investigators to look for), given to him by cult-crime "experts" involved in the McMartin Pre-school Case. According to the JET Report, he gave these to Wyre (who knew nothing until then about Satanic Abuse)" (fonte).
Ray Wyre venne nel 2003 in Italia a parlarne ad un convegno della Prometeo di Massimiliano Frassi, portando in dono la stessa lista di "indicatori satanici". L'associazione Prometeo piombò sul caso di Brescia, che si colorì di dettagli degni di un sabba stregonesco.
E quando nel 2006 emersero i primi sospetti a Rignano Flaminio, la signora Roberta Lerici (oggi appassionata collaboratrice del Movimento per l'Infanzia di Coffari) per prima cosa studiò il caso di Brescia e si mise in contatto con Massimiliano Frassi e le sue fantasticherie:
  • "Della pedofilia non sapevo nulla. Mi sono messa a studiare. Ho scaricato da internet 2.500 file di interesse. E ne ho selezionati 600. Ho cominciato a trovare analogie con altri casi. E dopo che la preside della scuola mi aveva detto che "A Rignano sarebbe finita come a Brescia, con tante assoluzioni", ho preso contatto con l'Associazione Prometeo. Ho studiato i processi di Brescia per i fatti degli asili Abba e Serelli. Ho capito quali errori non dovevamo ripetere. Ho scoperto cos'è "l'abuso rituale" e il ruolo delle donne. Cos’é il "satanismo".
Se i bambini di Brescia e Rignano Flaminio hanno parlato di tunnel, calici di sangue, maschere e cani buttati nel fuoco, proprio come quelli del Mc Martin 26 anni prima, il nesso potrebbe essere molto diretto.

Ma non ditelo a Coffari, che resti nell'illusione di vivere nel paese dei balocchi. Basta credere a Coffari, e il nostro sistema di indagine antipedofilia vi apparirà ottimale e immune agli sbagli del Mc Martin.
Non gli hanno datto retta però quei giudici, che a Brescia hanno fatto a pezzi un'indagine degna del medioevo. Coffari c'era al processo, ma non sembra aver fatto caso a tutte le presunte prove poi smontate e alle manovre di suggestione invece dimostrate; il suo pensiero forse era già rivolto al futuro trionfo in Cassazione.

A proposito del caso di Prato (in cui le famiglie accusanti vennero difese dall'avv. Elena Zazzeri, che ritroviamo anch'essa nella recente caporetto di Brescia), così l'avv. Coffari:
  • "Il primo caso che si è concluso con una condanna definitiva, confermata dalla Corte di Cassazione, è quello dell’asilo di Prato, con più di trenta bambini vittime di abusi sessuali. È importante notare come la sentenza della Corte Suprema ha confermato la condanna solo per un bidello in quanto, pur essendo stato accertato che le violenze si erano verificate con la complicità di più adulti, dal tenore delle dichiarazione dei bambini si sono potuti ricostruire i fatti e individuare con certezza un solo responsabile delle violenze, purtroppo i giudici non sono riusciti ad identificare gli altri complici che pure esistevano e che oggi sono a piede libero. Una delle considerazioni più importanti che è necessario puntualizzare è che il processo di Prato si è concluso con una condanna nonostante che i bambini coinvolti non siano mai stati sentiti direttamente, le testimonianze infatti raccolte sono state tutte de relato".

Coffari non si accorge nemmeno di darsi la zappa sui piedi, e per ben due motivi:
  • in primo luogo, ci segnala egli stesso il vero motivo per cui a Prato si sia giunti ad una condanna tanto assurda, ovvero che i giudici hanno accettato per buone delle fonti di prova intollerabili per un sistema giudiziario democratico e garantista. I condannati di Prato finirono in carcere solo per le convinzioni de relato di un gruppo di mamme, chapeau! E per Coffari un simile caso giudiziario dovrebbe fare scuola e fornire dimostrazioni alla scienza forense?
  • in secondo luogo, Coffari si affanna a segnalare come per alcuni di questi casi l'esistenza delle orde pedosataniste negli asili sia accertata e valida per la scienza forense, sulla base della condanna giudiziaria definitiva. Il risultato processuale come criterio di validità scientifica. Bene, ha certamente una sua logica, ma è un'arma a doppio taglio: ci domandiamo infatti se in futuro (ad esempio se la Cassazione dovesse confermare l'assoluzione per la bufala dell'asilo Sorelli di Brescia), il nostro Coffari vorrà dimostrare tanta onestà intellettuale da confermare, secondo lo stesso criterio, che anche i casi nostrani conclusi con assoluzioni per insussistenza dei fatti, possono passare alla storia come falsi abusi collettivi.

Purtroppo, il criterio della condanna definitiva come elemento di verità scientifica viene applicato da Coffari in modo piuttosto pregiudiziale ed induttivo. Parlando di casi statunitensi, egli omette accuratamente di citare tutti quelli conclusi con assoluzioni per infondatezza (e la ricerca del FBI che ne accolse per "possibili" solo tre, tra le centinaia esaminati), mentre accenna nel suo articolo solo ai due casi di condanna per abuso rituale che è riuscito a trovare:
  • il caso dei Fuster all'asilo "Country Walk" di Miami nel 1985, del quale segnaliamo però a Coffari ed i suoi lettori anche la rivisitazione critica di Debbie Nathan, che pone forti dubbi sugli elementi probatori ed espone gravi sospetti sul ruolo nella genesi del caso della pseudo-giornalista Jan Hollingsworth (che fece la segnalazione alle autorità) e dello pseudo-psichiatra Joseph Braga (che interrogò i bambini). Si trattava di veri appassionati del caso Mc Martin, già da mesi in cerca di un caso simile in Florida, e che poi scrissero sulla vicenda il best-seller "Unspeakable Acts" (vi sarebbero dei parallelismi molto interessanti da esplorare tra la Hollingsworth ed il nostro Massimiliano Frassi); [AGGIUNTA 14/05: oggi sul blog de "Il Giustiziere" è stato pubblicato un tempestivo articolo di Sarvan '70, che specifica meglio questo caso ed espone le grandi perplessità che gravano sulla condanna ai Fuster]
  • il caso degli Amirault nel 1986 all'asilo "Fells Acres" di Malden in Massachusetts ("Masachussets" secondo la tastiera bambinocentrica di Coffari). Presentato anche questo come esempio valido di condanna, eppure basterebbe dare un'occhiata su Wikipedia per scoprire che la sentenza fu basata solo su dichiarazioni raccolte con metodi quasi coercitivi negli interrogatori dell'infermiera pediatrica Susan J. Kelley (che poi ha fatto una luminosa carriera come abusologa). La condanna subì poi per le due donne coinvolte una incredibile serie di rovesciamenti, e fu infine mantenuta sulla base del discutibile principio della necessità popolare di "finality", nonostante l'esplicito riconoscimento della corte che il loro processo non era stato giusto. Violet Amirault morì nel 1997, ancora in attesa di una sentenza definitiva, mentre Cheryl Amirault venne scarcerata nel 1999 sulla base di un ambiguo accordo col District Attorney che commutava la pena nel periodo di detenzione già svolta (una sorta di scurdammoce 'o passato). Insomma, non si direbbe proprio un caso da inserire a cuor leggero tra gli abusi rituali scientificamente accertati, ma Coffari lo ha fatto (in questo sito "innocentista" si trova una storia dettagliata del processo).
Coffari non si domanda il motivo per cui ormai da vent'anni in America non arrivano più simili condanne. Sulla base dei soli casi che si è accuratamente selezionato per darsi ragione, conclude invece così la sua carrellata partigiana:
  • "La verità quindi è che vi sono casi giudiziari di violenze sessuali collettive consumatisi a danno di bambini in tenera età ad opera di operatori degli asili che ospitavano le piccole vittime che si sono conclusi con un’assoluzione, anche se rimangono casi assolutamente controversi, e altri ancora che invece si sono conclusi con severe e sonore condanne nei confronti degli imputati".
Il motivo per cui solo le assoluzioni possono essere controverse e dubbie, Coffari non ce lo spiega.


Le fonti di Coffari

Alla pubblicazione de "La vera storia del caso Mc Martin", i commentatori del nostro blog hanno colto subito una stranezza nell'approccio di Coffari, il quale:
  • "da un lato ammette le domande suggestive, le indagini sbagliate, il contagio tra i genitori etc. etc. etc. (tutte condizioni, lascia intendere che "mai" si sarebbero verificate nei casi italiani....) dall'altro però, con tipico fare complottista insinua (l'accusatrice morta in circostanze misteriose, il detective suicida...) di losche manovre per mettere a tacere i testimoni!" (Gianni Perfetti)

Forse che l'ammissione della possibilità del falso abuso per suggestione, sia stata tanto sofferta per Coffari, da indurlo a non abbandonare ancora ogni speranza e tentennare sull'orlo dell'allusione al possibile mega-complotto di copertura degli abusi:
  • "Nel 1984 Yudy Jhonson, la madre del primo bambino abusato, morì in ospedale dopo essere stata ricoverata per abuso di alcool, la causa della sua morte ancora oggi è da molti ritenuta controversa perché i familiari sostengono che fosse allergica all’alcool e che sapeva di esserlo, per tale motivo gli stessi ritengono non plausibile che fosse morta per eccessivo uso di alcool. E’ importante aggiungere che, poco tempo prima della morte, la Jhonson aveva dato chiari segni di squilibrio mentale, si era infatti barricata in casa con il figlio, Mattew, sostenendo che pure il marito aveva abusato del bambino, vi è da precisare che a Yudy Jhonson, prima della morte, era stata diagnosticata una schizofrenia paranoie.
  • Nel 1986 il detective dell’accusa Bynum, considerato un teste fondamentale, che era riuscito a trovare dei riscontri compiendo degli scavi intorno all’asilo, venne trovato morto, apparentemente suicida, la sera prima che fosse sentito in aula".

Su quest'ultimo sospetto, ci risulta sia stato sollevato per la prima volta dall'archeologo E. Gary Stickel, chiamato nel 1990 da Ted Gunderson (il re dei mitomani e nostra vecchia conoscenza) per condurre gli scavi sotto l'asilo alla ricerca dei famigerati tunnel descritti dai bambini.
Il suo report viene criticamente analizzato da John Earl nell'indagine "The Dark Truth About the Dark Tunnels of McMartin", pubblicata sull'IPT Forensic Journal nel 1995, ove su questo punto così si chiosa:
  • "The insinuations that the McMartin defense had something to hide, that they suppressed evidence, and that Bynum's death was somehow connected to his recovery of animal remains from the McMartin property are irresponsible and without foundation".

Merita soffermarsi anche sulle perplessità diffuse oggi dall'avv. Coffari a proposito della morte di Judy Johnson ("Yudy Jhonson" per Coffari, se vuole scrivere davvero la vera storia del Mc Martin potrebbe iniziare copiando almeno i nomi giusti).
Andrebbe detto innanzitutto che l'allergia all'alcool non esiste (sul web ho trovato qui un chiarimento più esaustivo, da parte del Dott. Corica). La Johnson morì effettivamente nel dicembre del 1986 (1984 per Coffari) per intossicazione alcoolica, ma era ben noto che bevesse, in una intervista ce lo conferma perfino Jackie McGauley (leader del gruppo dei genitori accusanti a Manhattan Beach):
  • "She was allergic to alcohol. She told me that, but started drinking to escape the horror that her life had become".
Invitiamo allora l'avvocato Coffari a citare la prossima volta anche le fonti dei propri racconti, sempre che egli davvero voglia tentare la strada della documentazione scientifica rigorosa.
Egli non si è sprecato infatti ad indicare quale fosse la fonte di questo suo sospetto sulla morte della Johnson, ipse dixit, ma noi ce lo siamo domandati ugualmente e, sebbene non possiamo esserne certi, ci sembra che solo un autore abbia sollevato in precedenza la stessa domanda (e guarda caso, in concomitanza con dubbi sulla morte di Bynum e altri degli stessi elementi che ritroviamo oggi nell'articolo di Coffari):
Alex Constantine è un musicista e giornalista investigativo, convinto che la CIA conduca attraverso gli abusi satanici dei programmi di controllo della mente e che l'asilo Mc Martin fosse sede di esperimenti governativi di tortura sui bimbi. Autore di "Psychic Dictatorship in the United States" (che contiene la sezione su "Telemetric Mind Control" e quella su "CIA, Satanism & Cult Abuse of Children"); ha scritto anche un libro in cui avanza la teoria che la morte delle rock star sia parte di un complotto della CIA.

Vogliamo davvero augurarci che il presidente del Movimento per l'Infanzia, per raccontare alla nostra nazione "la vera storia del caso Mc Martin", forse alla disperata caccia di un appiglio per gettare dubbi anche su questo, non sia sceso tanto in basso.

Ugo
 
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