Dal blog di Roberta Lerici, leggiamo la trascrizione di un articolo di Marida Lombardo Pijola pubblicato il 31 ottobre su Il Messaggero, per raccontare lo stato delle famiglie accusanti a Rignano Flaminio, in occasione della recente prima udienza di fronte al GUP:
- "con un dolore denso e sobrio, davanti all’aula in cui si celebra l’udienza preliminare contro le maestre, la bidella, il regista".
Ne riportiamo qui i passaggi più significativi (i nomi sono fittizi), sia chiaro che non vi è pretesa alcuna di oggettività, sono osservazioni filtrate dal racconto dei genitori e dal resoconto giornalistico:
- «Ogni buona giornata è un regalo, e non c’è un singolo giorno in cui non pensiamo a quello che è accaduto, e non ci chiediamo come starà Giuseppe, che umore avrà, se avrà qualche crisi, se riuscirà a vivere da bimbo normale, oppure no. A volte è sereno, a volte no. Come tutti gli altri» (...) Gli incubi riescono a scavalcare la distanza che mamma e papà hanno voluto mettere tra lui e Rignano, lo inseguono fino in Germania, dove si è trasferita la famiglia. «Speravamo che dimenticasse, si è inserito bene nella nuova vita, ma poi, all’improvviso, di notte, viene preso da attacchi di panico, comincia a gridare disperatamente, a piangere, ma non sa spiegarne le ragioni. La psicologa che lo ha in cura sostiene che si tratta del ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso»;
- Rita è rimasta a Rignano, invece, «temevo che portarla lontano avrebbe potuto accentuare il trauma e il suo disagio», racconta la sua mamma. Poi capita che in mezzo alla strada o in un negozio Rita riconosca qualcuno della scuola, «e allora si irrigidisce, si spaventa, si stringe a me, cerca di nascondersi»;
- E poi Carlotta che certe sere rifiuta di farsi lavare, «non vuole essere toccata», racconta sua madre, come se qualcosa di profondo avesse manipolato il suo pudore, interferito nel suo rapporto col suo corpo;
- Marco ogni tanto viene assalito dalla violenza di un ricordo che non riesce a governare, e allora piange, e torna a parlare della casa, delle maestre, dei signori cattivi, di quei ”brutti giochi”;
- Nicola, a sette anni, è sotto scacco da parte di certe insicurezze, che capovolge in certi strani effetti secondari: non vuole accudimento da parte nessuno, si comporta come un piccolo adulto che ha conquistato la sua indipendenza. «La psicologa- dice suo padre- ci ha spiegato che vuole essere autosufficiente perché non si fida più degli adulti, neppure di sua madre e di suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito».
- 1. i bambini sono stati davvero abusati dalle maestre pedosataniste, in modalità più o meno congruenti con quanto riferito nelle prime denunce;
- 2. i bambini reagiscono ad un fenomeno di isteria collettiva dilagato tra di essi e tra le loro famiglie, innescato e/o alimentato da erronee o imprudenti diagnosi medico/psicologiche.
- nel primo caso, accertate le colpe della squadraccia di pedofili, i criminali individuati dalla procura verranno condannati e pagheranno secondo codice penale;
- nel secondo caso, se venisse accertato che i pedofili esistevano solo nelle fantasie dei genitori e dei clinici che li hanno presi in carico, qualcuno pagherà per la sofferenza inferta a questi bambini?
Alcune riflessioni sul ruolo dei consulenti tecnici:
- pare (dico pare, ma andrà accertato) che tra i clinici che visitarono i bimbi nelle prime fasi, vi sia stato chi abbia formulato per alcuni di essi una diagnosi certa di abuso sessuale. Tuttavia l'abuso sessuale è un delitto, non una malattia, e lo accertano i giudici e non i medici o gli psicologi. Accertarlo, è sempre una imprudenza professionale grave per un clinico (lascia perdere che la maggior parte degli psico-qualcosa invece afferma essere mansione propria, semplicemente non sanno quello che dicono e non resistono al desiderio di farla fuori dal vasino);
- quando un clinico si sbilancia a certificare un delitto di cui non è stato testimone diretto, a livello processuale si mette nella paradossale situazione per cui se ci azzecca è un sagace consulente tecnico, ma se sbaglia rischia di essere il vero colpevole (involontario, sia ben chiaro, ma sempre colpevole). Al tribunale di Tivoli, serve forse Perry Mason per il colpo di scena in cui il dito viene puntato verso il banco dei consulenti tecnici?
- c'è di peggio, qualcosa che coinvolge l'essenza profonda del dibattimento in corso. Il codice di procedura penale prevede che la prova si formi oralmente nel dibattimento, non sulle carte, ciò significa che per dare valore probatorio a quelle consulenze psicologiche bisognerà riascoltare in tribunale i clinici che le produssero tra il 2006 ed il 2007. Ma nel pasticcio in cui si sono cacciati cercando di essere protagonisti anzichè testimoni, la loro autonomia di giudizio è andata ormai a farsi benedire: chiamati alla sbarra, essi si renderanno certamente conto che cambiare idea o avallare una interpretazione diversa dei sintomi, significherebbe implicitamente auto-accusarsi di corresponsabilità nella produzione di una grave patologia comunitaria. Se c'è qualcuno che oggi tifa perchè i pedofili saltino fuori davvero, son proprio quei clinici che troppo frettolosamente ci hanno assicurato di averne visto segni inconfondibilili. Il loro ruolo neutrale e la loro autorevolezza in un ipotetico futuro processo sono ormai chimere, possibile non riconoscere il conflitto di interessi?
Il problema non è mica solo dei clinici che finora si sono improvvisati indagatori dell'abuso all'ombra della procura di Tivoli, ma coinvolge anche i terapeuti che successivamente hanno preso in cura i bambini:
- la psicologa che pretesta i sintomi al "ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso", o quella che incolpa "sua madre e suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito", saranno consapevoli di compiere un pericoloso azzardo diagnostico? Prima di procedere a terapia, hanno informato i genitori dei bambini del rischio di un errore interpretativo? E hanno richiesto loro un consenso scritto all'esecuzione di terapie anti-abuso, segnalando i rilevanti rischi iatrogeni secondari? Non sarebbe né deontologico, né molto furbo da parte loro tenersi il cerino acceso in mano, in attesa che i tribunali smontino una bufala alla quale ormai non credono più in molti (gli ultimi a dissociarsi fermamente sono stati l'attuale preside ed il consulente medico della Olga Rovere).
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Arianna di Biagio, presidente AGeRiF (qui sotto in versione seppiata), non perde occasione di nominare le perizie psicologiche, in cui crede ancora come all'oracolo. Tuttavia, ella forse non si rende conto di non fare un bel servizio a quei periti "sempre dalla parte dei bambini", sbandierando in continuazione quelle diagnosi "certe" di abuso, perchè in questo modo non fa altro che ricordare a tutti quanto sbilanciato ed imprudente fosse stato il loro lavoro. Prima o poi qualcuno oltre a noi potrebbe accorgersene, e rischiano dolori.
La squadra degli accusanti resta comunque compatta, secondo la velina AgeRiF pubblicata dal Messaggero:
- "La rabbia, tra i genitori di Rignano, si è trasformata in una specie di tristezza lancinante, in una pazienza cupa ma ferrigna, carica di attesa, di determinazione alla fiducia nei giudici e negli psicologi che hanno in cura i bimbi, in mano ai quali è finita la loro aspettativa di futuro".
Tre anni di terapia son tanti, soprattutto per bimbi di quell'età. La continuazione acritica delle stesse terapie antitrauma giova davvero ai bimbi, o serve piuttosto al terapeuta per non doversi mettere in discussione?
Un pronunciamento definitivo sul caso potrebbe giungere già nelle prime settimane del 2010, se il GUP decidesse di mandare in archivio questa strampalata inchiesta. Annullando anche le residue speranze delle famiglie AGeRiF in un risarcimento da chiedere alle maestre.
A chi rimarrà in mano il cerino della sofferenza dei bimbi, ancora acceso?
Ugo






