mercoledì 4 novembre 2009

Chi vuol tenere in mano il cerino acceso?


(dall'archivio di "Otto e Mezzo" del 10/05/07)

Dal blog di Roberta Lerici, leggiamo la trascrizione di un articolo di Marida Lombardo Pijola pubblicato il 31 ottobre su Il Messaggero, per raccontare lo stato delle famiglie accusanti a Rignano Flaminio, in occasione della recente prima udienza di fronte al GUP:
  • "con un dolore denso e sobrio, davanti all’aula in cui si celebra l’udienza preliminare contro le maestre, la bidella, il regista".
L'articolo ci aggiorna sulle condizioni attuali di alcuni dei bambini presunti abusati, dei quali Arianna Di Biagio, presidente dell’Agerif (Associazione Genitori di Rignano Flaminio), afferma che «Quasi tutti sono ancora in cura».
Ne riportiamo qui i passaggi più significativi (i nomi sono fittizi), sia chiaro che non vi è pretesa alcuna di oggettività, sono osservazioni filtrate dal racconto dei genitori e dal resoconto giornalistico:
  • «Ogni buona giornata è un regalo, e non c’è un singolo giorno in cui non pensiamo a quello che è accaduto, e non ci chiediamo come starà Giuseppe, che umore avrà, se avrà qualche crisi, se riuscirà a vivere da bimbo normale, oppure no. A volte è sereno, a volte no. Come tutti gli altri» (...) Gli incubi riescono a scavalcare la distanza che mamma e papà hanno voluto mettere tra lui e Rignano, lo inseguono fino in Germania, dove si è trasferita la famiglia. «Speravamo che dimenticasse, si è inserito bene nella nuova vita, ma poi, all’improvviso, di notte, viene preso da attacchi di panico, comincia a gridare disperatamente, a piangere, ma non sa spiegarne le ragioni. La psicologa che lo ha in cura sostiene che si tratta del ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso»;
  • Rita è rimasta a Rignano, invece, «temevo che portarla lontano avrebbe potuto accentuare il trauma e il suo disagio», racconta la sua mamma. Poi capita che in mezzo alla strada o in un negozio Rita riconosca qualcuno della scuola, «e allora si irrigidisce, si spaventa, si stringe a me, cerca di nascondersi»;
  • E poi Carlotta che certe sere rifiuta di farsi lavare, «non vuole essere toccata», racconta sua madre, come se qualcosa di profondo avesse manipolato il suo pudore, interferito nel suo rapporto col suo corpo;
  • Marco ogni tanto viene assalito dalla violenza di un ricordo che non riesce a governare, e allora piange, e torna a parlare della casa, delle maestre, dei signori cattivi, di quei ”brutti giochi”;
  • Nicola, a sette anni, è sotto scacco da parte di certe insicurezze, che capovolge in certi strani effetti secondari: non vuole accudimento da parte nessuno, si comporta come un piccolo adulto che ha conquistato la sua indipendenza. «La psicologa- dice suo padre- ci ha spiegato che vuole essere autosufficiente perché non si fida più degli adulti, neppure di sua madre e di suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito».
Sebbene l'articolista in diversi passaggi lasci intendere per certa la presenza di ricordi traumatici nei bambini, è bene ricordare che questa è solo la prima delle due principali ipotesi eziopatogenetiche, a spiegazione di sintomi infantili di questo genere:
  1. 1. i bambini sono stati davvero abusati dalle maestre pedosataniste, in modalità più o meno congruenti con quanto riferito nelle prime denunce;
  2. 2. i bambini reagiscono ad un fenomeno di isteria collettiva dilagato tra di essi e tra le loro famiglie, innescato e/o alimentato da erronee o imprudenti diagnosi medico/psicologiche.
O l'uno, o l'altro:
  1. nel primo caso, accertate le colpe della squadraccia di pedofili, i criminali individuati dalla procura verranno condannati e pagheranno secondo codice penale;
  2. nel secondo caso, se venisse accertato che i pedofili esistevano solo nelle fantasie dei genitori e dei clinici che li hanno presi in carico, qualcuno pagherà per la sofferenza inferta a questi bambini?

Alcune riflessioni sul ruolo dei consulenti tecnici:
  • pare (dico pare, ma andrà accertato) che tra i clinici che visitarono i bimbi nelle prime fasi, vi sia stato chi abbia formulato per alcuni di essi una diagnosi certa di abuso sessuale. Tuttavia l'abuso sessuale è un delitto, non una malattia, e lo accertano i giudici e non i medici o gli psicologi. Accertarlo, è sempre una imprudenza professionale grave per un clinico (lascia perdere che la maggior parte degli psico-qualcosa invece afferma essere mansione propria, semplicemente non sanno quello che dicono e non resistono al desiderio di farla fuori dal vasino);
  • quando un clinico si sbilancia a certificare un delitto di cui non è stato testimone diretto, a livello processuale si mette nella paradossale situazione per cui se ci azzecca è un sagace consulente tecnico, ma se sbaglia rischia di essere il vero colpevole (involontario, sia ben chiaro, ma sempre colpevole). Al tribunale di Tivoli, serve forse Perry Mason per il colpo di scena in cui il dito viene puntato verso il banco dei consulenti tecnici?
  • c'è di peggio, qualcosa che coinvolge l'essenza profonda del dibattimento in corso. Il codice di procedura penale prevede che la prova si formi oralmente nel dibattimento, non sulle carte, ciò significa che per dare valore probatorio a quelle consulenze psicologiche bisognerà riascoltare in tribunale i clinici che le produssero tra il 2006 ed il 2007. Ma nel pasticcio in cui si sono cacciati cercando di essere protagonisti anzichè testimoni, la loro autonomia di giudizio è andata ormai a farsi benedire: chiamati alla sbarra, essi si renderanno certamente conto che cambiare idea o avallare una interpretazione diversa dei sintomi, significherebbe implicitamente auto-accusarsi di corresponsabilità nella produzione di una grave patologia comunitaria. Se c'è qualcuno che oggi tifa perchè i pedofili saltino fuori davvero, son proprio quei clinici che troppo frettolosamente ci hanno assicurato di averne visto segni inconfondibilili. Il loro ruolo neutrale e la loro autorevolezza in un ipotetico futuro processo sono ormai chimere, possibile non riconoscere il conflitto di interessi?

Il problema non è mica solo dei clinici che finora si sono improvvisati indagatori dell'abuso all'ombra della procura di Tivoli, ma coinvolge anche i terapeuti che successivamente hanno preso in cura i bambini:
  • la psicologa che pretesta i sintomi al "ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso", o quella che incolpa "sua madre e suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito", saranno consapevoli di compiere un pericoloso azzardo diagnostico? Prima di procedere a terapia, hanno informato i genitori dei bambini del rischio di un errore interpretativo? E hanno richiesto loro un consenso scritto all'esecuzione di terapie anti-abuso, segnalando i rilevanti rischi iatrogeni secondari? Non sarebbe né deontologico, né molto furbo da parte loro tenersi il cerino acceso in mano, in attesa che i tribunali smontino una bufala alla quale ormai non credono più in molti (gli ultimi a dissociarsi fermamente sono stati l'attuale preside ed il consulente medico della Olga Rovere).
- - -

Arianna di Biagio, presidente AGeRiF (qui sotto in versione seppiata), non perde occasione di nominare le perizie psicologiche, in cui crede ancora come all'oracolo. Tuttavia, ella forse non si rende conto di non fare un bel servizio a quei periti "sempre dalla parte dei bambini", sbandierando in continuazione quelle diagnosi "certe" di abuso, perchè in questo modo non fa altro che ricordare a tutti quanto sbilanciato ed imprudente fosse stato il loro lavoro. Prima o poi qualcuno oltre a noi potrebbe accorgersene, e rischiano dolori.



La squadra degli accusanti resta comunque compatta, secondo la velina AgeRiF pubblicata dal Messaggero:
  • "La rabbia, tra i genitori di Rignano, si è trasformata in una specie di tristezza lancinante, in una pazienza cupa ma ferrigna, carica di attesa, di determinazione alla fiducia nei giudici e negli psicologi che hanno in cura i bimbi, in mano ai quali è finita la loro aspettativa di futuro".
Ma siamo sicuri che proprio tutti i genitori (sebbene a buon diritto "accusanti") siano contenti di come finora certi terapeuti imprudenti hanno lavorato coi propri figli? Dopo anni di terapie dal presunto trauma, se i bambini ancora non migliorano, non sarà mica che la diagnosi potrebbe essere errata?
Tre anni di terapia son tanti, soprattutto per bimbi di quell'età. La continuazione acritica delle stesse terapie antitrauma giova davvero ai bimbi, o serve piuttosto al terapeuta per non doversi mettere in discussione?

Un pronunciamento definitivo sul caso potrebbe giungere già nelle prime settimane del 2010, se il GUP decidesse di mandare in archivio questa strampalata inchiesta. Annullando anche le residue speranze delle famiglie AGeRiF in un risarcimento da chiedere alle maestre.
A chi rimarrà in mano il cerino della sofferenza dei bimbi, ancora acceso?

Ugo

sabato 31 ottobre 2009

Multi-tasking

Il 29 di ottobre ha fatto scandalo la liberazione di due fiancheggiatori della banda di rumeni che il 22 gennaio scorso stuprarono una ragazza a Guidonia:
  • "Come sia accaduto che da ieri i due ventenni Mugurel Goia e Ionut Barbu, così si chiamano i fiancheggiatori, non abbiano più l'obbligo di dimora, si spiega con tre parole: "scadenza dei termini" è scritto nell'ordinanza. Liberi quindi, perché il pm - dopo la chiusura dell'indagine - non ha ancora formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio, sia per loro che per gli altri quattro connazionali, accusati della violenza. Una notizia che per l'intera comunità di Guidonia, è come un pugno nello stomaco. E non si dà pace neanche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. "E' uno scandalo". Ripete la frase tre volte, a voler rimarcare che questo per la città e per tutte le donne "è un segnale devastante. La magistratura, la macchina della giustizia, si deve rendere conto che così non si va da nessuna parte".
Tra i commenti più duri, segnaliamo un articolo uscito oggi sul quotidiano Il Legno Storto a firma di Davide Giacalone:
  • "Attenti, perché è peggio di quel che sembra. Il fatto: il 22 gennaio scorso, a Guidonia, una ragazza è aggredita e stuprata, cinque giorni dopo i carabinieri arrestano i presunti autori ed i complici, che ne hanno agevolato la fuga. Ci sono le confessioni, perché uno racconta che erano ubriachi e che avevano già provato, poche ore prima, ad aggredire un’altra coppia. Ci sono le prove, perché alla ragazza portarono via il telefono cellulare, con il quale uno dei criminali aveva chiamato casa. Fine della storia, e inizio della vergogna. Il pubblico ministero di Tivoli riceve le carte di un caso già risolto in partenza. E’ lo stesso pm che ha gestito l’accusa contro le maestre di Rignano, sospettate di pedofilia. Anche questa volta il suo nome rimbalza dalle agenzie alle televisioni, per planare sui giornali. Qui non lo faccio, il suo nome, perché tradizionalmente avverso al narcisismo giudiziario, e non lo faccio nemmeno per chiederne l’allontanamento dalla magistratura, perché provvedimenti di questo tipo non devono essere reclamati o istigati, bensì dovrebbero essere immediatamente vagliati da chi di competenza".
Il nome che Giacalone non fa, è quello del dott. Marco Mansi, sostituto procuratore a noi ben noto perchè da ben tre anni conduce la sgangherata inchiesta sui fatti di presunta pedofilia a Rignano Flaminio, una colossale bufala già in gran parte sconfessata dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione.
Fortuna che per il caso di Rignano, la procura finalmente è giunta ad una richiesta di rinvio a giudizio e l'udienza preliminare si è aperta proprio ieri, 30 ottobre, innanzi al GUP dott. Pierluigi Balestrieri. Il nome del PM Mansi si è ritrovato così sui giornali in due giorni successivi, una volta come accusato ed una volta come accusatore.

Quella di Rignano è una vicenda giudiziaria che si trascina da anni, non tanto per la sua complessità, quanto per il pervicace tentativo degli inquirenti di trovare prove di stupri pedosatanisti, avvenuti forse solo nelle ansiose fantasie di alcuni genitori, attraverso perizie psicologiche sempre più lunghe ed inutili e con ripetute scampagnate alla ricerca di sempre nuovi "casolari dell'orrore" (cfr. "Ritenta, sarai più fortunato"). Un impegno che evidentemente sottrae tempo al lavoro della procura su casi reali di violenza, un effetto collaterale che si produce quando gli inquirenti si buttano a pesce su una ipotesi colpevolista precostituita e rinunciano al proprio ruolo di filtro delle possibili false accuse per falsi abusi.

Adesso anche Giacalone si pone delle domande su come abbia passato il suo tempo il PM Mansi nel 2009, dopo l'incarico delle indagini sullo stupro di Guidonia:
  • "Insomma, il caso era chiuso pochi giorni dopo essere stato aperto, ma solo a giugno il nostro fulmine togato dichiara di avere terminato l’inchiesta (che ha fatto?). Passano i giorni, le settimane, i mesi. Ci sono le vacanze e, per giunta, lui chiede ed ottiene il trasferimento a Roma, quale premio per il gran bel lavoro svolto. Si arriva alla fine di ottobre e, oibò, che ti va a capitare? Sono scaduti i termini della custodia cautelare e lui non ha avuto il tempo e la serenità mentale per ricordarsi di chiedere il rinvio a giudizio dei due favoreggiatori, che se ne vanno liberi e fanno marameo. A gennaio scadono quelli per i violentatori". E giunge ad augurarsi che qualcuno nella magistratura di loro chieda "che il collega sia licenziato, con disonore".

Ci viene in soccorso l'avv. Carlo Taormina, legale di parte civile per le famiglie rignanesi accusanti, il quale ieri è uscito dalla prima udienza preliminare con una serie di dichiarazioni (riprese dall'articolo del Il Tempo di Roma) che rilanciano il suo stile della strategia dell'annuncio e ci danno un indizio su quali potrebbero essere stati gli impegni che hanno tenuto troppo occupato il PM Mansi:
  • «Da circa un mese - ha spiegato l'avvocato di parte civile - il pm sta lavorando su una nuova pista: nell'inchiesta potrebbero rientrare personaggi già coinvolti e poi usciti di scena».
Ecco, appunto, lo vedi che stava cacciando streghe per noi tutti?
A 3 anni e 3 mesi dalle prime denunce: fusse che fusse la vorta bbona?
Buon lavoro.

Ugo


P.S. ancora a proposito delle dichiarazioni di Carlo Taormina, c'è qualcosa che non ci suona affatto bene, laddove il famoso avvocato si rivolge così ad una delle persone indagate (la bidella di cui perfino la procura aveva già chiesto l'archiviazione):
  • «La signora Lunerti può stare tranquilla perché avrà il processo che merita».

sabato 19 settembre 2009

«Stanno cacciando il Pescecane!»

"Ogni volta che vengo invitato a un dibattito sull'efficacia della lotta alla pedofilia e sugli errori giudiziari di cui questa è lastricata, mi tornano in mente le estati della mia infanzia passate su una piccola isola della ex Iugoslavia. A volte la quiete delle rade veniva interrotta da un boato. Di colpo i grandi smettevano le loro attività per correre a scrutare l'orizzonte come il capitano Achab. Nelle giornate limpide si poteva osservare anche un alto spruzzo che accompagnava il botto. Boom, spruzzo, boom, spruzzo. Andava avanti per ore. Noi bambini sapevamo già di cosa si trattava, ma pazienti aspettavamo che l'adulto, facendo un'intensa pausa teatrale e abbassando il tono perché il vento non ascoltasse, proclamasse con enfasi: «Stanno cacciando il Pescecane!». Figura mitica che merita la maiuscola. Se ne parlava al porto, al mercato del pesce, nei bar del paese: il pescecane, seguendo le rotte delle navi dirette a Trieste, doveva passare di lì. E andava ucciso. Inutile dire che, in quindici anni, di squali appesi per la coda non ne ho mai visti. Una gran quantità di delfini, di piccole verdesche, perfino una foca monaca finita chissà come nel mare sbagliato, ma di predatori marini neanche l'ombra. Quello che invece si vedeva bene era lo scenario di morte che all'indomani si presentava sulla spiaggia: una mattanza di innocenti lasciati a marcire al sole, becchettata da grassi gabbiani ormai satolli.
I ragazzini del paese si procuravano bombe a mano e candelotti di dinamite, sempre disponibili in una terra martoriata da continue battaglie, e passavano l'estate così. A noi bambini di città tutto ciò pareva l'azione di perfetti imbecilli, ma i genitori sospendevano volentieri ogni giudizio ecologico e morale in virtù di quella nobile causa. E offesi dalla nostra presunta neutralità, ci tiravano in mezzo, facendoci presente che proprio noi piccoli umani rappresentavamo la preda più ambita per l'assassino dei mari.

Il ricordo torna attuale quando immancabilmente, nel corso del dibattito, una signora si alza con voce un po' astiosa dicendo: «D'accordo, lei avrà anche ragione, però i pedofili ci sono».
Strano destino quello di queste discussioni, nelle quali c'è sempre qualcuno che vuole convincerti di una cosa della quale sei da sempre convinto. «Sì, signora, esistono. E anche i pescecani.» (...)"

(dalla Premessa, pagg. 3/4)

Luca Steffenoni
"Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia"
Chiarelettere, 2009

Io lo sto leggendo, voi fate un po' come vi pare...

Ugo

mercoledì 26 agosto 2009

Il delicato equilibrio

Torniamo ancora sul report WHO-2006, graziosamente offerto dal CISMAI attraverso il portale web societario:
Il documento è una miniera di raccomandazioni e linee guida, generalmente equilibrate e sostenibili, forse più di quanto alcuni degli "accaniti" membri del CISMAI vorrebbero. Lo stile internazionalmente imposto agli operatori in materia di tutela minorile, ha infatti da tempo preso le distanze da certi eccessi da militanza antipedofila a senso unico (pag. 55):
  • Il Dipartimento di Salute Pubblica del Regno Unito sostiene che servizi efficaci per minori e famiglie siano il risultato di una combinazione di pratica basata sull’evidenza e “su un delicato equilibrio nel giudizio professionale” (Framework for the assessment of children in need and their families. London, United Kingdom Department of Health, 2000:16).
Alcuni passaggi del report WHO-2006, ci appaiono intrinsecamente incoerenti e difformi rispetto a quanto invece vediamo spesso applicare nella azione e nella propaganda degli stessi servizi CISMAI. Ad esempio, leggiamo alcune delle linee guida su come rispondere ai minori nel momento in cui essi iniziano a rivelare un maltrattamento (riquadro 4.1, pag. 59):
  • Rimanere calmi e non esprimere reazioni di shock, repulsione o indignazione morale, L’influenza di colui che ascolta è minore se lui o lei sono in uno stato emotivo, specialmente se le emozioni che esprimono sono diverse da quelle che il minore si aspettava.
  • Evitare di esprimere disapprovazione per il presunto colpevole, poiché il minore potrebbe amare od essere affezionato a questa persona, anche se l’abuso o l’incuria si sono già presentati.
  • Ascoltare attentamente il minore che sta rivelando il maltrattamento e evitare di riempire i suoi silenzi.
  • Permettere al minore di esprimere e riportare qualsiasi emozione lui o lei provi, piuttosto che fare ipotesi azzardate su quello che dovrebbe provare.
  • Non forzare mai il minore a mostrare ferite fisiche, o a rivelare sentimenti che egli non vuole condividere.
  • Evitare parole che possano disturbare o spaventare il minore, come “stupro”, “incesto” o “aggressione”.
  • Non fare nessuna ipotesi sull’identità del sospetto colpevole.
  • Rispondere alle domande del minore nel modo più semplice ed onesto possibile. Se, ad esempio, un bambino chiede” “Papà dovrà andare in prigione ora?” la risposta potrà essere “ Non lo so, altre persone decidono questo”.
  • Fare solo promesse che possano essere mantenute. Non acconsentire, per esempio, a mantenere segreto quello che il minore ha detto. Spiegare, in questo caso, che alcuni segreti devono essere condivisi per aiutare qualcuno o impedire che altre persone vengano ferite. Dire al minore che le informazioni saranno condivise solo con persone che cercano di aiutarlo e proteggerlo.
Ci auguriamo che presto il CISMAI voglia impegnarsi per estendere anche a tutti i propri associati queste norme di good practice.

- - -

Del paragrafo "Valutazioni sanitarie e forensi integrate" ci pare fondamentale anche l'insistenza del WHO sull'importanza che (pag. 57):
  • "Al fine di evitare vittimizzazioni future del minore, gli esami sanitari e l’indagine medico legale dovrebbero essere coordinate";
e ancora (pag. 58):
  • "Nel momento in cui si procede ad investigare su un’accusa è necessaria una valutazione forense, la valutazione sanitaria dovrebbe includere un esame medico legale condotto simultaneamente all’esame fisico, al fine di raccogliere campioni medico legali pertinenti. L’evidenza medico legale deve essere raccolta e catalogata secondo pratiche standard. Devono essere profusi sforzi per raccogliere l’evidenza medico legale necessaria per ottenere la protezione minorile e il risultato desiderati nel processo penale. Deve essere data priorità all’evidenza a cui le giurie danno il maggior peso. Una collaborazione e una buona comunicazione tra le forze dell’ordine, il sistema giudiziario, i servizi sanitari e gli scienziati forensi è importante nel momento in cui vengono raccolte, analizzate e interpretate le evidenze. La valutazione medico forense, include oltre all’esame medico legale, colloqui con persone che hanno denunciato l’abuso, il minore o i minori per i quali si ha un sospetto di abuso, coloro che sono accusati dell’abuso e di tutti gli altri individui interessati. Questi colloqui sono necessari per determinare i fatti nel modo in cui essi sono compresi da ognuna di queste parti, al fine di stabilire se il minore sia stato realmente abusato. L’interrogatorio forense dei minori comporta una capacità qualificata e se possibile, dovrebbe essere condotto da un professionista formato ed esperto. In alcuni paesi, l’interrogatorio medico legale è di responsabilità del settore legale o sociale e gli operatori sanitari non sono né formati, né autorizzati a condurlo. Dove possibile, l’interrogatorio forense dovrebbe essere associato alla valutazione di salute mentale, per diminuire al minimo il numero di colloqui ai quali il minore è sottoposto".
Le nostrane vicende ci raccontano invece di una pletora di psicologi ed assistenti sociali, nelle ASL o negli ambulatori, i quali di fronte al minimo sospetto di abuso non vedono l'ora di buttarcisi a pesce, improvvisando in autonomia cicli di test psicologici e colloqui clinici, che non rispettano standard medico-legali e inquinano solo la possibilità di condurre indagini peritali adeguate in futuro.
Ad esempio, qualcuno deve ancora spiegarci perchè i bambini dell'Olga Rovere furono inviati in massa al Bambino Gesù, ed accettati da notissimi professionisti del CISMAI per entrare nel percorso valutativo del "Progetto Girasole", ad indagini già avviate.

E allora, a proposito di stretto coordinamento tra azione sanitaria e giudiziaria, si ripensi all'assurdità della "doppia verità alternativa: clinica vs. forense" concettualizzata dal prof. Montecchi nel tentativo di svicolarsi dal pasticcio di Rignano Flaminio, per capire quanta strada alcuni servizi clinici afferenti al CISMAI devono ancora compiere, per frenare la propria imprudente curiosità ed adeguare invece i propri interventi ad una piena utilità pubblica.

Ugo


[P.S. Qualora i lettori volessero segnalarci episodi di violazione di questi principi, documentati nel corso delle vicende di cui il nostro blog si occupa, l'area commenti è a disposizione. Riporteremo nel corpo dell'articolo gli esempi significativi.]

giovedì 23 luglio 2009

Le parole non dette agli Stati Generali del CISMAI

Tira vento di novità nel CISMAI, dopo il cambio di guardia alla presidenza ove siede da quest'anno il dott. Andrea Bollini (insegnante ed esperto di epidemiologia dell'abuso, proveniente dal "Centro Studi Sociali" della Fondazione Maria Regina di Scerne di Pineto, Teramo):
  • è stato recentemente rinnovato il portale web societario (azzerando purtroppo la corrispondenza dei vecchi link, compresi tutti quelli provenienti dal nostro blog), che viene adesso aggiornato con frequenza molto maggiore ed interessante ricchezza di contenuti;
  • è stata lanciata soprattutto l'ambiziosa iniziativa degli "Stati generali sul Maltrattamento all'Infanzia in Italia", programmata in quattro giornate seminariali preliminari nel 2009, che saranno concluse da un convegno nazionale a Roma nel febbraio 2010. All'iniziativa ed alla preparazione dei documenti congressuali, il CISMAI dedica anche un apposito blog di discussione.

Tra i materiali proposti dal nuovo sito del CISMAI, spicca per interesse il seguente report inserito il 15/07/09:
Si tratta di un documento di indirizzo nel campo della prevenzione, ricco ed equilibrato, dal quale estrapoliamo oggi alcune indicazioni interessanti a proposito dei programmi di prevenzione anti-abuso condotti sui bambini a scuola.


Programmi di prevenzione primaria ed efficacia

Il report WHO-2006 riassume nella Tabella 3.1 (pag. 37) l'insieme di tutte le possibili forme di intervento preventivo al maltrattamento su minori. Tra gli interventi a livello di individuo, vengono segnalati anche i programmi mirati a bambini tra i 3 e gli 11 anni, intesi a "Formare i minori affinché riconoscano e evitino situazioni di abuso potenziale". I corsi di prevenzione primaria, effettuati con interventi di educazione sessuale ai bambini delle scuole rientrano in questa categoria.
Si noti tuttavia che la tabella 3.1 non è molto selettiva:
  • "presenta la tipologia di strategie di prevenzione, comprendendo quelle di comprovata, promettente e non chiara efficacia. (...) Al momento della redazione del presente documento, sono carenti i dati che dimostrino l’efficacia di gran parte di questi interventi; laddove sono disponibili dati sufficienti, provengono in gran parte da paesi ad alto reddito. Informazioni pratiche dettagliate riguardo alla progettazione e sviluppo di particolari strategie di prevenzione sono disponibili in diverse pubblicazioni e su internet". (pag. 36-37)
Se proseguiamo la lettura per verificare lo specifico dei corsi di prevenzione primaria nelle scuole, si evidenzia che proprio quest'area di intervento rientra tra quelle di efficacia incerta (Cap. 3, pag. 43-44):
  • Formare i minori a evitare potenziali situazioni di abuso - "Programmi di questo tipo sono progettati per insegnare ai minori come riconoscere le situazioni pericolose e dar loro gli strumenti per proteggersi. Il concetto principale dei programmi è che i bambini possiedono e possono controllare l’accesso al proprio corpo e che ci sono tipi differenti di contatto fisico. Viene loro insegnato come riportare ad un adulto una situazione dove gli è stato chiesto di fare qualcosa che essi hanno percepito come imbarazzante. I ricercatori sono d’accordo sul fatto che i bambini possono sviluppare conoscenza e acquisire abilità per proteggersi dall’abuso. Non è certo, però, se queste capacità siano mantenute nel tempo e se effettivamente proteggano il minore da ogni tipo di situazione d’abuso, particolarmente se il colpevole è qualcuno che il minore conosceva bene e nel quale riponeva fiducia. E’ necessario quindi dimostrare scientificamente che queste competenze acquisite sono effettivamente efficaci per prevenire il maltrattamento in situazioni di vita reale".
Il report rinnova così anche l'indicazione che questi corsi abbiano un tallone di Achille proprio in quei casi in cui l'abusante sarebbe un familiare o un altro care-giver abituale, situazione che si verifica in appena l'80-90% dei casi. Come già avemmo modo di denunciare, questi corsi rischiano di ferire anche duramente la gran parte dei bambini davvero abusati, solo nel tentativo (neanche chiaramente efficace) di andare a caccia degli orchi dietro l'angolo della strada o del "lupus in fabula", molto più rari.
Ma forse più interessanti e redditizi per le associazioni anti-pedofilia.


Le parole non dette da Alberto Pellai

La questione si riallaccia alla polemica che il nostro blog sta conducendo nei confronti del dott. Alberto Pellai, autore di "Le parole non dette" (Franco Angeli, 3a ed., 2004), un manuale di prevenzione in cui viene descritto il metodo di educazione sessuale anti-abuso, che il gruppo di Pellai e delle ASL milanesi hanno già per alcuni anni estesamente applicato a migliaia di scolari della popolazione lombarda (ci risulta che da un paio d'anni il programma abbia subito un rallentamento, da quando non viene più sovvenzionato pubblicamente e grava sulle casse dei singoli istituti scolastici che possono decidere di proporlo ai propri studenti).

Il dott. Pellai ha finora sempre dichiarato grande fiducia nell'utilità reale dei corsi anti-abuso che propone; ad es. nella presentazione di uno di essi (Canton Ticino, dicembre 2002) egli si diceva convinto che "concretamente i bambini che hanno seguito un percorso di prevenzione hanno un rischio dimezzato di diventare vittime di abusi sessuali".
In "Italian Factory" abbiamo già fatto notare che i report governativi statunitensi non prendono altrettanto per oro colato i dati delle ricerche selezionate da Pellai per darsi ragione.

Adesso, la pubblicazione della traduzione del report WHO-2006 conferma ancora inequivocabilmente a Pellai ed a tutti i membri del CISMAI che l'efficacia dei programmi scolastici di prevenzione primaria non può dirsi scientificamente accertata. Se ne terrà conto, negli Stati Generali?

Scopriamo che al seminario di Bologna, per parlare di buone prassi nel settore, è stato invitato ancora il dott. Pellai:
Non disponiamo del testo del suo intervento bolognese e per leggere il documento finale del CISMAI dovremo attendere febbraio 2010.
Possiamo citare tuttavia la testimonianza del blogger Il Giustiziere, che era presente a Bologna ed ha scritto sull'evento l'articolo "L'altra faccia della medaglia", in cui riassumeva così le proprie impressioni:
  • "la sensazione di un radicamento delle sue convinzioni a dispetto delle critiche sembrava essersi formato in lui. Prevenzione primaria antipedofila da effettuarsi a tutta la popolazione, descrizione (molto furtiva per la verità) del suo programma "Le parole Non dette", racconti di abusi scoperti dalla sua ricerca (ma senza specificare il metodo di raccolta dati), i 40 minuti di Pellai sfilavano via con grande piacere (...)"
Pare che anche stavolta siamo fermi alle sole buone intenzioni, ma resteranno deluse le nostre speranze in una maggiore consapevolezza critica sui reali esiti degli interventi.

Le "parole davvero non dette" agli Stati Generali di Bologna, sono state ancora una volta quelle di ragionevole prudenza, rispetto ai soliti strumenti propinati senza molti solidi riscontri.

Ugo

mercoledì 22 luglio 2009

Colpo di frusta a Castiglione d'Adda

"NON È PIÙ lo stesso uomo Davide Parini. Il carcere lo ha segnato nel volto e nei gesti, i sedici mesi e mezzo passati fra i «protetti» (l’infamante sezione di pedofili e stupratori) del carcere di Cremona si vedono tutti nel pallore e nel convulso intrecciarsi delle mani che non hanno pace, che disegnano nell’aria spiegazioni a quello che non si può spiegare: un figlio che ti accusa di averlo violentato «sapendo di raccontare il falso. Solo per vendicarsi di chissà cosa». Gli ha fatto tanto male quella bugia a Davide, ha devastato anche sua moglie Anna. E ha strappato adolescenza, giovinezza e infanzia ai sei figli (cinque adottivi e una naturale) e ai diciassette bambini in affido. Un male terribile, che in parte è stato lenito dalla sentenza di piena assoluzione decisa dai giudici di Lodi. Davide è tornato a casa da quel che resta della sua grande, grandissima famiglia. «Cercherò di riprendermi la mia vita», dice. Quello che vuole adesso questo quarantottenne che ha perso tutto in una manciata di secondi". (fonte: Il Giorno Lodi del 09/07/09)

In questo articolo, si sta raccontando il rientro a casa di un uomo, "il papà di Castiglione d'Adda" (localmente ben noto per la comunità-famiglia di cui era padre e gestore assieme alla moglie Anna Interlandi), a quanto pare ingiustamente accusato di atti di violenza sessuale su Kostantin, un ragazzino tra i tanti che erano stati dati loro in affidamento, il quale aveva:
  • "raccontato a colleghi di lavoro e quindi segnalato al “Telefono azzurro” di aver subito per due anni pesanti attenzioni dal padre. Questo, con una perizia che lo ha ritenuto attendibile e quindi una perquisizione che ha evidenziato uno stato di disordine, in una casa con oltre dieci minori, di primo mattino, sono stati i cardini dell’accusa".
Non mancava dunque la solita perizia che attesta l'attendibilità di un racconto, manca invece dal resoconto il nome dell'esperto dotato di simili poteri.
Tuttavia le accuse di Kostantin non sono state credute dal giudice Angela Scalise e così Parini è stato assolto in primo grado poiché il fatto non sussiste, dopo ben 17 mesi di ingiusta reclusione.
Sul caso del sig. Parini non abbiamo notizie né altro da aggiungere oltre a quanto già scritto sui giornali, la sua storia ci sembra assomigliare a tante altre in cui una accusa di violenze sessuali è stata presa per buona forse con troppa velocità e veemenza da parte di alcuni rappresentanti dello Stato. Anche la Procura di Lodi sembra esserci andata giù pesante:
  • "L’arresto era scattato nel febbraio dello scorso anno, su richiesta del pubblico ministero Paolo Bargero, e la scarcerazione era stata concessa solo settimana scorsa, a pochi giorni dallo scadere dei termini di custodia cautelare. Il pm Daria Monsurrò aveva chiesto otto anni di carcere, i legali del figlio adottivo che aveva denunciato il padre un milione e 175mila euro di risarcimento, il comune di Castiglione altri 50mila euro per le spese per mantenere in comunità i figli allontanati, e inoltre i cinque minori individuati come potenziali parti offese dalla procura, per i soli maltrattamenti, avevano chiesto ciascuno 25mila euro."
Tanto sicuri della colpevolezza, da non vedere di buon occhio chi portasse elementi a sua discolpa o a suo sostegno:
  • "Drammatico il processo, con decine di udienze, tre testimoni a favore della famiglia indagati per “falsa testimonianza” e la signora Interlandi denunciata per “subornazione di teste”.
Difficile però che si venga mai a sapere di azioni penali contro "falsa testimonianza" o "subornazione di teste", quando comportamenti di tal risma sono condotti dagli accusanti, una sorta di immunità garantita chissà perchè dalle procure, a chiunque abbia il merito di puntare il dito contro un presunto pedofilo.
Invece, osserviamo purtroppo in crescita la tendenza a muovere accuse penali anche a soggetti prossimi, per fare terreno bruciato attorno al presunto pedofilo e colpire preventivamente chi osa prenderne le parti. Una azione penale talvolta giustificabile, ma altrettanto spesso usata invece solo con finalità intimidatoria e su base del tutto pregiudiziale (già tristemente nota da casi storici di errore giudiziario e falso abuso come quello del tassista Marino Viola).
Un caposaldo del giustizialismo in stile-CISMAI, che mira ad una politica repressiva dura ed estesa a quanti più soggetti possibile, come sempre indifferente al rischio di errore.

- - -

Sulla vicenda giudiziaria del papà di Castiglione, merita citare infine un elemento che lo potrebbe accomunare al caso dei fratellini di Basiglio, ingiustamente allontanati da casa solo per un disegno osé che neanche avevano fatto. Come fece il loro difensore avv. Martinez, anche a Lodi adesso gli avvocati difensori di Parini promettono battaglia contro gli operatori sociali che avrebbero contribuito a far montare oltre il dovuto una presunta calunnia:
  • «È una bellissima notizia», dice l’avvocato di Parini, Sonia Orgiu. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. E il legale annuncia: «Procederemo contro quelle persone (una assistente sociale e un vigile urbano, ndr) che hanno condizionato emotivamente i tecnici chiamati in causa dalla Procura per valutare le condizioni di Kostantin. La Procura non ha potuto valutare serenamente i fatti» (fonte);
  • "il verdetto accolto da un silenzio irreale e subito dopo da una gioia composta, con la soddisfazione delle tre avvocatesse milanesi (Maria Vaciago, Sonja Orgiu e Marzia Centurione Scotto) schierate per giocare fino all’ultimo le carte di una difesa che un’accusa così rende ancora più difficile. «La giustizia ha fatto il suo corso – dice l’avvocato Vaciago -. Noi abbiamo evidenziato la problematicità del ragazzo che ha lanciato l’accusa, le sue contraddizioni, abbiamo ipotizzato che si fosse sentito discriminato rispetto agli altri figli perché l’adozione era stata avviata più tardi, quando era già maggiorenne. Ma non credo proprio che a questo punto i genitori vogliano procedere contro di lui per calunnia». Sedici mesi di carcere però sono tanti per un innocente: «Secondo noi la procura ha fatto il suo lavoro correttamente - aggiunge l’avvocato Orgiu -. Ma si è basata su perizie e ricostruzioni che a loro volta riteniamo fossero viziate dalla ricostruzione del quadro familiare fatta da assistenti sociali. E contro di loro invece abbiamo intenzione di andare avanti. Se non avessero scritto certe cose, forse gli inquirenti si sarebbero resi conto prima delle contraddizioni dell’accusatore»". (fonte)
Dal nostro blog, cercheremo di seguire anche gli sviluppi "backlash" di questo caso, augurandoci che stavolta la pratica non finisca sul tavolo del PM Marco Ghezzi.


Gaetano non è coraggioso

A proposito del caso di Castiglione d'Adda, merita una segnalazione a parte il comportamento tenuto purtroppo ancora una volta dal blog di Roberta Lerici, tricoteuse di Rignano Flaminio promossa Responsabile Infanzia e Stalking dell'Italia dei Valori.
Lerici aveva dato infatti già notizia del caso e delle accuse che gravavano sul sig. Parini attraverso il proprio blog "Bambini Coraggiosi". Il 7 febbraio 2009 era giunto in coda al suo pezzo anche il seguente inquietante commento:
  • "io con queste persone ci ho avuto parecchio a che fare e non è x niente tutto rose e fiori definirei la casa una casa LAGER piuttosto che casa famiglia dove i bambini venivano sgridati e picchiati per il minimo sgarro e sfruttati per fare le faccende di casa pena il salto del pranzo o della cena VERGONA SPERIAMO MARCISCANO IN GALERA TUTTI E 2"
Roberta Lerici filtra di solito attentamente i messaggi e non consente la pubblicazione di troppe voci fuori dal coro, ma per simili calunnie anonime la porta del suo blog resta ben aperta. Forse Lerici crede di contribuire così alle indagini, di partecipare attivamente alla eccitante caccia?
Dovrebbe augurarsi solo che le battagliere avvocatesse della famiglia Parini non si fermino a leggere le sue pagine.
Se qualcuno pensasse che sia stata solo una svista, una infamia casualmente sfuggita alle maglie della moderazione, dovrà purtroppo ricredersi in quanto il blog "Bambini Coraggiosi" è tornato ad occuparsi del caso in occasione dell'assoluzione di Parini, notizia alla quale Roberta Lerici decide di aggiungere il proprio personale tocco, ripubblicando pari pari l'infame commento anonimo accompagnato dalle seguenti parole:
  • "Su questo blog arrivò all'epoca dell'arresto di Parini un messaggio che riporto, e di cui, ovviamente, non posso certificare la veridicità. Mi sembra, però giusto ricordarlo".
Eh già, cosa c'è di più giusto che ribadire all'infinito una calunnia anonima?

- - -

Ed ecco allora che sulla stessa linea editoriale si accodano i successivi commenti, ad esempio il 10 luglio quello di una sedicente "assistente sociale indignata", che non riesce a credere che in un paese civile si possa addirittura essere assolti:
  • "come ha fatto ad essere assolto??? quali e quante fallacità dobbiamo aspettarci dal sistema??? già di per sè, una casa famiglia che ospita 20 bambini è un fatto insolito che merita approfondimenti, non vi pare???????????????? forse che abbia giocato a suo favore la disabilità del ragazzo?? i disabili POSSONO subire abusi!!"
Altro fango anonimo, che speriamo non rappresenti davvero una assistente sociale al pubblico servizio. Perchè tremano le gambe al pensiero che sia in mani simili il destino dei bambini, a cominciare dalla ventina di bimbi di Castiglione che, forse per colpa delle smanie di una collega, hanno perso la famiglia affidataria.

Un indizio sull'identità dell'anonima assistente sociale indignata, potrebbe giungere dal blog della Associazione "Piccolo Alan" onlus (federata al Movimento per l'Infanzia), il cui presidente Alberto Sala è un'attenta cassa di risonanza per tutto quanto viene pubblicato sul blog "Bambini Coraggiosi". Lo stesso 10 luglio, egli copia-incolla il post della Lerici ed aggiunge uno sdegnato commento personale, in cui risuonano parole e segni d'interpunzione molto simili:
  • "Normalmente non commento le notizie pubblicate, ma una breve riflessione in questo caso credo sia giusto farla. Non entro nel merito della sentenza, non ne ho la competenza e le informazioni necessarie. Ma una cosa mi lascia perplesso. Com'è possibile che una "Casa Famiglia" o "Comunità Familiare" che dir si voglia, possa avere una ventina di "utenti"? Mi risulta che la Legge Regionale che regola (???) questo tipo di intervento sociale privato sia molto più restrittiva (giustamente!). E' lecito chiedersi come mai possano esistere ancora realtà come questa, dove dubito francamente si badi al bene dei bambini/ragazzi. Comunque sia, sicuramente tradisce lo spirito e le finalità stesse della Comunità Familiare. Credo che chi deve vigilare su queste realtà, è ora che lo cominci a fare seriamente!"
Quanta indignazione per il dettaglio del numero dei bambini di Castiglione, ma intanto neanche una parolina di preoccupazione per il loro triste destino, dopo una traumatica separazione forzata sulla base di una falsa accusa:
  • "ANNA INTERLANDI, moglie dell’imputato, è raggiante: «Non abbiamo mai smesso di avere fiducia nella giustizia. Eravamo tesissimi, ma abbiamo trovato un collegio di giudici attento alle nostre motivazioni. Anche se mio marito ha fatto 17 mesi di galera per nulla». Risarcimenti? «Non so ancora, l’importante è che sia finita bene». Ieri la famiglia ha festeggiato con cena e preghiera all’oratorio di Castiglione, «con amici che ci sono stati sempre vicino». Ora resta un ultimo, grande desiderio: «Vogliamo riavere Gaetano (uno dei figli allontanati dopo l’arresto del papà, ndr), sta male»". (fonte: Il Giorno Lodi del 08/07/09)

"I bimbi stanno male" è da sempre il mantra preferito di Roberta Lerici e delle altre mamme dell'AGeRiF. Anche Gaetano sta male, ma egli probabilmente non troverà alcuna compassione da parte della Lerici, né dei soci del Movimento per l'Infanzia, troppo impegnati nella caccia al pedofilo per fermarsi a riflettere sui rischi dei possibili gravi danni che si possono infliggere a quei bambini, se non si scremano sollecitamente le accuse inattendibili.
Non tutti i bambini sono "coraggiosi", per rientrare nel club dei protetti della responsabile IDV devi prima accusare un pedofilo.

Magari con una calunnia anonima.

Ugo
 
Clicky Web Analytics