In un precedente articolo abbiamo accennato alla dott.ssa Alessandra Pagliuca (detta Sandra), psicoterapeuta e sessuologa, fondatrice della cooperativa "Minor Amati" di Salerno, una abusologa che si è trovata spesso al centro di vicende di presunti abusi sessuali collettivi e ritualistici: "Negli ultimi tre anni mi è capitato di occuparmi di tre "sette sataniche" nel Salernitano". Non ci piacque in quel caso soprattutto una sua superficiale affermazione alla stampa sulla facilità di riconoscere segni di abuso: "un esperto del settore riconosce subito un minore abusato. Lo legge perfino nel modo in cui parla o cammina".Un fenomeno quello dell'abuso ritualistico collettivo, in realtà molto discusso e raro al punto da essere dubbia la sua reale esistenza, mentre la dott.ssa Pagliuca si dichiara convinta di averne portato spesso alla luce le prove nei suoi colloqui con i bimbi, fin da quando oltre un decennio fa, fresca di corso del CISMAI partecipò assieme alle psicologhe piemontesi Cristina Roccia e Sabrina Farci alle perizie sul caso dei pedofili satanisti della bassa modenese (una maxi-bufala ormai acclarata, le ultime assoluzioni sono giunte solo quest'anno).
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Nell'estate 2010 la dott.ssa Sandra Pagliuca pubblica un libro per l'editore Albatros:
Che sarà mai l'inferno?
Il potere criminale della pedofilia organizzata e la debolezza delle istituzioni
Il potere criminale della pedofilia organizzata e la debolezza delle istituzioni
Nel libro è raccontata la storia della battaglia di una psicoterapeuta abusologa, la dott.ssa Maria Teresa Palizzi:
- "Seguire il caso di Perla, una bambina a data dal Tribunale dei Minori alla dottoressa Palizzi per una psicodiagnosi valutativa di eventuali abusi sessuali subiti da parte di un genitore, equivale a percorrere un viaggio attraverso l'inferno. I racconti della bambina rivelano una realtà difficile da ascoltare e da accettare: fin da piccola Perla è stata abusata ritualmente dai genitori e da altre persone a scopo di lucro. Ciò che Perla conosce degli esseri umani è la parte perversa, malata e sadica, quella che tortura, minaccia, terrorizza; ciò che Perla non conosce è la parte più bella e dolce del mondo e degli uomini: a sette anni non sa cosa sia il mare, non sa a cosa servano le candeline sulla torta di compleanno. La sua vita inizia dunque a sei anni e mezzo, quando viene portata via dalla sua casa, dal suo inferno. Aiutare Perla diventa estremamente difficile: la dottoressa Palizzi dovrà affrontare intimidazioni da parte dell'organizzazione criminale che sta dietro al caso della bambina, sarà costretta a cambiare casa e città, e persino a lottare con la Procura che stenta a darle credito. Inutilmente lotterà anche con i nuovi genitori di Perla, che le negano tuttora la possibilità di sottoporsi a una psicoterapia e la invitano semplicemente a dimenticare una "brutta storia" ormai superata. Riuscirà Perla a risalire dall'inferno senza l'aiuto opportuno?"
A quanto ci risulta, i nomi che compaiono nel libro sono tutti fittizi, a cominciare da quello della protagonista Palizzi che non corrisponde ad alcuna psicologa, né tantomeno ad esperti conosciuti in materia di abuso minorile.
Alcune librerie lo hanno inserito nella categoria dei romanzi. Nel libro non viene comunque specificato in alcun modo se la vicenda raccontata sia vera, ispirata al vero, o romanzo frutto di invenzione letteraria; da nessuna parte l'autrice Sandra Pagliuca fornisce indicazioni in merito.
Ciò non basta tuttavia ad escludere che la storia raccontata nel libro sia resoconto, anche parzialmente, di veri accadimenti; potrebbero essere stati semplicemente trasformati i nomi per proteggere l'identità dei protagonisti del morboso dramma, a cominciare dalla bimba "Perla".
Se così fosse, allora perchè mascherare anche il vero nome della eroica psicologa, che per i bambini è pronta a combattere una organizzazione criminale e l'insensibilità delle istituzioni? [si veda ad es. il caso del simile libro-trash "Fuggita da Satana", nel quale veniva invece sottolineato con enfasi il nome vero della salvatrice Chiara Amirante]
Non può non saltare all'occhio infatti la straordinaria somiglianza tra il personaggio della dott.ssa Palizzi e quello della sua autrice, dott.ssa Pagliuca:
- entrambe campane; entrambe psicoterapeute in campo dell'abuso; entrambe con una seconda specializzazione in sessuologia clinica; entrambe gestiscono una cooperativa di tutela minorile; entrambe consulenti delle procure campane in campo di psicodiagnosi dell'abuso; entrambe allieve di un maestro che abita ad oltre 800 km da Salerno; entrambe si scontrano con casi di abusi ritualistici estesi a gruppi pedocriminali organizzati.
Il nostro giudizio in merito è estremamente severo: il contenuto del libro costituisce un affronto ad ogni spirito di correttezza professionale ed il peggior pezzo di letteratura diseducativa sull'abuso ai minori che ci sia capitato in mano dai tempi di Animanera.
Peggio, se dovesse risultare che la storia è tratta da vicende e personaggi realmente esistiti e che hanno riguardato Sandra Pagliuca in persona, nella sua veste di psicologo e consulente tecnico, la pubblicazione di questo pseudo-romanzo, anche coi nomi cambiati, risulterebbe un atto potenzialmente lesivo verso diverse persone, a cominciare da tutti i protagonisti diffamati o calunniati a vario titolo (giudici, psicologi, genitori) e soprattutto per la bimba protagonista di morboso attaccamento da parte di una consulente tecnica.
Invitiamo alla lettura integrale del libro, non fosse altro che per il fatto che è una pistola fumante, straordinario nel dare consapevolezza del baratro a cui può giungere la prassi propagandata da certi gruppi di abusologi italiani, abbeverati solo a fonti equivoche e già ampiamente screditate nel mondo: Alice Miller e Jeffrey Masson (che al libro della Pagliuca scrive perfino la prefazione).
Per esemplificazione ai nostri lettori, ci limitiamo in questa sede a citare l'incipit del libro e alcuni brani dai tre capitoli conclusivi, sufficienti ad illuminare la vicenda di un senso ben diverso da quello auto-compiaciuto che l'autrice Sandra Pagliuca cerca invece di imporre al lettore.
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(pag. 13) CAPITOLO I: OSTINATA A VIVERE
- Rinviare non era un mio atteggiamento solito, perciò a pochi giorni dall'incarico di C.T.U. (consulente tecnico d'ufficio) conferitomi da un P.M. di una procura campana, in qualità di esperta in maltrattamento ed abuso sessuale sui minori, decisi di prendere appuntamento con la responsabile della casa famiglia dov'era ospitata la bambina, presunta vittima. (...)
- Era marzo ma faceva ancora molto freddo. Uscii da casa mia, piuttosto distante dalla meta, con i soliti pensieri che mi accompagnano quando so di dover incontrare un minore sospettato di essere stato vittima di abusi sessuali: "Speriamo che si tratti di un danno lieve, che il responsabile non sia un membro della famiglia, che i genitori le abbiano creduto subito e che la stiano tutelando". Questo però sapevo che non era vero, in questo caso, perché la bambina era stata tolta ai genitori, ritenuti, momentaneamente, incapaci di esercitare la genitorialità, intesa come capacità di proteggere e curare.
- Avevo letto gli atti a disposizione del P.M., ed il quadro non era affatto rassicurante. Perla, questo il nome della minore, aveva solo sette anni, e dava segnali di disagio attraverso la sua costante tristezza. A riuscirne a captare e decodificare il vissuto, era stata la sua insegnante di sostegno. Dagli atti si leggeva che l'insegnante Rosa Pirro, osservava un ingravescente stato di tristezza e di isolamento della minore, tanto evidente da non poter più passare (per fortuna) inosservato nemmeno ai suoi compagni di classe. (...)
Segue la vicenda della perizia su Perla, l'orrore delle rivelazioni, le minacce citofoniche e gli inseguimenti, i sospetti, altri sospetti, la fuga da casa della dott.ssa Palizzi col marito Aldo, l'incontro con un gruppo spirituale di preghiera, l'ospitalità ricevuta da una coppia di suoi pazienti, la complicità della suora responsabile della casa famiglia "Serenità", che le rinforza la convinzione che solo Palizzi può qualcosa per il bene di questa bimba.
Fino al momento in cui la dott.ssa Palizzi torna a farsi viva con la procura che le aveva dato l'incarico, racconta tutto alla PM e insiste al punto di farsi assegnare una scorta armata:
- (pag. 90-92) Dopo due giorni di assestamento, mi chiamò il P.M. per invitarmi all'appuntamento con il suo procuratore capo. (...) Un mercoledì mattina, mi mandarono la solita macchina di Polizia, e con Aldo fui scortata in procura. (...) Al terzo piano di un edificio anonimo e affollato trovammo il suo ufficio. La dottoressa Primula mi chiese come stavo, se avevo ancora avuto dei problemi. Le risposi, felicemente, che da pochi giorni avevo ripreso a riposare e scrivere. Dieci minuti di attesa, poi la segretaria del procuratore invitò me e il P.M. ad entrare nel suo studio. Era un uomo robusto, abbastanza alto, completamente calvo, con uno sguardo molto sospettoso ed intrusivo, seduto ad un' enorme scrivania. (...) La dottoressa Mazzari si sedette a distanza da me; io di fronte al suo capo.
- Dopo brevi convenevoli, quest'ultimo cominciò a chiedermi informazioni sugli strani avvenimenti di cui ero stata testimone. Non so perché, ma il suo modo di parlare mi innervosiva notevolmente. Avevo la sensazione di essere messa in discussione sulla mia capacità percettiva di quelle azioni intimidatorie. Ad ogni mio tentativo di spiegazione, il capo (prima con il suo sguardo, poi con poche parole) mi interrompeva, chiedendomi se pensavo potessero esistere altre possibilità di interpretazione di quei fatti. Avevo capito bene? Mi stava interrogando? Cominciai ad agitarmi, ad avere voglia di andare via da quella stanza e da quello sguardo dichiaratamene incredulo e beffardo.
- Guardavo il P.M. che da quel giorno non sentii mai più essere "mio": non con me. Aveva quasi l'atteggiamento di chi si vergognava di me e della mia insistenza per averla allarmata. Il capo mi chiese se mi era già capitata una cosa simile, risposi mai in quel modo così costante ed insistente. «Dottoressa, ha qualcosa in contrario se richiedo i tabulati delle telefonate dei suoi ultimi dieci anni di vita?». «Ma queste vicende sono accadute negli ultimi mesi». «Si oppone quindi?».
- Che cazzo stava dicendo? Che potevo io avere qualcosa da nascondere? «Guardi, lei può chiedere i tabulati di tutte le mie telefonate, da quando ho cominciato a parlare a telefono, ma si faccia dire - per amore di giustizia - che non sono io l'indagata; semmai, un'alleata per la sua indagine». «Vede, dottoressa, in questa procura non è mai successo niente di simile: lei ha detto che dopo aver spedito un fax alla dottoressa Mazzari ha avuto il primo incontro con "quelle persone" fuori dal suo studio. Si rende conto?». «Certo che mi rendo conto, ma mi sento come se il problema l'avessi creato io: io che invece ne sono vittima!».
- Il P.M. abbassò lo sguardo per tutto il tempo del mio "interrogatorio". Il procuratore non si smosse mai dalla sua postura iniziale: esprimeva potere e controllo, tipico di chi, da solo, può stabilire chi dice la verità. La stavo dicendo io: era tutto ciò che mi era successo; ma li dentro sembrava solo essere un dettaglio; solo un possibile vaneggiamento di una psicoterapeuta visionaria. Fui liquidata con un "arrivederci" ma da quel giorno, né io né Aldo abbiamo più avuto alcun mandato peritale da quella procura.
- L'impossibilità a credere alla mia versione dei fatti, per "Al Capone", alias il capo procuratore, era sicuramente legata ad una difesa di natura psicologica, probabilmente dovuta al non riuscire ad accettare l'idea di una talpa nella sua procura, oppure di altra natura, più difficile da accettare, da una mente onesta come la mia?
- Sembravo davvero così psicolabile, o rappresentavo una spina nel fianco per quella così insospettabile procura? Il procuratore copriva qualcuno, o si difendeva da chi l'obbligava a rivedere la sua apparentemente infallibile capacità di controllo dei suoi sottoposti? Avevo osato accusare il "suo" P.M. di incapacità a tutelare la minore e le sue rivelazioni; avevo accusato lui di aver sbagliato a capire chi era l'imputato. Rompevo... i loro equilibri, e non credo solo quelli innocentemente inconsci.
- Uscii, da quella stanza buia, madida di sudore anche se non faceva caldo (...) Come si era permesso? Non avevo nessuno scheletro nell'armadio! Poteva ascoltare tutte le mie telefonate pregresse: dal loro contenuto avrebbe solo potuto imparare qualcosa di buono e onesto, il caro "procuratore di INgiustizia, sovvertitore di verità"!
- (...) A casa piansi lacrime di rabbia e amarezza: decisi di concentrarmi maggiormente per mettere fino a quell'incubo, ma non per via di Perla, che ormai sentivo essere sempre più una "questione solo mia". Quella notte camminai su e giù per tutta la collina di Lucia: pregavo per Perla e imprecavo per quell'incontro con il capo di quella organizzazione falsamente tutelante. (...) Ormai capivo, sempre più, che stava diventando una lotta tra me e chi si opponeva alla verità di Perla: e più prendevo forza, più la mia la visuale scavalcava il muro occlusivo della paura!
(pag. 94-96):
- Stampai le pagine della storia di Perla, le feci rilegare, e la sera brindammo. Ci avviammo verso il risveglio da quell'incubo. Telefonai al giudice per comunicarle di aver finito. (...) Riuscii ad ottenere di consegnarle la perizia di persona, presso un locale della città di cui ero ancora ospite: accettò senza troppi problemi, non so se per togliermi dai piedi, o per assecondare la richiesta di una presunta visionaria. Ci incontrammo. Le porsi quelle pagine scritte tra le lacrime e il sudore della paura; e le augurai di procedere le sue indagini con lo stesso coraggio con cui Perla aveva denunciato quelle persone pericolose: «Sono riuscita a farmi dire da Perla tutti nomi dei bambini coinvolti. Dovrebbero essere riconosciuti facilmente, quel paese è piccolo». «Dottoressa Palizzi, se questa storia è così come mi dice, scoppierà un gran casino anche in procura». «Allude al fatto che la bambina ha fatto nomi e cognomi di persone insospettabili?». «Se è vero, stiamo proprio messi male». (...)
- Rividi quel P.M. non prima del dibattimento, quattro anni dopo. E pensare che, fino ad allora, mi aveva chiamata al più tardi ogni tre mesi per un nuovo mandato! Probabile che avessimo opinioni diverse del tempo. Fatto sta che non mi ha più affidato alcun caso di sospetto abuso sessuale: non credo certo all'ipotesi che presso la sua procura non ci siano state altre denunce del genere! Sicuramente avranno deciso di dover cambiare solo "genere" di consulente!
- Seppi dalla stampa che gli altri bambini furono identificati e allontanati dalle proprie famiglie per essere sottoposti a psicodiagnosi peritale. Quelle famiglie cominciarono per protesta lo sciopero della fame, e così, dopo neanche due settimane, ottennero il rientro a casa dei loro "preziosi" figli. Il consulente tecnico incaricato fu un neuropsichiatra che Aldo conosceva. Sapemmo che aveva accertato nei bambini un notevole disagio psichico, dovuto però a cause "aspecifiche": cioè non riferibili necessariamente a molestie sessuali potenzialmente ricevute. Questa "aspecificità dei sintomi" è una formula molto usata dai colleghi che amano il quieto vivere; e che si supportano con teorie culturali che screditano la possibilità che i bambini possano essere attendibili quando raccontano fatti scabrosi. Hanno le stesse difese psicologiche del procuratore capo, o non vogliono compromettersi troppo? Sostengono di aver risolto il proprio "delirio di onnipotenza": quindi dicono di non poter salvare nessuno, o forse preferiscono essere flusso "pacifico" della corrente di pensiero comune?Credo possibile l'idea che non abbiamo risolto la loro idealizzazione genitoriale, che gli impedisce quindi di poter pensare male anche dei genitori degli altri, pur se gravemente maltrattanti. Forse non sono certi del fatto che, alla fine di questo percorso terreno, saremo guardati e giudicati dal "capo dei capi" dell'unica giusta e incorrotta procura: il Padre Eterno!
- (...) Perla, dal Tribunale dei Minori, fu dichiarata adottabile. I suoi "mai genitori" l'avevano persa per sempre.
Nei giorni successivi, Suor Fausta avvisa la psicologa che Perla aveva iniziato ad andare da una psicoterapeuta dell'ASL (dott.ssa Aiello) e che era stata trovata una coppia di possibili genitori adottivi per la bambina (pag. 103-105):
- Quanto potere mi attribuiva Fausta, mentre invece io volevo detronizzarmi. (...) Dopo otto giorni, bussai di nuovo al cancello di quella casa famiglia, ma come clandestina. Perla aveva ancora molto bisogno di parlare del suo trauma multiforme, e aveva bisogno di essere curata. Suor Fausta mi informò che dopo la festa del suo compleanno, Perla non volle più andare dalla dottoressa dell' ASL. Fausta aveva chiesto alla collega se si occupava di bambini abusati e, alla dichiarazione di questa "professionista" che si trattava di problematiche "simili a tante altre", capì il motivo per cui la bambina non le voleva rivelare i suoi segreti. Tutto questo deponeva molto male per me! Dovevo occuparmi io della sua cura? Non potevo e - onestamente - nemmeno volevo. Così mi informai su quali colleghi conosciuti potevo contare, ma gli unici specializzati sul maltrattamento e abuso sessuale non avevano spazio per un altro paziente. Bisognava aspettare un po'. Che fare quindi? Pensai che Aldo poteva occuparsi di lei, ma sapevo che Perla si sarebbe rifiutata: lei aveva aperto il suo cuore a me, e solo a me voleva continuare a consegnare i suoi segreti, nascosti in sé così a lungo. Prendere o lasciare. Io avrei voluto lasciare. ma non seppi farlo.
- Con Fausta concordammo che ogni dieci giorni avrei incontrato Perla, a volte in comunità, dove però in troppi sapevano che il mio ruolo di perito era finito; e più spesso presso il mio studio, quello più vicino alla comunità. Fausta stessa si sarebbe occupata di accompagnarla da me. Il "prezzo" di questo trattamento clandestino era quello di un caffè, che Fausta comprava al bar sotto lo studio, ogni volta che mi portava Perla a curare le piaghe della sua piccola anima!
- «(...) Tu non sai quello che dici. Stai togliendo a Perla il legame con me, che per lei è ancora troppo importante! Invidiosa, ignorante e cattiva!».
- Logicamente si alzò e se ne andò. Com'era avvenuto quando tremai all'ipotesi che Perla potesse avere l'AIDS, in quel momento mi sentii di impazzire, ma di rabbia questa volta, non solo per il dolore che avrebbe provato Perla, anche per il mio. Impazzivo per l'impotenza che sperimentavo di fronte a quell'abuso di potere che quei due stavano adottando con Perla, e con me. Mi tornò in mente il primo pensiero che formulai la prima volta che li avevo incontrati: "Ma chi si crede di essere questa?". Ma mentre a quel tempo mi sforzavo di comprendere le sue ragioni, ora ero più libera di credere che non potevano proprio essere idonei ad accogliere alcun bambino, specie se prezioso come Perla. Riferii a Aldo l'orrore di quelle parole di Nadia, e finalmente, decidemmo di rivolgerci al giudice dei minori che trattava il fascicolo "Perla Aquino".
(pag. 129-131): CAPITOLO XVI: A PRESTO, MIA CARA PERLA
- Una settimana dopo fummo ricevuti dalla dottoressa Sarnataro, giudice del Tribunale dei Minori. (...) Andai persino dal parrucchiere, per la piega da signora. Forse volevo apparire molto seria, visto che dovevo dirle che ero stata, scegliendo di seguire Perla in terapia, incosciente, imprudente, e forse bizzarra. (...) Ci presentammo a un giudice che aveva l'aria di una che conosce, già nei dettagli, ogni cosa: i furbi coniugi Di Stasio ci avevano preceduto.
- Cercai di fare un'arringa a difesa della condizione dei bambini abusati, che poi devono accettare il fatto che, chi per prima li ha ascoltati e creduti, deve lasciarli soli. Ma sentivo che il mio cuore mi diceva altro. Cosi abbassai il tono, le chiesi se avesse dei figli, e le raccontai sinceramente come erano andati i fatti. Tra mille interruzioni al telefono e bussate alla porta, il giudice si espresse: «Capisco esattamente che quello che ha fatto, dottoressa Palizzi: lo ha fatto pensando al bene della minore, ma credo che se il suo legame con la bambina rimane cosi esclusivo non riuscirà mai a legarsi a qualcun altro. Quindi, per il bene di Perla Aquino, ritengo indispensabile che lei interrompa il vostro rapporto psicoterapeutico». «Giudice, questa decisione mi sembra essere opposta al bene di Perla, bisogna mantenere in questi bambini le relazioni positive che sono riusciti a costruirsi dopo quei primi legami violenti, abusanti, rifiutanti. Se io, che sono un'adulta felicemente sposata e madre di due figli, mi sono cosi legata a lei, immagini quanto questa bambina sola abbia potuto investire nella relazione con me». «Ma le ho spiegato che la minore non riesce a legarsi ai suoi genitori adottivi se c'è sempre lei alle sue spalle».
- Aldo intervenne: «Dottoressa, io ho seguito in terapia questa coppia, e le garantisco di aver notato la loro difficile propensione ad accogliere i bisogni di Perla. So anche che è difficile trovare una famiglia per Perla: la bambina è troppo compromessa. Bisogna ammettere che di fronte a casi come questi c'è bisogno di più tempo per selezionare una famiglia con caratteristiche di empatia e disponibilità a dedicarsi a bambini difficili. Ma sappia anche che se non si dovesse trovare nessuno per lei, pensiamo di adottarla noi».
- «Questo è gentile da parte sua, ma vorrebbe dire che la perizia di sua moglie viene invalidata, pensateci. Dobbiamo avere fiducia che con il tempo i coniugi Di Stasio riescano ad adattarsi alla novità di avere un figlio». (...) «sembrano essere due brave persone; hanno bisogno di tempo. Lasci andare la minore per la sua strada». Il giudice aveva decretato che il bene di Perla era rompere il legame di fiducia con me; e che quella coppia aveva "la faccia idonea" per adottarla. Chissà se il Padre Eterno pensava la stessa cosa! lo no!
- Barcollando ci alzammo da quelle sedie roventi, spinose, inadatte per chi spera di avere udienza, di essere creduto e di ottenere giustizia; e prendendo ci per mano scendemmo le scale diretti al parcheggio. Appena in macchina, ci abbracciammo e piangemmo disperati, rassegnati come quando - Dio non ce ne voglia - in ospedale, ti comunicano che non c'è più nulla da fare per tuo figlio. Ci avevano legalmente strappato Perla dalle mani, ma soprattutto dalle nostre vite. Ci costringevano a ritornare alla nostra vita di prima, quella di sempre: ma per noi era troppo tardi. Chi ci avrebbe pagato i danni di tanta sofferenza? Chi ci avrebbe consolato per questa ingiusta e assurda perdita?
- La dottoressa Sarnataro aveva detto di lasciarla andare "per la sua strada", ma era ancora troppo piccola per andare da sola. Le pensammo tutte: di andare fuori dalla sua scuola, di scrivere ai giornali, di andare sotto casa per cercare di parlare con quei traditori, con quegli stolti, presuntuosi, ignoranti, ma niente ci sembrò potesse davvero giovare a Perla.
- Aspettiamo che compia diciotto anni, per tornare a chiederle come sta, e che pezzo di strada è riuscita a fare da allora. Se avessero ragione loro, la troveremo bene ed integrata; se abbiamo ragione noi, le chiederemo scusa, per non aver più saputo combattere per lei e le offriremo un posto d'onore nella nostra casa, nella nostra famiglia, nella nostra vita: nella nostra vita interrotta dopo l'incontro con lei. A presto Perla! A presto, e ricorda di non farti rubare da nessuno né la speranza né le ragioni del tuo cuore. Sii ancora coraggiosa: noi non abbiamo mai smesso di amarti e di pregare per te.
(pag. 132-134): POST SCRIPTUM
- Aver avuto il coraggio e l'onestà intellettuale di credere ai sintomi di Perla e di accettare e contenere l'orrore dei suoi racconti, specie quando ha parlato di aver subito abusi ripetuti da parte di molti uomini, ed anche donne; di aver dovuto leccare urine e feci, oltre agli organi genitali sia maschili che femminili, con la complicità dei suoi genitori; di essere stata vittima di adulti insieme ad altri bambini; di aver dovuto girare scene orgiastiche con anche l'utilizzo di animali per soddisfare di più la perversione folle di mostri insospettabili... mi è costato un prezzo altissimo! Aver difeso i suoi diritti come quello di avvalorare la sua testimonianza, desiderare dei nuovi genitori, voler conoscere il mare, voler scegliere cosa indossare o cosa disegnare, imparare ad andare sui pattini, imparare a soffiare le candeline, chiedere di essere accompagnata a scuola quando aveva paura, protestare quando non si sentiva capita e ascoltata... mi è costato tantissimo! Ma grazie al prezzo pagato ho imparato che:
- 1. sempre, ognuno di noi, ha la possibilità di scegliere tra il bene e il male; se stare dalla parte dei piccoli, degli innocenti, degli ultimi, che hanno sempre la peggio, o stare dalla parte dei forti, di coloro che contano, comandano, screditano, gestiscono il potere, sminuiscono, mistificano, tradiscono, deridono, abusano, maltrattano, ma che, in una società come questa, hanno sempre la meglio;
- (...)
- 4. non basta indossare una toga da giudice per saper giudicare e saper distinguere la verità dalla menzogna, l'imputato dalla vittima, il vero dal falso. Per essere un buon dottore della legge servono, oltre alle competenze giuridiche, grandi doti di empatia e coraggio, logica, onestà ed umiltà [N.d.B.: Pagliuca scrive proprio così, umiltà]: le stesse caratteristiche, poi, che servono agli psicologi per essere tali e ai genitori per poter essere validi, cioè essere adulti veri;
- 5. nelle commissioni deontologiche dell'ordine professionale dell'albo degli psicologi non ci sono necessariamente persone lucide, risolte, ragionevoli, ed intellettualmente oneste, anzi ... Non feci in tempo ad autodenunciarmi per aver dormito due notti a casa dei miei speciali pazienti, che qualcuno mi precedette, mentendo però spudoratamente sui tempi e sulle reali circostanze. Così l'ordine che valutò il mio caso ritenne che meritavo una censura, addirittura formalizzando il biasimo per aver arrecato "grave nocumento all'immagine sociale della professione di psicologo". La nota stonata, proprio come nei film, mi è sembrata essere questa: facevano parte, di quella commissione giudicante, sia la dottoressa Aiello, quella psicologa dell' ASL dalla quale Perla non volle più andare perché non si sentiva accolta; sia una collega che al tempo in cui cercavo collaboratori per la mia cooperativa a difesa dei minori, non accettai nel gruppo costituente, perché in una riunione sostenne apertamente che i "bambini abusati non si possono salvare" e che, chi pensava di poterlo fare, era solo uno che non aveva risolto il proprio delirio di onnipotenza;
- 6. il giudizio di chi decide di rimanere fuori dalle vicende complicate e rischiose, ed è solo pronto a nutrirsi degli errori di chi, invece, sceglie di lavorare in prima linea, non è per niente importante, né da considerare utile per una critica costruttiva: nelle scelte d'amore e di coraggio l'unico giudice può solo essere il proprio cuore e quello del Padre Eterno! (...) GRAZIE PERLA, GRAZIE!
Nell'ultima pagina, l'autrice del libro aggiunge che l'esito del procedimento penale a carico dei "torturatori di Perla", cinque anni dopo l'inizio delle indagini, fu una piena assoluzione perché il fatto non sussiste, ma così commenta:
- Questa assurda sentenza è un eclatante esempio di grave divergenza tra i fatti accaduti e l'accertamento della cosiddetta "verità processuale". Se è vero che in un paese democratico il rispetto delle garanzie di difesa è prioritario e che la prova della responsabilità penale deve sussistere "al di là di ogni ragionevole dubbio", e quindi la sentenza di assoluzione sarà pronunciata anche quando non si è raggiunta una prova certa sui reati contestati dall'accusa, altrettanto vero è che i diritti dei bambini, persone offese di reati tanti efferati e destabilizzanti per il loro corretto sviluppo psicofisico, dovrebbero essere tutelati con strumenti giuridici più incisivi e penetranti, vista la delicatezza degli interessi in gioco e la grave responsabilità di noi "adulti" troppo spesso insensibili ed incapaci nel voler difendere il loro bene!
Infine il ringraziamento:
- Devo molto a tutte le persone che mi hanno insegnato il coraggio; a quelle che mi hanno parlato della giustizia e dei valori come l'onestà e la difesa dei più deboli; a chi mi ha insegnato che non si diventa liberi compiacendo le aspettative degli altri ma lottando a favore di chi non ha più la forza di farlo. Grazie a chi, con il suo esempio, mi ha fatto sentire la tenerezza e l'Amore di Dio; grazie a chi ha accolto le mie paure e mi ha aiutato a superarle. Ringrazio in modo speciale mio marito per aver voluto condividere questa avventura,[N.d.B.: si riferisce al marito della dott.ssa Pagliuca, o al marito della dott.ssa Palizzi?] e Jeffrey Masson che, al mio solo progetto di questo libro mi ha detto: «Coraggio Sandra, coraggio».
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"Shutter Island" alla salernitana
Nel recente thriller psicologico di Martin Scorsese, basato sul romanzo di Dennis Lehane [attenzione, SPOILER], l'investigatore Teddy Daniels (Leo Di Caprio), il buono che si convince del complotto dei poteri forti, si scopre alla fine pazzo e afflitto da delirio megalomanico-persecutorio.
In "Che sarà mai l'inferno?" il lettore assiste ad un simle percorso per la dott.ssa Maria Teresa Palizzi, ma con la significativa differenza di non essere accompagnato nel colpo di scena dalla consapevolezza né della protagonista, né dell'autrice del libro, che fino all'ultima pagina ingolfa il testo di lodi per le straordinarie virtù umane della psicologa, il guinness dell'auto-celebrazione. Non si disvela nel finale nessun curante e nessun supervisore a contenere la dott.ssa Palizzi, anzi il marito-collega le è complice in gravi violazioni deontologiche, ed il vecchio "maestro" e supervisore (pag. 56: "In quei giorni, in un centro congressi poco distante dal nostro studio in città, il dottor Sergio Gerardi, il nostro caro maestro in materia di maltrattamento e abuso all'infanzia, teneva un seminario. Avevo fatto la mia prima formazione su questi casi, proprio presso la sua scuola") rinforza negativamente l'allieva abusologa:
- (pag. 57) Era più prudente o più paranoico di me? (...) Gli attribuivo doti di equilibrio (...) perché mi stava dicendo di non sottovalutare quei segnali di allarme? Mi spiegò che dietro a presunti abusi rituali, e dietro la pedopornografia si nascondono grandi organizzazioni criminali, spietati gruppi malavitosi che sono incontrollabili, specie quando vedono minacciati i loro interessi economici, spesso di notevole entità. Cercai invano di sminuire la portata di ciò che diceva, ma Sergio riprese con tenacia il discorso: «Lo scopo di queste intimidazioni, che ritengo serie ed importanti, è quello di farti rinunciare all'incarico peritale. (...)». Sergio era molto serio, e difficilmente si pronunciava con quel tono perentorio. Mi consigliò di allontanarmi dalla mia città, offrendomi ospitalità, almeno fino a quando non avessi consegnato il lavoro al giudice. Riuscì ad aprirmi gli occhi, a chiarirmi tanta confusione e ad allineare i miei cervelli: l'amigdala e la neocorteccia erano, dopo tanto tempo, associati (...) Aldo intervenne spontaneamente chiedendo che cosa sarebbe successo a Perla se avessi rinunciato all’incarico. Prontamente Sergio replicò: «Molto probabilmente la bambina tornerà a casa dai suoi. Chi vuoi che accetti una consulenza tecnica dopo questi presupposti? Ma conoscendoti, Maria Teresa, ritengo che se tu rinunciassi al mandato non troveresti più pace, non te lo riusciresti mai a perdonare!»".
Sandra Pagliuca mantiene tutto il discorso del libro in prima persona, anche nelle citazioni bibliografiche che attribuisce alla Palizzi (Alice Miller e Jeffrey Masson, of course), perfino nelle inaccettabili riflessioni tecnico-esistenziali del post-scriptum, fuori di trama, come fossero proprie anziché romanzesche, e ringrazia infine il proprio marito come avrebbe fatto la dott.ssa Palizzi, rinforzando con tutti i mezzi l'impressione che non vi sia alcuna differenza da intendere tra l'autrice e la protagonista del libro.
E' proprio Jeffrey Masson a darne conferma nella prefazione, forse tradendo involontariamente il trucco del nome fittizio della psicologa:
- "La maggior parte delle persone semplicemente si incammina nel fiume del diniego e non emerge mai. Perciò fa onore a Sandra Pagliuca che mentre questa è stata la sua prima difesa, lei abbia superato la sua riluttanza iniziale e sia giunta a credere alla bambina. Non solo ha creduto alla sua "storia" (non era una storia, ma un resoconto di un evento reale, [...]), ma è andata oltre ed è diventata qualcuno che letteralmente e simbolicamente ha sostenuto la bambina. (...) Dobbiamo essere grati a Sandra Pagliuca per il suo coraggio e la sua onestà".
Se "Perla" davvero esiste da qualche parte, non osiamo immaginare cosa potrebbe voler dire la pubblicazione di un simile libro per lei e per i suoi genitori adottivi ("quei traditori, con quegli stolti, presuntuosi, ignoranti"). Dobbiamo iniziare a preoccuparci di nuove forme di stalking che i bambini possono subire da parte dei consulenti tecnici delle procure?
Ci auguriamo che la dott.ssa Pagliuca possa presto smentire ogni coinvolgimento personale nella storia narrata pubblicamente: ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale?
Nel libro, questo disclaimer non c'è.
Anche se si trattasse davvero di un romanzo di fantasia e del tutto distinto dalla vita reale della dott.ssa Alessandra Pagliuca e di suo marito, la psicoterapeuta/sessuologa non può tuttavia dissociarsi dalle malpratiche che descrive con compiacimento per la sua eroina letteraria Palizzi; dovrà risponderne almeno sul piano culturale.
Sandra Pagliuca forse farà spallucce, trincerandosi anch'essa dietro l'autoproclamata missione di bontà e diffusione del verbo ("per noi la salvaguardia dei minori è una missione - tuona Sandra Pagliuca"), esattamente come la dott.ssa Palizzi nel libro, la quale passa da una violazione deontologica all'altra, rendendosi pure perfettamente conto degli sbagli (fino alla paranoia, pag. 83: "Era una collega della commissione deontologica del mio ordine, travestita da paziente di altri terapeuti, in missione punitiva?"), ma assolvendosi sempre sulla base del proprio onnipotente senso di superiorità:
- se non li salvo io i bambini, con la mia "empatia", anche fuori da ogni regola, chi lo farà?
Ugo
