sabato 30 gennaio 2010

Il mantra della prof.ssa Di Blasio

[Articolo aggiornato 06-02, leggi in fondo]

Sta sconvolgendo l'opinione pubblica il nuovo caso di pedofilia emerso a Cetara (SA), col blitz dei Carabinieri del 26/01/10. O meglio, caso di presunta pedofilia, così bisognerebbe scrivere, ma sono sempre pochi quelli che dimostrano tanta correttezza giornalistica e scientifica:
  • una ragazzina di 13 anni ("Anna" sui giornali) ha raccontato di orrendi abusi sessuali ed altre violenze psicologiche, subiti fin da quando era bambina, prima in casa e poi da parte di un vicino. Dai racconti risulterebbero coinvolti molteplici abusanti, tra loro complici, ed anche altre piccole vittime. L'indagine è stata presentata dal procuratore Franco Roberti nel corso di una discutibile conferenza stampa, in cui non sono mancate le frasi ad effetto e gli annunci su future sorprese, pare infatti che i sospetti si stiano allargando a macchia d'olio nel paese. Sono sotto accusa anche la madre e la "zia-padrona", che secondo le ultime ricostruzioni sarebbe stata la regista dei filmati degli abusi;
  • la prima segnalazione di possibili problemi di Anna sarebbe emersa dopo uno svenimento a scuola, che ha allertato le insegnanti. Pare fosse stata allontanata dalla famiglia e già da tempo fosse in affidamento ai servizi sociali, forse presso una famiglia affidataria in una diversa città. Le rivelazioni sugli abusi sarebbero state confidate ad un giudice onorario del Tribunale dei Minorenni di Salerno, la psicologa dott.ssa Luciana Iosca, e solo dopo 22 mesi di colloqui ("dal febbraio 2008 fino a due settimane fa"), dopo una progressione di rivelazioni col contagocce, "la quattordicenne ha confessato che dietro le violenze subite c’erano anche suo padre e suo fratello";
  • in alcuni articoli si parla di riscontri dalle intercettazioni telefoniche e di "certosine indagini coordinate dalla procura e che avrebbero consentito di riscontrare le parole della povera vittima", ma da nessuna parte abbiamo trovato specifiche di quali sarebbero tali riscontri. Anche altrove, ancora solo condizionali: "potrebbe fare ulteriore chiarezza sulla vicenda, anche in virtù delle intercettazioni telefoniche e ambientali. In base alle quali sarebbe giá stato possibile delineare, almeno in parte, le singole responsabilitá e i relativi ruoli nel torbido menage". Intercettazioni dunque, se ne parla anche in questo articolo ma, guarda caso, senza far cenno a cosa avrebbero scoperto: "Anche gli investigatori hanno utilizzato i loro metodi. Alla piccola è stato affidato un registratore con cui, a rischio di essere scoperta, ha dovuto registrare in più occasioni le conversazioni con i suoi familiari. Doppio scopo: le registrazioni servivano da prove, ma anche a proteggere la testimone che veniva in questo modo tenuta sotto controllo costante. Ma la cosa non passò del tutto inosservata a casa. La ragazzina ha raccontato che una volta i suoi familiari le avevano fatto togliere tutti i vestiti e poi li avevano esaminati con grande attenzione per verificare l’eventuale presenza di un registratore". Di perizie ginecologiche si parla solo in un articolo, che indica come responso «Abusi cronici». Tuttavia l'unica testimone diretta degli abusi presunti, la figlia undicenne del vicino di casa e vittima presunta anch'essa, nega ai magistrati ogni accusa mossa da Anna, dicendo che Anna non le è simpatica «perché non dice la verità». Un altro bambino avrebbe fornito invece elementi di convalida. Sono stati effettuati massicci sequestri di computer e supporti informatici, estesi a ben 18 perquisizioni domiciliari, ma anche in questo caso pare non si ha ancora notizia di alcun ritrovamento oggettivo, a cominciare dalla custodia de La Sirenetta indicata dalla ragazzina come nascondiglio dei filmati degli abusi subiti.
La dott.ssa Iosca ha già rilasciato una intervista ai giornali per rendere nota la propria assoluta convinzione della piena credibilità delle accuse e dei racconti, ma al tempo stesso ci fa sapere che non ha mai conosciuto nulla di simile. Mah.
Il prof. Montecchi fece esattamente lo stesso dopo il blitz antipedofili a Rignano Flaminio e per questo si beccò una grandinata di critiche, inclusa una severa reprimenda da parte della direzione del Bambino Gesù per mancanza di riguardo della privacy dei propri clienti.
La dott.ssa Iosca rischia adesso le stesse contestazioni da parte dei suoi superiori responsabili? Non si direbbe proprio, o almeno non dal TdM, alla luce del fatto che lo stesso presidente Paolo Giannino si è già presentato in conferenza stampa, approfittando della vicenda per una proposta irrituale e preoccupante:
  • "perciò il Tribunale dei Minori deve diventare il luogo dove i ragazzi possano raccontare le proprie storie, anche quelle più difficili da svelare".
Preferiremmo che delle indagini penali continuasse ad interessarsi soprattutto la giustizia ordinaria, nelle garanzie del giusto processo.
Tanto è bastato comunque al GIP per l'arresto di due familiari e del vicino di casa, ma gli investigatori stanno facendo tutto il possibile per allargare l'indagine anche ad altri. Il paese è a soqquadro e compaiono le prime perplessità da parte di chi fatica a credere ad una vicenda tanto estesa come quella svelata dalla dott.ssa Iosca.

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Nessuno sembra finora aver sollevato neppure una ipotesi alternativa (cfr. Carta di Noto, linea guida 5), ad esempio che si possa trattare di un caso di falso racconto di abuso, dovuto a sindrome di Stoccolma:
  • successe nella bassa modenese nel 1997, quando un bimbo iniziò a raccontare colossali bufale pedosataniste alla dott.ssa Valeria Donati dell'ASL di Mirandola, dopo mesi di affidamento agli stessi servizi sociali presso cui la giovane psicologa stava prestando servizio. Gli investigatori le credettero oltre ogni ragionevolezza, nonostante l'agghiacciante bizzarria dei racconti, senza immaginare che tanta carne al fuoco potesse essere solo un regalino del bimbo alle pressanti aspettative di colei che su di lui deteneva tutto il potere, un'abusologa in erba appena uscita da un corso del CBM di Milano (di cui era direttrice la prof.ssa Paola Di Blasio). Ne seguì una catastrofe giudiziaria ancora sanguinante, che fece morire tre persone e che coinvolse decine di innocenti nell'incubo della più grande caccia alle streghe moderna nel nostro paese. Fattaccio che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa.
Esempio che riportiamo solo per appello alla cautela, ci mancherebbe, sul caso di Cetara non siamo in condizioni di analizzare granché. Non ci affretteremo certo ad includerlo nei casi di falso abuso, va detto che la ragazzina di Cetara ha già quasi 14 anni e (rispetto ad esempio al bambino D. di Mirandola) questo elemento indicherebbe minore facilià all'induzione di storie false tanto drammatiche, anche di fronte ad abusologi molto sconsiderati. E non è stato chiarito da quanto tempo la ragazzina fosse in mano ai servizi sociali e per quali vicissitudini.
Le fonti giornalistiche sono ancora incomplete e prevale il solito scandalismo iniziale, che cela spesso una profonda inattendibilità delle notizie. Fatti finora molto pochi e spazio solo alle dichiarazioni, soprattutto se altisonanti. E' presto per trarne scienza e consiglio.

La prof.ssa Paola Di Blasio rompe invece gli indugi, prende già per vero tutto ciò che questa ragazzina avrebbe confessato alla collega Iosca, e rilascia un'intervista che sa di già sentito:
  • "La terribile storia di cui è stata vittima per 7 anni una bambina di Cetara, spalanca l'orrore su un mercato perverso che va combattuto ma con cui bisogna fare i conti perchè esiste: avverte Paola di Blasio, docente di psicologia dello sviluppo dell'università cattolica e presidente del centro per il bambino maltrattato di Milano. La bambina, che non ha ancora 14 anni, è stata vittima di abusi sessuali perpetrati dal padre, dal fratello e da un suo amico, ma gli investigatori stanno anche indagando su un giro di video pedopornografici scambiati via internet. "Quello che colpisce in questa vicenda - sottolinea Di Blasio - è da un lato la situazione di totale solitudine in cui si è trovata la bambina, nessuno che sia stato in grado di proteggerla", e dall'altro "l'entrare del mercato in una storia di abusi familiari, la commercializzazione degli abusi", "una forma di violenza che coinvolge molte persone, ritualizzata, spettacolarizzata, che ha come obiettivo lo sfruttamento e la commercializzazione, perché purtroppo esiste un mercato esterno". Quindi, "una violenza familiare a cui si somma un potere che riduce le vittime, i bambini, a puro oggetto commerciale. Un orrore ancora più grave dal punto di vista psicologico" (...).
La prof.ssa Di Blasio enfatizza dunque il risvolto commerciale della triste faccenda emersa sui giornali, ovvero l'incidenza del mercato pedopornografico. Forse un po' prestino, visto che i filmati degli abusi di Cetara non sono ancora stati trovati, tantomeno una loro distribuzione di mercato. Della loro esistenza sono certi solo la ragazzina e la dott.ssa Iosca.
Dalle ultime agenzie di stampa leggiamo che "nel computer del vicino di casa della quattordicenne (...), i tecnici avrebbero già rilevato una recente modifica dell'hardware o del software". Finora, tutto qui. Anche se poi lo stesso giornalista parla di una "enorme mole di materiale pedopornografico sequestrato durante il blitz di mercoledì mattina", forse confondendo anch'egli le aspettative per un fatto.
La prof.ssa Di Blasio avrà sentito parlare certamente del caso di Rignano Flaminio, anche lì sembrò scontato che si sarebbero trovati filmati degli abusi. Macchè. E anche in quel caso una ex presidente CISMAI, la dott.ssa Roberta Luberti, si era affrettata con malcelata speranza a chiamare in causa il mercato pedopornografico.

L'impazienza dell'appello della prof.ssa Di Blasio sarebbe passata forse più inosservata, se non fosse che la stessa professoressa si comportò in modo assolutamente identico anche il 7 giugno 2000, nel cuore del suddetto caso dei pedofili della bassa modenese, rilasciando dichiarazioni fotocopia, che furono oggetto di una scandalizzata interpellanza parlamentare:
  • rilasciava al quotidiano "Il Giornale" l’intervista dal titolo: "Nessun rito satanico, lo scopo era girare filmini per maniaci", nella quale affermava che dietro agli episodi che hanno portato alla condanna degli imputati nel processo succitato non vi sarebbero affatto "riti satanici", ma abusi rituali finalizzati alla produzione di video pornografici ed alla loro commercializzazione; si tratterebbe, sempre secondo la professoressa Di Blasio, di "... un grosso giro di affari in cui si uniscono interessi commerciali e forme di perversione da parte di adulti che commettono queste azioni in gruppo".
In quel caso, la prof.ssa Di Blasio non era solo commentatrice esperta, ma aveva svolto nel processo il ruolo di consulente tecnica per la procura. Le sue immotivate allusioni (mai neppure una foto era stata trovata) sollevarono l'indignata richiesta di censura, rivolta al Ministro della Giustizia.
Ciononostante, le rileggiamo uguali a dieci anni di distanza. E stavolta la dott.ssa Di Blasio non ha atteso neppure la sentenza di condanna in primo grado.
Cambia sempre solo la città, non i vecchi vizi del CISMAI.

Ugo


AGGIORNAMENTO 6.02.2010
A dieci giorni dal blitz show della Procura, per la prima volta un paio di piccole testate locali si ricordano le regole basilari del proprio mestiere e pubblicano finalmente anche stralci della versione degli accusati. Scopriamo così che secondo la madre di "Anna", gli abusi raccontati sarebbero una pura invenzione prodotta sotto effetto delle manipolazioni di una insegnante di sostegno, che sarebbe riuscita ad alienare la ragazzina dalla sua famiglia e che, se ben abbiamo compreso, sarebbe adesso la sua tutrice affidataria (fonte: cronachesalerno.it):
  • La donna, attraverso i propri legali – gli avvocati Antonio Bruno, Giovanni Cirillo e Marcello Feola – ha inviato la propria memoria difensiva alle redazioni di tutti i quotidiani locali urlando la propria innocenza ed accusando la maestra della figlia che avrebbe spinto la stessa a denunciare la propria famiglia all'unico scopo di adottare la ragazzina. (...) I problemi, a parere della madre della ragazzina, sarebbero cominciati nel 2004 quando la figlia, che frequentava le scuole elementari – conobbe una insegnante di sostegno che «immediatamente – afferma la donna – affascinò mia figlia con i suoi modi ed i suoi abiti eleganti, facendole immaginare che questo era il modello di mamma che la piccola desiderava e confermando, nella sua mente, il disagio di essere figlia di umili pescatori e di avere una madre, e più in generale, una famiglia non consona a quella che lei desiderava». I rapporti della bambina con la docente, sarebbero divenuti via via più stretti e, prosegue la madre della piccola «man mano che queste frequentazioni diventarono più assidue, mia figlia cominciò sempre di più a disprezzare il proprio nucleo familiare più volte manifestando il desiderio di farsi adottare dalla sua maestra che oramai era diventata per lei il modello ideale di madre e di famiglia». La donna, a parere di E.P. avrebbe incoraggiato questo stato di cose «illudendo la bambina», che cominciò a rivolgersi alla donna con l'appellativo di mamma, «facendole intravedere una vita agiata e felice e facendole spesso regali come abbigliamento, collane e profumi». La maestra, sempre secondo la tesi della madre della bambina, avrebbe messo la ragazzina contro la propria famiglia convincendola, a poco a poco, «che il suo ambiente familiare di origine non era adatto a lei, che avrebbe meritato molto di più, come far parte di una famiglia perfetta come la sua, nella quale vi era disponibilità economica, agiatezza, una bella casa, figli felici e sempre sorridenti, persino un simpatico cane». Secondo la difesa di E.P. lo scopo ultimo della maestra, sarebbe stato quello di adottare la propria bambina mettendo così in pratica «tutta una serie di atti e comportamenti che hanno portato a conseguenze gravissime per me e per tutta la mia famiglia. La maestra, con la promessa infatuante fatta alla mia bambina che avrebbero vissuto sempre insieme nell'agio, nel lusso e nelle comodità, con azione gravissima, ha convinto mia figlia a denunciare me, mio marito, mio figlio ed altre persone, di abusi e violenze sessuali subite, nonché di produzione e commercializzazione di materiale pedopornografico che la vedevano protagonista, inventando di sana pianta e con raggelante freddezza situazioni terrificanti ed allucinanti che ovviamente non sono mai avvenute e di cui gli inquirenti non hanno trovato alcuna traccia».
L'incompletezza pregiudiziale delle indagini (definite "certosine" solo una settimana fa dai Procura-boys) viene denunciata con fermezza anche dagli avvocati della famiglia accusata, i quali sperano adesso in un ribaltone da parte del tribunale del Riesame, un po' come avvenne a Rignano Flaminio (fonte: positanonews.it):
  • (...) gli avvocati degli indagati han chiesto la revoca della misura cautelare. E’ la richiesta contenuta nell’istanza presentata al Tribunale dei Riesame, la cui udienza si terrá lunedì prossimo, dai legali del padre e del fratello di Cetara in costiera amalfitana, presunti molestatori, assieme al vicino di casa, per sette anni, di una bambina, ora quattordicenne, detenuti nel carcere di Secondigliano. Il pool difensivo, composto dagli avvocati Bruno, Cirillo e Feola, ha presentato la documentazione con la quale si chiede l’immediata scarcerazione dei loro assistiti, adducendo a sostegno della loro tesi una serie di motivazioni. A partire dalla teoria che il gip abbia posto, a sostegno dell’accusa, «unicamente le dichiarazioni della minore, sostenute, in modo insufficiente e superficiale, da consulenze di parte». Inoltre, a detta dei difensori, in tutta la vicenda si riscontrerebbero alcune evidenti incongruenze. A cominciare dalla circostanza che, benché la ragazzina avesse coinvolto, nella narrazione dei fatti, altri minorenni, il pm non abbia sentito la necessitá di ascoltarli «nello stesso e identico modo - evidenziano gli avvocati - come ha ascoltato la principale testimone». Perciò, in base a queste considerazioni, la difesa sostiene che «il gip e il pm si sono fatti convinzione che la ragazzina dica solo la veritá e, sulla scorta di tale convinzione soggettiva e non sorretta da altri elementi oggettivi, hanno ricostruito tutta la vicenda, estrapolando dagli atti processuali soltanto le circostanze atte a sorreggere tale ricostruzione». Insomma, non ci sarebbe alcuna prova concreta in quanto, come sottolineano Bruno, Cirillo e Feola, «le numerose perquisizioni compiute nell’ambito di tutte le indagini finora svolte, non hanno consentito di trovare uno solo degli innumerevoli attrezzi sado-maso, cui la minore fa riferimento, più volte, nei propri racconti. E neppure nessuno dei supporti audiovisivi analogici e digitali». In pratica, fino ad ora, le testimonianze delle violenze subite, non sarebbero state avvalorate da alcun riscontro, così come non sarebbero state trovare le immagini dei giochi erotici che, come afferma la ragazzina, qualcuno avrebbe ripreso con una videocamera. Inoltre, assieme al ricorso, è stata presentata in Procura una memoria difensiva della madre che, ieri, è stata interrogata dai carabinieri nella caserma di Mercatello. Madre che, non solo rigetta tutta le accuse, ma indica anche, come principale e unica colpevole della storia, una insegnante della figlia. Che l’avrebbe plagiata, inducendola a inventarsi le violenze, per ottenere l’affidamento e l’adozione della ragazzina. E, perciò, per raggiungere lo scopo, l’avrebbe «prima sobillata, aizzandola contro l’intero nucleo familiare, poi indotta, spinta e guidata nelle infamanti accuse che hanno comportato ingiusti e devastanti provvedimenti giudiziari per tutta la famiglia». Tant’è che, come rilevano sia i legali che la donna, la minore «non ha mai attribuito fatti eclatanti al papá e al fratello, soprattutto con dovizia di particolari, se non dopo il 22 dicembre 2009, quando la ragazzina ottenne il permesso di poter effettuare, dopo un anno dall’allontanamento, una visita e un colloquio con i genitori, con i quali si intrattenne per circa 4 ore, mostrando l’intenzione di tornare nella sua famiglia». Un desiderio che, in base alla tesi difensiva, avrebbe fatto nuovamente scattare le pressioni sulla minorenne da parte dell’insegnante "affidataria".
Una spiegazione ben diversa dall'interpretazione fornita dalla psicologa del Tribunale per i Minorenni, dott.ssa Luciana Iosca, che per giustificare l'abnorme latenza delle rivelazioni di Anna contro padre e fratello, si sarebbe invece confortata immediatamente ed esclusivamente dentro la teoria del "disvelamento progressivo", cara ai teorici del CISMAI. I quali sono tanto pazienti da aspettare mesi o anni, affiché una accusa di abuso esca finalmente dalla bocca dei bimbi loro affidati, ma poi non riescono a trattenersi neanche pochi giorni dal commentare coi giornali un traffico pedopornografico non ancora rinvenuto.

Chiudiamo ancora con una dichiarazione della madre di "Anna":
  • «Almeno per un solo momento – incalza la donna – è possibile che non sfiori il sospetto che mia figlia ha bisogno di cure, e che vive in un'altra realtà fatta di internet e di televisione?»
Non abbiamo certezze su quale sia la verità di Cetara, ma almeno su una cosa questa donna ha dannatamente ragione: ci sono professionisti attorno a questa vicenda i quali, nonostante la sua orrorifica bizzarria (o forse proprio in virtù di essa), non sembrano mai sfiorati dal dubbio.