martedì 19 luglio 2011

La strategia ostruzionistica del prof. Roberto Mazza

Il 6 maggio scorso si è tenuto a Roma il convegno "PAS: un'arma impropria contro i diritti delle donne e dei bambini". Tra gli organizzatori e relatori, molti degli abusologi del Movimento per l'infanzia, ben noti al nostro blog: Roberta Lerici, Andrea Coffari, Claudio Foti.
Il convegno è una dichiarata operazione ideologica di contrasto alla "sindrome di alienazione parentale" (PAS), una condizione di mobbing familiare entrata ormai da un ventennio nella psicologia giuridica e nella prassi giudiziaria minorile, grazie alla sua straordinaria valenza esplicativa, sebbene non senza dubbi e controversie. La "alienazione parentale" (probabilmente non in forma PAS o PAD) è candidata a comparire nella prossima edizione del manuale psichiatrico ufficiale DSM-V, in uscita nel 2013.
In molti casi sospetti di crisi e violenza familiare, la PAS (o più in generale la "alienazione genitoriale") si pone come una spiegazione alternativa a quella dell'abuso sul minore, anzi come possibile giustificazione di false denunce di abuso e maltrattamento, e non stupisce che tra molti abusologi di professione venga vista come il fumo negli occhi, soprattutto tra coloro che sono preferenzialmente orientati solo alla caccia all'abuso pedofilo.
Che questa fosse la situazione il 6 maggio a Roma, ce lo conferma chiaramente il sottotitolo del convegno: "Come l'invenzione di un ideologo della pedofilia è entrata nelle aule dei tribunali" (si allude al prof. Richard Gardner, spesso ingiustificatamente calunniato di essere un pedofilo da parte dei suoi detrattori meno onesti o preparati).


Al convegno ha partecipato in veste di relatore anche il prof. Roberto Mazza, psicoterapeuta in Sarzana e docente di psicologia sociale presso l'università di Pisa, il quale inoltre:
  • "ha svolto attività di ricerca e formazione su tematiche inerenti la relazione d'aiuto e l'intervento psico-sociale nei servizi pubblici, coordinando oltre trenta seminari di studio ed aggiornamento scientifico per gli operatori del settore."
Il dott. Mazza ha occupato quasi tutto il proprio intervento, intitolato "Il bambino tra giochi familiari e istigazione", con il racconto di un caso di presunta PAS da lui seguito ad iniziare circa nel 2005.
La sincerità candida ed orgogliosa con la quale il dott. Mazza ha riferito al pubblico romano in merito a propri comportamenti molto discutibili per deontologia e legge (a suo stesso dire "forse scorretti dal punto di vista legale"), ci offre una confessione più unica che rara di ciò che in realtà spesso accade attorno al processo penale (anche quando un padre sospettato di abusi viene scagionato dalla legge), gettando luce sulle vere modalità di intervento di alcuni operatori sociali e sul potere immenso che essi possono arrogarsi, fuori dal controllo democratico e anche contro le intenzioni dello stesso potere giudiziario che li dovrebbe guidare e sorvegliare.

Il convegno è stato trasmesso in streaming sul web, riteniamo utile pubblicare la trascrizione dell'intervento del prof. Mazza, che viene introdotto dalla moderatrice come "docente di psicologia sociale all’università di Pisa e psicoterapeuta":
  • "Intanto saluto e ringrazio, ringrazio perché è un’occasione formativa davvero questa, molte grazie. Molte grazie perché sapevo qualcosa della PAS, qualcosa sapevo, mi ero documentato, però fortunatamente professionalmente ho avuto poco a che fare con la PAS, grazie a Dio, parlo non da professore, parlo da psicologo di trincea per una ventina d'anni di esperienza insomma, servizi pubblici quindi, di cui una decina passati in servizi per l'infanzia e l'adolescenza, quindi bambini, minori, famiglie in crisi, quindi insomma un'esperienza discreta. (...) mi sono occupato molte volte di situazioni molto conflittuali, dove i bambini sono triangolati all’interno di queste situazioni conflittuali (...) per capire che cosa accade in questi giochi familiari complessi dove i bambini sono giocati contro l'altro. Ma poche volte ho avuto l'esperienza diretta di una diagnosi di questo genere.
  • Vorrei però raccontarvi a partire appunto da questa esperienza di trincea (...) alcuni anni fa un giudice mi invia un caso, di una famiglia, una coppia di genitori separati, chiedendomi di fare il possibile per riavvicinare la bambina al padre, no? Quindi una situazione in cui non c'era la diagnosi, ma per la prima volta ho visto sventagliare davanti anche qualche articolo in cui si parlava di PAS. Quindi il padre sventagliava questo articolo e il giudice mi stimolava, a me stimolava anche piuttosto con forza per far sì che io facessi riavvicinare questa bambina al padre. La bambina aveva in quel periodo 10 anni.
  • Io ero dentro un servizio pubblico come consulente, con un’equipe di psicologi, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali. Con gli assistenti sociali ho una particolare affinità, ma anche ambivalenza e anche conflitto, in quanto insegno in una scuola, un corso di laurea per assistenti sociali, quindi ho una certa pratica e quindi avrei anche alcune cose da dire talvolta sulla loro formazione sul campo, perché chiaramente quando si tratta di lavorare in situazioni così complesse, beh bisogna essere effettivamente molto attenti e pensare che l’equipe diventa uno strumento assolutamente indispensabile per lavorare in queste condizioni.
  • Fatto sta che queste colleghe, appunto, del servizio sociale mi dicono di accelerare le pratiche, perché il giudice era piuttosto arrabbiato. Quindi iniziamo la consultazione con questa famiglia e risulta che quest’uomo che è stato ovviamente denunciato per pedofilia, per aver abusato della bambina da quando aveva cinque anni a quando aveva nove anni, era stato assolto, quindi il processo era concluso. Le perizie c’erano state, quelle perizie avevano detto che l’abuso sessuale non c’era.
  • L’abilità del pedofilo come ha ricordato Foti prima, insomma lui è un grande esperto di queste faccende, il pedofilo è molto più intelligente della media di noi psicologi, assistenti sociali, soprattutto nel cercare di dissimulare. Che cosa ha fatto? Ha cercato una celebre neuropsichiatra infantile dell’Università di Pisa, l’ha sedotta, nel senso che si è presentato da lei, lei a me ha raccontato che quest’uomo... ha raccontato davvero di essere dalla parte dei bambini, ma che quest’uomo si è presentato alle sette del mattino, ha detto che avrebbe aspettato notte e giorno, sarebbe andato anche da lei tutti i giorni per dimostrare che nulla era successo, è andato dalla persona per farsi valutare, anche con pagamenti piuttosto consistenti. A volte anche perché aiuta, diciamolo, in senso che quest’uomo era andato... seppi durante il percorso che era andato dall’avvocato con cinquantamila euro in una borsa, in contanti, quindi aveva scelto anche un grande penalista.
  • E quindi mi sono occupato di questa faccenda, dovevo cercare di fare in fretta per avvicinare questa bambina a questo padre. Quindi comincio le valutazioni e comincio a sentire questa madre e comincio a sentire delle voci che creano delle risonanze per chi come me ha avuto una formazione diciamo milanese, di terapia familiare (...) quindi una risonanza nel rintracciare degli indicatori che erano forti, evidenti, di qualcosa che ci poteva essere stato. Diciamo i racconti erano dettagliatissimi, la bambina sentita poi successivamente raccontava, la bambina urlava di non voler andare col padre, quella bambina urlava nei nostri servizi. La madre e la nonna urlavano anche loro e, a testimonianza del fatto che fossero due donne sufficientemente protettive, e di conseguenza io incominciai a fare un lavoro che diciamo, forse anche scorretto dal punto di vista legale, proprio un ostruzionismo nel tentare di riavvicinare questa bambina al padre. Cercai di fare questo lavoro sostanzialmente lavorando con i genitori, quindi con entrambi i genitori separatamente, perché la signora non voleva incontrare l’ex coniuge, lavorando con loro separatamente, proponendo che la bambina fosse trattata.
  • Quindi usai questo escamotage dicendo: o la bimba è una bimba malata, quindi ha una patologia, un disturbo, inventa un qualcosa, allorché la mamma o la nonna sono patologiche, sono malate, comunque sia la bimba va trattata, va vista da qualche psicoterapeuta individuale. Se invece la bambina non è malata, cosa che pensavo probabilmente e di cui ero convinto, perché i racconti dettagliatissimi di questi abusi avvenuti tra cinque ed otto anni erano drammatici, di cui tra l’altro la mamma mi raccontava retrospettivamente di ricordare che lui saliva quella scalettina, che andava in camera tutti i giorni, con questa bimba di cinque anni, dai cinque agli otto, lei raccontava i dettagli dei rapporti orali che aveva con lui. Questo era un padre che era stato assolto dal processo.
  • (...) persuadere tutta l’equipe, l’equipe a sua volta spinta verso una direzione esplorativa diversa, che non era quella “troviamo la malattia della nonna, troviamo la malattia del bambino”, ma un po’ tesi diciamo a esplorare attraverso l’esame testologico, psicodiagnostico, quindi a fare una valutazione più attenta, più prudente della bambina, scoprirono anche loro, sentirono raccontare dal bambino dettagli.
  • Ecco, non ci fu la possibilità di riaprire... qui non ci fu la consulenza di un legale, un esperto, perché non ci fu la possibilità di riaprire il processo penale. Il penalista della signora, che era un penalista molto in gamba anche lui, uno di zona, molto bravo, ovviamente parlai in quell’occasione anche con gli avvocati, perché in un caso quest’avvocato mi diceva che non si poteva riaprire il processo. Il giudice, sentito dagli assistenti sociali, diceva che non se ne parlava neppure di riaprire un processo, mentre l’avvocato del padre arrivò a minacciarmi, a minacciare me e gli assistenti sociali, tutta l’equipe, ovviamente per rivalsa su di noi, denunciarci, eccetera.
  • Quindi, si fece un lavoro, proprio io l’ho chiamato ostruzionistico, perché non potevamo certo muoverci diversamente. Però rallentando, facendo trattare la bimba, passavano gli anni e intanto questo padre, spaventato dai racconti della bimba che in qualche modo venivano filtrati dai terapeuti, lui si allontanò piano piano fino a abbandonare la scena.
  • E quindi, adesso che è una bimba di sedici anni, ovviamente è stata una grande fatica della mia vita, questa famiglia mi è molto riconoscente e così le colleghe assistenti sociali, che sono state sempre pronte all’ascolto, alla comprensione eccetera, abbiamo accompagnato questa bimba fino ai sedici anni. Lei oggi è pronta ad andare dal giudice, vorrebbe andare dal giudice, vorrebbe ora proprio in questi giorni andare a raccontare la sua storia dal giudice (...) si vedrà, insomma è grande (...) incominciare a parlare e raccontare.
  • Ecco questo per dire è uno spaccato, visto dall’altra parte, di che cosa può accadere. Immagino (...) cosa accadesse se avessimo offerto la possibilità a questa bimba, coattivamente, attraverso la minaccia, di andare a incontrarlo. Grazie a Dio...
  • Ecco, devo dire che insieme a questi casi ne ho altrettanti purtroppo finiti molto male, che non ho seguito direttamente, che ho visto a volte nei gruppi di supervisione dove, a fronte di padri a sua volta prosciolti, c’è stato il riavvicinamento (...) con l’abusante. Quindi, in situazioni drammatiche in cui le mamme, forse meno protettive, forse dubbiose anche in taluni casi dubbiosi sul fatto che fosse successo qualcosa, hanno facilitato questo incontro diciamo con... col persecutore. Ecco, questo è il mio punto di vista, la mia riflessione su questa faccenda". (...)

Padri accusati, state attenti: la Giustizia dello Stato un giorno potrebbe anche assolvervi da ogni imputazione, ma per poter rivedere i vostri figli vi aspetta ancora una perizia ed nuovo processo, stavolta senza avvocati e diritti di difesa: rigiudica tutto il prof. Roberto Mazza, con la sua equipe di assistenti sociali "protettive".

Ugo


Vedi anche simile: "Eroine dell'abusologia, la dottoressa Palizzi"

domenica 17 luglio 2011

A Brescia, Frassi non accetta

Il 30 giugno 2011 è stato nuovamente assolto in appello il bidello della scuola materna "Abba" di Brescia. Forse il capitolo finale di una maxi-bufala delle trame della presunta pedofilia organizzata negli asili bresciani. Anche l'ultimo capro espiatorio rimasto sotto la gogna della procura bresciana, dopo un decennio di vessazioni umane e giudiziarie, sembra finalmente salvo dalla grande caccia alle streghe che nella città lombarda venne scatenata da psicologi, criminologi, periti medici e magistrati inadatti a questo tipo di indagini.
Un ennesimo durissimo colpo alla credibilità dell'associazione anti-pedofilia Prometeo onlus, il cui presidente Massimiliano Frassi aveva pettinato per anni le ipotesi accusatorie, cercando di cavalcare l'onda autopromozionale e alimentando forme di dibattito e propaganda indegne per un paese civile. Le sue scuse non giungeranno neanche stavolta, anzi.
Sembra tuttavia in vista un cambiamento di rotta nel modo in cui Frassi adesso racconta il proprio ruolo nella vicenda bresciana.

Solo un mese prima, il 25 maggio 2011 sull'emittente VideoBergamo era andata in onda l'intervista della giornalista Cristina Spinelli a Massimiliano Frassi, per la rubrica "Persone&Personaggi".
Poche le sorprese dall'intervista, con Frassi che ripete ormai un copione autocelebrativo sempre uguale, di fronte a giornalisti amici che gli pongono solo domande addomesticate.
Abbiamo riascoltato così per l'ennesima volta la sciocchezza per cui:
  • "un dato che è diventato oggi anche un dato nazionale, per cui non solo locale, è che l'età media dei bimbi abusati spazia da 0 a 4 anni. Quindi un'età drammaticamente piccola, all'abusante o al predatore come lo chiamo io, servono oggi bambini sempre più piccoli poiché possono essere meno credibili in un'alula di tribunale".
Un vero must per ogni intervista rilasciata dal Frassi, sempre uguale da quasi un decennio e sempre presentata come scoperta, nonostante sia insensata in termini statistici, nonché del tutto falsa, in quanto basata ancora sulla credulità di Frassi degli abusi sui piccoli degli asili di Brescia e Bergamo, i falsi casi multipli che capitarono sotto il naso della nascente associazione Prometeo e sui quali egli fondò le sue convinzioni e le pseudo-statistiche spannometriche che ancora ci propina. Così come falsa è la successiva sparata disinformativa:
  • "il mondo scientifico mondiale ritiene invece un bimbo piccolino ancora più credibile".
Basterebbe questo inizio per capire che tipo di esperto autoproclamato, ideologizzato ed impreparato è il Frassi. Approfittando invece del giornalismo sdraiato della Spinelli, Frassi ha sciorinato ancora una volta dati immaginifici sulle proprie attività:
  • [parlando del coordinamento vittime della pedofilia che Frassi ha organizzato dal 2009] "hanno aderito già più di 1500 casi da tutta Italia, mentre solo sulla bergamasca, solo lo scorso anno al 21 dicembre, eran circa 330-340 i casi seguiti. Sembrano dei numeri elevatissimi (...)".
Ringraziando per il gancio offerto dalla giornalista contro presunte operazioni di "boicottaggio" ai danni di Prometeo onlus (ma se Spinelli ne aveva sentito parlare, non poteva allora prepararsi una domanda seria in merito?), il Frassi si è concesso anche qualche ingiuria contro chi osa criticarlo direttamente, ad es. i blog come il nostro:
  • "soggetti che nella mia personale scala evolutiva non stanno neanche in zona scimpanzé (...) persone molto disturbate che in internet creano siti contro di noi mettendo le cose più folli".

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Da questa intervista deja-vu, salviamo però a futura memoria il parere di Frassi sui casi di presunta pedofilia che sarebbero avvenuti nelle scuole materne. Stimolato da una domanda sul caso di Rignano Flaminio, il presidente di Prometeo si sposta infatti molto velocemente a discutere delle vicende degli asili di Brescia, in cui Prometeo onlus si ritagliò un ruolo e buona parte della propria cattiva fama, ad es. il caso Sorelli, tutti assolti, maxi-risarcimenti agli innocenti accusati e sentenze che dimostrano l'assenza di abusi sessuali e invece l'azione suggestiva e dannosa di troppe persone sui bimbi e sulle loro dichiarazioni. Sentiamo Frassi:
  • "bimbi molto piccoli e bimbi sottoposti a dei riti allucinanti. Casi come Brescia dove sono stati tutti assolti in un filone, in un altro il percorso è ancora aperto e quindi, come dire, accettiamo questo fatto, ma non accettiamo... io non lo accetterò mai che si dica che quei bambini non hanno subito abusi. Ma non perché voglio che quei bambini abbiano subito abusi, magari così non fosse, ma sono bimbi che anche ad anni di distanza hanno una sintomatologia che li fa stare molto molto male, bimbi che hanno addirittura un blocco dello sviluppo della crescita, bimbi che stanno malissimo e che hanno paure... dove non accetto che mi si dica che dei genitori li hanno contagiati e non accetto che si dica che siamo arrivati noi matti a farci pubblicità, non ho ancora capito sinceramente come, visti i problemi che abbiamo avuto appoggiando e dando voce a quei bambini. Sono due processi a cui noi siamo arrivati dopo rispetto ad altri dove la denuncia parte da noi, noi siamo arrivati a giochi fatti, anche a volte vedendo gli errori fatti in sede processuale, in sede soprattutto scusate pre-processuale di indagine. Ribadisco sull'idea che mi sono fatto e l'idea che mi sono fatto io ma si son fatti tanti, perché la mia idea non vale nulla ma quella di tanti specialisti sì, è che quei bambini siano stati vittime di abusi. Spero che su Rignano, rispetto a quello che è accaduto a Brescia, qualcuno mi dica anche da parte di chi".
Nessuna sorpresa per chi Frassi già lo conosca, è palese che egli tenga le famiglie false vittime di pedofilia scolastica ancora imprigionate nella sua retorica dell'abuso sessuale, in barba alle sentenze. E gli effetti deleteri si vedono, ha ragione Frassi a dire che un abuso su quei bimbi ci deve essere stato per farli soffrire così, ancora oggi, peccato egli non voglia ammettere che non si trattasse affatto della sessualizzazione pedofila immaginata, bensì dell'altrettanto dannosa vittimizzazione giudiziaria, della quale Frassi e Prometeo onlus non possono certo dirsi estranee.
Eppure, coda-di-paglia adesso sembra volersi smarcare da ogni responsabilità, forse nel timore che prima o poi vi possa essere una indagine seria su come andarono le cose, ed allora Frassi getta fumo raccontando una bugia grossa come una casa, ovvero che "siamo arrivati a giochi fatti", minimizzando il coinvolgimento della propria associazione e delle psicologhe di fiducia di Prometeo nell'indagine e nel clima bresciano di caccia alle streghe.
In verità, solo posteriormente all'arrivo di Prometeo (e guarda caso, dopo il passaggio italiano del "maestro" Ray Wyre) si è affermata nell'indagine la coloritura "rituale-satanista" nelle accuse iniziali del caso "Sorelli", nonché si è avuta l'estensione delle accuse e delle incarcerazioni anche ad altri soggetti innocenti. Tra questi ad es. il martirio giudiziario di Don Stefano B., lo stesso prete che, un paio di settimane dopo essere stato assolto per la prima volta, ancora veniva calunniato dal Frassi in sedi importanti, attribuendogli per vere delle porcherie mai commesse, frutto solo delle fantasie che si erano diffuse tra chi interrogava suggestivamente i bambini o pettinava i loro genitori alla ricerca dell'orrore a tutti i costi, da riversare in seguito nel blog e nei libri allarmisti sulla "pedofilia di massa".

E pensare che invece un tempo Frassi si vantava dell'efficacia della propria azione dietro alle famiglie accusanti e a fianco delle procure:
  • "Prometeo", che collabora stabilmente con le Procure di Milano, Bergamo e Brescia, si è dotata di un centro d’ascolto che offre consulenza, accompagnamento del minore abusato, preparazione del bambino al colloquio e alle udienze in tribunale".
Adesso invece Frassi fischiettando tenta di far credere di aver solamente assistito a quelle vicende.
Perché Massimiliano Frassi e Cristina Spinelli non vanno a raccontarglielo in faccia a Don Stefano, che la Prometeo onlus sarebbe arrivata a Brescia solo a giochi fatti?

Ugo