Il Colonnello Valerio a Dongo caricò i corpi dei gerarchi fascisti fucilati su un camion e passò poi a prendere anche i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Diretto a Milano, giunse in Piazzale Loreto alle 3.40 di domenica 29 aprile 1945.Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Qualche ora dopo la piazza si riempì, complice un passa-parola che aveva in un lampo attraversato tutta Milano. Nella piazza si udirono scariche di mitra, le prime file di folla venivano spinte verso i cadaveri calpestandoli, prendendoli a calci.
- "Il cadavere non è più sacro, con lui si può giocare e lo si brancica per metterlo alla berlina e per vituperarne la memoria. Al dittatore munifico e capace di affrancare l’Italia da un destino secolare di fame e di miseria le donne di Milano gli gettano addosso ortaggi e pane nero, il menù fisso dei lunghi cinque anni di guerra. Altri gli fanno impugnare, per scherno, l’asta di un gagliardetto fascista. Lo spregio finale della “belva umana”, coinvolta nel trescone della carneficina fraterna, raggiunge l’acme quando qualcuno gli mette in bocca un sorcio morto. In quel mentre l’ira fremeva, i furori s’addensavano e un sordo tumulto di vendetta scuoteva gli animi surriscaldati da un odio fino ad allora a stento represso. Una donna inviperita spara sulla testa del Duce alcuni colpi di pistola, uno per ciascuno dei suoi cinque figli morti a causa della guerra. Un uomo, scalmanandosi, urla al cadavere di Mussolini penzolante: "Fai il discoro, adesso, fai il discorso" (A. Bertotto. La morte di Benito Mussolini: una storia da riscrivere. Paoletti, D’Isidori, Capponi Editori).
- "Il secondo corpo che sale è quello della Petacci (il primo era stato il cadavere di Mussolini). Ha le mani socchiuse, le unghie smaltate di rosa chiaro. La camicia insanguinata e infangata è slacciata fino a metà del petto: un petto rigoglioso, giovane. Un petto bellissimo. Mentre stanno alzando il suo corpo, la gonna le scende fino alla vita, scoprendo il ventre nudo, morbido e largo, le cosce tornite, il reggicalze rosa, le calze di seta. Si leva un brusio misto a osceni sghignazzi: 'Guardate non ha le mutande'. Quasi sotto di lei una donna (forse offesa nella sua dignità femminile) si toglie di dosso una spilla da balia. E’ Piera Barale, la staffetta partigiana 'Carla la Bionda'...Piera allunga la spilla a don Franco Pollarolo, che ai partigiani chiede una sosta, appena il tempo di rialzare la gonna intrisa di polvere e sangue, e con la spilla fissarla fra le gambe della Petacci morta ammazzata" (Edgarda Ferri, L’alba che aspettavamo. Mondadori, 2005).
Verso l'una del pomeriggio una squadra di partigiani, su ordine del comando, entrava in piazza e deponeva i cadaveri.
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64 anni dopo, la nipote di Benito Mussolini siede alla presidenza della Commissione Infanzia del Parlamento Repubblicano (XVI legislatura). Non sappiamo quante delle famiglie italiane affiderebbero ad Alessandra Mussolini la supervisione sui problemi e l'educazione dei propri figli, ma il nostro Parlamento lo ha fatto.
Una reazione dalla società civile era improcrastinabile e un primo aiuto è giunto dal mondo della musica leggera.
In occasione del cinquantennale della propria carriera di cantautore, Gino Paoli ha presentato il 21/01/09 il suo nuovo album "Storie", che contiene anche la canzone "Il Pettirosso":
Aveva gli occhi come un pettirosso
era una donna di undici anni e mezzo
si alzò la gonna per saltare il fosso
aveva addosso un vestitino rosso.
Mentre passava in mezzo a quel giardino
di settant'anni incontrò un bambino
voleva ancora afferrare tutto
e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto
e l'afferrò con cattiveria
lei si trovò le gambe in aria
lui che cercava cosa fare
c'era paura e c'era male.
E il male lo afferrò proprio nel cuore
come succede con il primo amore
e lei allora lo prese tra le braccia
con le manine gli accarezzò la faccia
così per sempre si addormentò per riposare
come un bambino stanco di giocare
Dice Paoli:
- "Questa canzone nasce dalla pretesa di umanità per tutti e due i protagonisti, anche del mostro. Il vecchio è un border line che non sa cosa è bene e cosa è male. Lo stupro non si consuma fino in fondo, il vecchio ha un attacco di cuore mentre tenta la violenza e la bambina che lo vede a terra morente prova pietà invece di odio, anche perché priva di sovrastrutture".
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Va detto subito: "Il Pettirosso" non è in realtà che una sardonica trappola dell'artista milanese, che utilizza qui il tema scabroso della pedofilia come esca per catturare ignoranti, isterici, illiberali.
Una volta gettato l'amo, è bastato aspettare un solo giorno perchè abboccassero:
- Roma, 22 gen. (Apcom) - "L'Ufficio di Presidenza della Commissione Parlamentare per l'Infanzia, convocato questa mattina alle ore 9,00 dal Presidente, On. Alessandra Mussolini, al quale hanno partecipato l' On. Barbara Saltamartini (PDL), la Sen. Luciana Sbarbati (PD), la Sen. Giuliana Carlino (IDV) e l'On. Mariella Bocciardo (PDL), ha approvato alla unanimità la decisione di audire nell'ambito della indagine conoscitiva contro la pedo-pornografia il cantautore Gino Paoli, autore del brano "Il pettirosso", il quale tratta di una bambina violentata che perdona il suo carnefice. Ne dà notizia la presidenza della Commissione Infanzia".
Che cosa c'entri poi la canzone di Gino Paoli con la pedo-pornografia, lo sanno solo le signore ansiose del salotto bicamerale.
La prima segnalazione di dissenso verso il testo Gino Paoli sembra fosse giunta loro dall'On. Luca Barbareschi. Dopo la decisione della Commissione Infanzia, nel giro di poche ore l'inferno stampa si è scatenato contro il cantautore.
Movimento Italiano Genitori (MOIGE), comunicato stampa:
- "L’intervento della Commissione Bicamerale per l’Infanzia circa il brano ‘Il Pettirosso’ del cantautore italiano è un significativo segno di attenzione che la Commissione dimostra verso il grave e triste fenomeno della pedofilia. (...) un testo del genere non può passare inosservato ed essere diffuso senza pensare alle eventuali conseguenze. Proprio per questo motivo l’audizione si rende necessaria e il MOIGE auspica che in tale occasione il cantautore riporti chiarimenti certi ed adeguati".
- «È assolutamente necessario che Gino Paoli fughi ogni dubbio».
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Torniamo ad Alessandra Mussolini, che sulla decisione della propria commissione ha aggiunto:
- «Nessuna censura all’artista, ma attenzione ai “messaggi fuorvianti” sulla pedofilia, anche di un testo di una canzone, che possono “essere molto devastanti. Per il pedofilo non c’è perdono”»
Ancora Alessandra Mussolini, in una intervista a Il Velino.it:
- “Visto il testo della canzone abbiamo deciso di audirlo perché è equivoco e non c’è una giustificazione per atti del genere. Una povera bambina – continua - non può arrivare a perdonare. Giustificare, invece, può diventare devastante soprattutto in certi ambienti. Fornire un alibi è fuorviante”. E la leader di Azione sociale rincara: “Se fosse stata in vigore la legge contro la pedofilia culturale forse Paoli non avrebbe potuto cantare questo brano. Le istituzioni devono controllare e dare dei segnali forti ai giovani e a quegli ambienti difficili che certe azioni sono sbagliate”, ribadisce sottolineando come la commissione stia lavorando molto “per combattere gli abusi sui minori”. Allo studio vi è una proposta di legge “contro la pedofilia culturale che tra pochi giorni sarà firmata in Parlamento”. La Mussolini precisa comunque di non aver nulla da ridire sulla professionalità di Paoli (“è bravissimo”) ma il cantautore ha “scritto una canzone che parla di pietas verso un pedofilo per questo ci saranno delle conseguenze”. “Occorre - sottolinea - controllare anche le tematiche che affronta l’arte e questo è uno dei compiti della commissione bicamerale dell’Infanzia. Paoli sarà il primo cantante a essere ascoltato, ma c’è sempre una prima volta per tutto”.
E rincara la dose:
- La deputata del Pdl è decisa e annuncia di voler controllare “anche ciò che viene diffuso nei media”. Spesso vengono usate tematiche forti o temi scabrosi per attirare l’attenzione e ciò “non è giusto nei confronti dei minori”. “In questo senso – aggiunge - ho già effettuato una segnalazione a proposito della pubblicità della Renault Twingo con protagonista un travestito. Non si possono far vedere cose del genere ai bambini perché non le capiscono. Anche mia figlia mi ha chiesto spiegazioni al riguardo. Occorre fare attenzione a ciò che si trasmette con la pubblicità perché questa ti porta a normalizzare cose che tanto normali non sono”.
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Non sarà stato difficile per Gino Paoli capire che l'invito della Commissione Infanzia era tutt'altro che amichevole, non è un caso che l'artista non sembri affatto intenzionato a presentarsi. Per sua fortuna, ancora non hanno il potere di trascinarcelo a forza.
Non potendo nemmeno ancora censurare, può darsi che l'On. Mussolini avesse pensato di invitare il cantante in Parlamento per fargli ritrattare "spontaneamente" il proprio pensiero e poi brindare con un bel bicchierone di olio di ricino, come usava ai tempi del nonno.
Ma forse siamo troppo maliziosi, può darsi che non ci fosse alcun intento intimidatorio o illiberale, e che Mussolini & co. abbiano davvero solo bisogno di chiarimenti? Serve l'aiutino?
Pochi hanno notato il sarcasmo nella prima secca risposta di Paoli all'assurda convocazione:
- «il testo è chiaro e non ha bisogno di ulteriori approfondimenti.»
Se proprio devono convocare qualcuno, si facciano mandare piuttosto un insegnante di sostegno.
Il più bisognoso sembra essere il sociologo Antonio Marziale, presidente dell'Osservatorio sui Diritti dei Minori (che poi non è altro che se stesso, ma detto così fa più colpo sui tonti), catto-omofobo e membro del comitato scientifico di Prometeo onlus, il quale è stato nominato consulente proprio della commissione parlamentare presieduta dalla Mussolini, ma dichiara la propria impotenza di fronte a questo rebus:
- "Spero vivamente che Gino Paoli aderisca all'invito della commissione parlamentare per l'infanzia cosi' da chiarire all'opinione pubblica la filosofia di un brano" (...). Per Marziale "appare quantomeno singolare che in poche righe ci si possa inoltrare in percorsi talmente intimi e soggettivi, come la pietas cristiana". (Roma, 22 gen., Adnkronos)
Per favore, adesso però nessuno dica a Marziale che cos'è un haiku, rischia che gli esploda il cervello.
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Non è nemmeno la prima volta che questa Commissione Parlamentare Infanzia, invece di svolgere concretamente il proprio mestiere, si balocca con il mondo dello spettacolo: non ci siamo dimenticati del giorno in cui su iniziativa della stessa On. Mussolini hanno fatto proiettare il film "Animanera" di Raffele Verzillo, nella speranza di capire qualcosa di più sulla pedofilia.
- [Nota: Lo stesso giorno in commissione presentarono in pompa magna anche "ClickSicuro", l'artigianale browser antipedofili che qualcuno credeva davvero di vendere alle famiglie italiane (peccato che...): due tragici flop in un giorno solo, dovrebbero far riflettere i contribuenti sulle reali capacità di discernimento di questa commissione benpensante.]
Eppure il film termina anch'esso con l'immagine del pedofilo morente, rappresentato attraverso il bambino dentro di lui, che viene consolato tra braccia affettuose. Neanche a farlo apposta!
Sequenza finale di Animanera:
- il poliziotto e la psichiatra si parano di fronte al serial killer pedofilo, cercando di farlo ragionare e fermare il suo ultimo crimine;
- il pedofilo rivolge loro un ultimo discorso «per questo si devono uccidere queste creature, per evitare che gli impazzisca l'anima quando crescono, come è stato per me» (nella storia, egli era stato vittima a sua volta di efferate violenze);
- il killer pedofilo impicca il bambino con un gesto improvviso e con un sorriso compiaciuto «ma oggi mi sono svegliato»;
- il poliziotto lo abbatte sparandogli diversi colpi di rivoltella;
- il pedofilo morente giace a terra, con un sorriso ed un sogno ad occhi aperti. Lo vediamo bambino, uscire dalla sua prigione verso la luce, poi su una spiaggia al tramonto, correre verso il padre che si inginocchia e lo accoglie in un abbraccio. Poi se lo carica sulle spalle e se ne vanno saltellando felici verso il tramonto;
- titoli di coda con statistiche di Frassi sulla pedofilia (ma questa è un'altra storia).
Ma allora perchè Paoli viene censurato, mentre Verzillo era stato incensato? Forse perché il suo scadente film era sponsorizzato proprio dai lobbisti dell'antipedofilia che ronzano attorno al Parlamento in cerca di fondi e attenzione?
Meglio stendere un velo pietoso sulla discussa sequenza di "Animanera" che vede il bacio passionale tra i due protagonisti buoni (il sexy poliziotto forza le femminili resistenze della psichiatra con brutalità), in montaggio alternato con lo stupro efferato dello psicopatico sul bambino: un accostamento registico che potrebbe proprio essere ciò che ci vuole per far passare subdoli messaggi (più emozionali che culturali) di esaltazione della pedofilia.
Eppure nessuna delle novelle pedagogiste di stato che siedono alla Commissione Infanzia fece una piega, assistendo a questa "scena madre" (serviva forse qualcuno che spiegasse loro quanto è aberrante?). Anzi, hanno addirittura proposto il film di Verzillo per la visione nelle scuole di ogni ordine e grado, pensando di fare così uno sgarbo ai pedofili veri.
Dai tempi del nonno, si è perso pure quel minimo di senso culturale di allora, ed è rimasta adesso solo la barbarie dell'ignoranza e della superficialità. Nel nome dei bambini, of course.
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Inutile forse ripeterlo ancora a questi signori, ma nella canzone di Paoli non vi è traccia né di "giustificazione", né di "perdono", né tantomeno di "apologia".
E' forse questo che ha fatto saltare i nervi ad alcuni paladini dell'infanzia, eccitati prima dal tema scabroso e delusi poi da non poter inchiodare un nuovo orco, perchè si parla solo di pietas-anche-per-gli-orchi.
Roberta Lerici non ci sta: sul proprio blog prima invoca "pedofilia culturale" solo perchè sbaglia a capire la canzone di Paoli (nonostante lo sforzo di una parafrasi riga per riga), e poi, di fronte alle spiegazioni date da Paoli ("nulla di ciò che ha detto mi ha convinto"), insiste ancora nel sostenere che il significato vero della canzone fosse quello che era parso a lei, come una scolaretta reticente di fronte ad un compito troppo difficile.
E pensare che Paoli, intervistato sabato sera da Fabio Fazio, era stato molto chiaro:
- «Non so perché si è parlato di “perdonare” i pedofili. Io nella canzone non parlo mai di perdono (...) Il vecchio della canzone è chiaramente un matto, ma cosa dobbiamo fare dei matti? C’è anche in loro un’umanità che va capita: non per giustificare o per perdonare. Si fa in fretta a condannare senza capire, ma capire serve a evitare che certe cose si ripetano». Ma perché proprio la pedofilia, fra i tanti possibili comportamenti devianti? «La pietà si cerca dove ce n’è bisogno, dove è più difficile averne. La pietà “facile” è falsa, è retorica. Questo clamore sveglierà un sacco di gente, il che è giusto. Come artista di fama, so di avere un faro puntato addosso tutto il tempo e faccio del mio meglio per portarlo dove mi sembra giusto»
- L’autore poi rispedisce gli attacchi al mittente, senza mezzi termini: «Le emozioni sono filtrate dalla sensibilità individuale, chi ha una sensibilità sporca svilupperà una risposta emotiva sporca, chi si sente pulito, le vivrà come emozioni pulite». In ultima analisi, conclude Paoli, si tratta di capire che «chi ha buon senso ha sicuramente dato il significato giusto alla canzone, e di chi non ne ha, non me ne frega niente».
A tale proposito, giova ricordare che Roberta Lerici è la tricoteuse che nel 2006 per prima ha raccolto e organizzato le famiglie di Rignano Flaminio che sospettavano essere vittime di pedofili nell'asilo Olga Rovere, contribuendo in prima persona a montare il caso giudiziario che noi riteniamo essere il più clamoroso episodio di isteria collettiva antipedofila negli ultimi tre anni: «Quel giorno è cambiata la mia vita».
Infatti l'ex-attrice Lerici per questo solo "merito" è stata poi candidata al Senato e nominata "Responsabile politiche per l'infanzia" nel partito dell'Italia dei Valori. Tutto vero. Il padrino della sua nuova carriera politica è il Senatore IDV Stefano Pedica, colui che nei giorni in cui è esplosa sui giornali la bufala di Rignano Flaminio, ha il triste primato di essere riuscito ad affermare su quei presunti abusi la sciocchezza più colossale, pur tra le tante che se ne sono sentite (quella dei bambini portati con aerei privati nei maligni paesi dell'est per essere abusati).
[Aggiunta del 29/01/09: anche stavolta il Sen. Pedica ha deciso di superare tutti a destra e, indignato dalla canzone di Gino Paoli, afferma «mi rechero' in procura per depositare un esposto affinche' venga valutata la sussistenza di eventuali reati».]
Il blog di Roberta Lerici intanto si è trasformato in arena per tutti gli squilibrati che vogliono anonimamente godere del brivido di ingiuriare o dare del pedofilo a Gino Paoli:
- "vecchio bavoso"; "vecchio rincoglionito"; "sembra quasi un pedofilo lui"; "la sua pietas cristiana può benissimo ficcarsela....."; "inno alla violenza e alla violazione della purezza infantile"; "inizio a dubitare della sessualità di Gino Paoli !!!! o l'ha composta per far scandalo e notorietà o sembra quasi di giustificare se stesso!!!!!"; "Se sei un pedofilo fatti curare e non cercare di spacciare la malattia per una fantasia sessuale innocua e giusta. L'hanno capito anche i deficienti che il testo è una lode alla pedofilia. Fai schifo!"; "Probabilmente Gino Paoli è uno di quelli che festeggia la giornata dell'orgoglio pedofilo!"; e via così discorrendo.
La Lerici stessa partecipa attivamente alla discussione, moderando pure i commenti a lei sgraditi, ma non mostra intanto il pudore di cancellare il meteorismo e la calunnia dal blog di cui è responsabile (e chissà come si giustificherebbe, se un giorno Paoli volesse chiedergliene conto di fronte ad un giudice).
Lerici, Barbareschi, Marziale... quanti piccoli Frassi ormai sono cresciuti.
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"Il pettirosso" di Gino Paoli è diventata così la nuova linea del Piave dell'anti-pedofilia italiana, il criterio che ci permette adesso di distinguere a colpo d'occhio dove resistono i professionisti seri (nessuna delle associazioni anti-pedofilia e di tutela minori più attendibili e blasonate ha ritenuto di fiatare contro Paoli), e da dove premono invece le nemiche linee del fanatismo isterico a caccia di streghe.
Quelli dello stato di emergenza.
Quelli delle leggi speciali per certe categorie.
Quelli che "nessuno pensa ai bambini".
In questo calderone, ciò che non dovrà essere dimenticato è soprattutto il simbolismo politico della scellerata decisione della Commissione Infanzia.
Così si è stizzito Luca Sofri:
- E ancora la Mussolini: “Se fosse stata in vigore la legge contro la pedofilia culturale forse Paoli non avrebbe potuto cantare questo brano”. La cosa? Una legge “contro la pedofilia culturale che tra pochi giorni sarà firmata in Parlamento”. Insomma: c’è in Italia una commissione parlamentare che convoca un cantautore per chiedergli conto di una sua canzone, e che annuncia una legge che impedisca la libertà di espressione nella musica e nella cultura. Vieteranno la vendita di “Lolita”. Sono matti.
Gino Paoli è arrivato.
Adesso tutti vedono meglio quali sarebbero i rischi di una applicazione ignorante del nuovo art. 414-bis, inteso dalla proposta di legge "Pagano" sulla pedofilia culturale: il cantautore punito con la reclusione da tre a cinque anni. Per il pettirosso.
Con le sue superficiali dichiarazioni, l'On. Mussolini (seconda firmataria), ha dimostrato infatti di non conoscere (o rispettare) il contenuto della proposta di legge, che riguarda solo di chi "pubblicamente istiga a commettere o fa l’apologia". Ma intanto, di non vedere l'ora di poterla già usare in modo più esteso, contro tutto ciò che le puzza.
Un autogoal clamoroso per l'On. Pagano e i principali sostenitori del nuovo 414-bis, che hanno mostrato meglio il volto. Possibile che siano stati così ingenui da affidare la promozione di una legge contro reati "culturali" ad una che porta quel cognome?
Va detto inoltre che che, se anche una legge o una commissione potesse punire penalmente "pedofilia culturale" nel testo di Gino Paoli, Mussolini e le sue colleghe ansiose non si sarebbero neppure accorte che allora, per la stessa logica, nel provvedimento della loro Commisione Infanzia si potrebbe riconoscere "apologia di fascismo", che è già reato nel nostro ordinamento giudiziario:
- Introdurre la parola « fascismo », anche solo all’interno della rubrica di tale norma incriminatrice, è fondamentale e significativo sia in virtù di quella funzione general preventiva che diritto penale nel nostro ordinamento giuridico è deputato ad assolvere, sia per contrastare l’emergente fenomeno di quella tanto perversa e insidiosa, quanto sottile cultura (oseremmo dire lobby) che tende a far normalizzare il fascismo, mediante una pregnante e subdola azione culturale fondata sulla giustificazione e sulla tolleranza di un tale comportamento politico nei confronti dei cittadini [libero adattamento]
La trappola mediatica di Gino Paoli si è chiusa su di loro sabato sera in TV:
- «Dare una valutazione morale e sociale dell’arte è una cosa che si usava tanti anni fa e che oggi si usa solo in certe dittature.»
Gino Paoli spiega loro:
- «Quello di cui si parla qui è la pietà. Io ho pietà per i vinti. Anche per quelli che hanno fatto le cose peggiori: quando uno è a terra io non lo prendo a calci in faccia.»
era una donna di vent'anni
le si alzerà la gonna dentro il fosso
addosso un vestito di sangue rosso.
Mentre passava in mezzo a quel giardino
di cinquant'anni incontrò un bambino
voleva ancora afferrare tutto
e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto.
Ugo
Aggiunta del 31/01/09
Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla persona che il Parlamento ha nominato a capo della Commissione Infanzia, l'On. Alessandra Mussolini ha ribadito il proprio pensiero in una intervista rilasciata a Susanna Turco per L'Unità del 25/01. Aggiungendo stavolta pure malauguri contro Gino Paoli e una calunnia neanche troppo velata nei suoi confronti.
Da nessuno degli altri 39 membri della Commissione Infanzia non è giunta ancora neanche una voce di dissenso e censura nei confronti della presidente. Sono loro la vera vergogna.
Riportiamo qui in appendice il testo dell'intervista, perchè è tanto brutta e becera che rovinerebbe il pezzo.
- INTERVISTA: Alessandra Mussolini, come le è venuto in mente di convocare Gino Paoli in commissione infanzia per chiedergli conto del suo «Pettirosso»?
- «Semplicissimo. Ho letto la canzone. Mi ha fatto rivoltare il sangue».
- INTERVISTA: E poi?
- «L'ho letto alle colleghe della presidenza della commissione, siamo tutte donne sa. Per fortuna ha fatto rivoltare il sangue pure a loro».
- INTERVISTA: E cosa volete sapere da lui?
- «Perchè ha raccontato il pensiero di un pedofilo che violenta una bambina e non ha speso una parola su di lei, su come si resta marchiati per sempre da una violenza così».
- INTERVISTA: Niente sulla pietas della bimba?
- «Ma quale pietas. I bambini non hanno pietas».
- INTERVISTA: Vuole riscrivergli la canzone?
- «Nessuna censura. Ma è un'istigazione alla pedofilia. Un alibi a questi signori cui certo non serve il vate».
- INTERVISTA: Il vate sarebbe Paoli?
- «Mi auguro che il suo disco non venda neanche una copia».
- INTERVISTA: E' questo il suo pensiero politico?
- «No, è il mio augurio di madre».
- INTERVISTA: Ma come parlamentare, ed ex cantante, non ritiene che la politica debba lasciare stare l'arte?
- «Macché. Se uno si permette di fare una canzone così, dove una undicenne è una donna e un settantenne un bambino, a me non solo fa schifo, ma mi obbliga a creare un polverone, altrimenti passa tutto sotto silenzio. Invece si deve condannare».
- INTERVISTA: Non le sembra di esagerare?
- «Per niente. Quello è un testo pedofilo, sembra scritto da uno che conosce bene l'argomento».
- INTERVISTA: Cosa intende dire?
- «Quel che dico: descrive certe cose in modo molto efficace».
- INTERVISTA: Ma lei ha letto «Lolita» di Nabokov?
- «Sì. E' il libro di un pedofilo».
- INTERVISTA: Un capolavoro del Novecento.
- «Che me ne importa? Mi fa schifo».
- INTERVISTA: Avrebbe convocato pure Nabokov?
- «Certo. Il compito di un politico non è stare a guardare il capolavoro. Ma che ci siano leggi che reprimano la pedofilia e, se permette, che non ci siano testi che la giustifichino».
Aggiunta del 6/02/09
Avevamo sottolineato l'utilità della canzone "Il pettirosso", come nuova linea del Piave dell'anti-pedofilia italiana, il criterio che ci permette adesso di distinguere a colpo d'occhio tra professionisti seri e fanatici che non vedono l'ora di costruire nuovi mostri.
Detto fatto, adesso ha gettato la maschera la sig.ra Mariangela Berretti, fondatrice e presidente della onlus "Aquilone Blu" di Ivrea, una associazione di tutela che nasce "da una quotidiana esperienza d’indignazione" (si vede) e spesso è stata satellitare alla Prometeo di Massimiliano Frassi. Non viene risparmiata indignazione nel comunicato stampa emesso dalla sig.ra Berretti contro Gino Paoli, il quale (non si sa bene per quale motivo) avrebbe "fatto un danno enorme a chi cerca quotidianamente di porre un argine sul fenomeno della pedofilia".
Le critiche della Berretti sono durissime, peccato che siano rivolte non contro il pensiero di Paoli, bensì contro ciò che la Berretti stessa intuisce e insinua si nasconda dietro le sue parole (a pensar troppo...):
- "Descrivendo nella sua canzone il gesto di pietas della bimba abusata dal vecchio abusante che muore non ha fatto altro che insinuare che il senso di colpa che i bambini abusati sviluppano E' COSA GIUSTA";
- [a proposito del verso “voleva ancora afferrare tutto/e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto”] «Questa frase ci riporta drammaticamente al concetto espresso dall’associazione pedofili danese, nel quale si considera non dannoso un rapporto sessuale tra adulto e bambino.» (questa è un vero capolavoro dell'illogico, Berretti ha capito l'esatto contrario del senso del verso, ma come si fa a confondere il personaggio della storia con l'autore del testo?)
Ciliegina sulla torta, la sig.ra Berretti cita integralmente la contro-replica che Gino Paoli ha rivolto proprio contro la morbosità di chi non vede l'ora di creare "indignazione":
- L’autore poi rispedisce gli attacchi al mittente, senza mezzi termini: «Le emozioni sono filtrate dalla sensibilità individuale, chi ha una sensibilità sporca svilupperà una risposta emotiva sporca, chi si sente pulito, le vivrà come emozioni pulite». In ultima analisi, conclude Paoli, si tratta di capire che «chi ha buon senso ha sicuramente dato il significato giusto alla canzone, e di chi non ne ha, non me ne frega niente" Si tratta ora di capire, quale sia il buonsenso, secondo Paoli abbiamo una risposta emotiva sporca e siamo senza buon senso e naturalmente lui se ne frega . Chi ha avuto secondo Paoli una risposta emotiva SPORCA siamo noi, proprio noi, ovvero quelle associazioni che lottano contro la pedofilia ogni giorno (...)
- «Cosa dovremmo cominciare a capire?»