venerdì 27 giugno 2008

Press [ione]

Da poche settimane è in tutte le librerie un volume BUR di inchiesta sulla pedofilia del giornalista Ferruccio Pinotti, dal titolo "Olocausto Bianco" ed un sottotitolo decisamente esplicativo delle intenzioni dell'autore: "Pedofilia, nuovo cancro sociale. Lobby potente che divora i nostri bambini".

Quando abbiamo saputo che Ferruccio Pinotti, complottista di razza, stava indagando sul fenomeno pedofilia, abbiamo pensato che egli potesse forse essere la persona giusta per subodorare che, dietro ai processi contro la presunta lobby internazionale della pedofilia, si muovesse anche un'altra lobby, quella degli abusologi di professione.
Ci aspettavamo insomma che un dietrologo come Pinotti potesse essere abbastanza scaltro e curioso, da accorgersi che i grossi interessi li muove anche la lotta alla pedofilia e che alcune persone sarebbero capaci di tutto, pur di cavalcarla.
Pinotti avrà mangiato la foglia, indagando anche sulle cause dei troppi casi di presunto abuso su minori che poi si rivelano falsi e clamorosamente infondati?
Egli lo ha fatto, i "falsi abusi" sono protagonisti tra le righe del suo libro, ma i risultati non rispettano affatto le nostre attese.

Innanzitutto perchè quasi tutti gli esperti che Pinotti è andato a intervistare, sono proprio professionisti dell'abusologia a tempo pieno o quasi, dai più seri e rispettabili ai più improvvisati e cialtroneschi.
Non è strano che nessuno di essi abbia cantato fuori dal coro, inoltre le domande spuntate di Pinotti ed il suo atteggiamento servile, non hanno certo aiutato la nostra macchina dell'antipedofilia a guardarsi anche un po' allo specchio.
E' una scelta lecita dell'inchiesta di Pinotti, ma anche un suo limite evidente: andare ad informarsi solo presso i cacciatori di pedofili e non aver ascoltato neanche una voce che testimoniasse in specifico sul rischio grosso di rovinare vite degli innocenti attraverso false accuse di pedofilia. Atteggiamento imperdonabile per un presunto giornalista d'assalto, ingenuo come chiedere al cuoco se la zuppa è buona.

Chi avrà la pazienza di leggerci fino in fondo, potrà forse anche iniziare a sospettare che non sia stata una svista del tutto involontaria.


Lobby?

L'indagine di Pinotti è viziata da un altro errore concettuale, cioè aver completamente mistificato il significato di "lobby". Si tratta di un termine anglosassone che non indica semplicemente una "associazione" o una "rete", ma richiede ben altro.
Da Wikipedia:
  • "Il termine gruppo di pressione ha, nella lingua italiana, un sinonimo acquisito dalla tradizione anglosassone: lobby. (...) Fu nel secolo diciannovesimo, 1830 circa, che il termine lobby venne ad indicare, nella House of Commons, quella grande anticamera in cui i membri del Parlamento usavano votare durante una “division”. Successivamente il termine venne attribuito a quella zona del Parlamento in cui i rappresentanti dei gruppi di pressione cercano di contattare i membri del Parlamento stesso. Per indicare questi rappresentanti e l'attività da essi esercitata, si iniziò, nel XIX secolo, a far uso dei termini lobbyist e lobbying. Estensivamente lobby indica poi il gruppo da essi rappresentato. Il termine lobby viene usato correntemente anche per indicare un certo numero di gruppi, organizzazioni, individui, legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative (...)".
"Lobby" sottointende dunque una rete organizzata su più livelli, in cui un gruppo di interesse esercita pressioni più o meno lecite sui vertici politici ed istituzionali, per alterare il normale corso degli eventi sociali e democratici, in ragione di una convenienza di pochi.
Per poter parlare di una lobby criminale, non è dunque sufficiente che vi sia una semplice "associazione a delinquere" tra alcune persone, servono intenzionali collusioni ai piani alti, o il cosiddetto "stampo mafioso", che sono ben altra cosa e che nessuno ha finora mai dimostrato per la pedofilia.

E' noto a tutti che nel mondo siano state scoperte talvolta delle associazioni a delinquere a fini di pedofilia e vittimizzazione sessuale di minori: ne sono esempio classico le
organizzazioni dedite al mercato della pedopornografia, che mettono in collegamento (via internet, ma non solo) coloro che producono e detengono simile materiale. Si tratta certamente di esempi di "rete criminale" (in alcuni casi, ne sono state scoperte e sgominate anche di molto estese).
Quello che stiamo negando è però l'esistenza di un esteso "gruppo di pressione" politico-affaristico di vertice, che ne sostenga attivamente e segretamente i traffici.
E' vero anche che sulla pedofilia residuano forti tendenze all'omertà (che induce alcuni ad una stolta associazione immediata con la mafia), ma esse dipendono da fattori socio-psicologici, mai nessuno ha dimostrato invece un diktat o una minaccia al silenzio da parte di potenti "cupole" naziona
li o mondiali:
  • alcuni sostengono ad esempio che l'atteggiamento di copertura attuato da parte della Chiesa Cattolica rispetto al fenomeno della pedofilia nel clero, possa essere assimilato ad una lobby. Può darsi che ci sia del vero, la scarsa trasparenza del Vaticano è sotto accusa da parte di molti e probabilmente sono stati gravi e frequenti gli eccessi di autodifesa del clero, a scapito della salute dei bambini. Siamo comunque ancora molto lontani dall'idea di una vera "cupola", che attivamente fa pressione al fine di poter coltivare il crimine prediletto;
  • perfino nel più clamoroso caso belga del "mostro di Marcinelle" Marc Dutroux, l'esistenza di una cupola politica dei pedofili è stata solo sospettata, sulla base di alcune coincidenze e conoscenze altolocate dello stesso, su cui poi non sono stati trovati significativi riscontri.
Sono sospetti leciti, che certo meritano sempre un approfondimento e un occhio aperto. Peccato però che molti tra coloro che parlano di lobby pedofila lo facciano in realtà ben prima di aver trovato alcuna vera prova o riscontro, si legga ad es. l'inaudito articolo di Rita Fusco già criticato dal blog del Giustiziere, oppure il comunicato diramato dal'On. Mariella Bocciardo e dal dott. Maurizio Bruni (ex fiduciario del pool milanese di Pietro Forno), in cui si coltiva il solito brutto vizio di allarmare, ma senza fare i nomi:
  • "Altra premessa è che la pedofilia deve essere configurata come una vera e propria lobby, che possiede voci autorevoli a sua difesa, incaricate sia di sminuire le dimensioni del fenomeno, sia di irridere l’azione giudiziaria che lo Stato deve esercitare".
Un simile fatto criminologico che sarebbe di per sé sconvolgente, per costoro dovrebbe essere accettato a priori, solo perchè ipse dixit.
In questi casi a noi piace invece riscoprire per l'ennesima volta una grande massima, che solitamente fa irritare i complottisti più faciloni e paranoici:
  • "Fenomeni straordinari richiedono sempre prove straordinarie".
La scrisse l'astrofisico Carl Sagan in un libro dall'eplicativo titolo "Il mondo infestato dai demoni" (sottotitolo "La scienza e il nuovo oscurantismo"), per incoraggiare al pensiero critico e scettico. Assieme a Sagan, siamo disposti anche a credere all'uomo nero, ma solo se qualcuno ci porta prima prove più forti di una foto sfuocata o di un antico libro di fiabe; varrebbe lo stesso per gli UFO, la pietra filosofale e Babbo Natale.

In tutti i casi studiati a fondo, i fatti hanno dimostrato finora che l'idea di una cupola mondiale di pedofili, organizzato e infiltrato estesamente fino ai livelli apicali della società, è solo una
leggenda metropolitana.
E speriamo che resti tale ancora per secoli, nonostante non si possa escludere che prima o poi possa anche capitare.



Malafede

Tornando all'indagine dell'ultimo arrivato, Ferruccio Pinotti, essa non aiuta affatto a chiarire questi termini, laddove
per parlare insensatamente di "lobby della pedofilia" si utilizza solo una serie di "normali" vicende criminali di associazioni a delinquere (soprattutto quelle finalizzate alla produzione ed allo scambio della pedopornografia), senza alcun corrispondente politico.
Su questo punto, Pinotti e alcuni dei suoi intervistati fanno disinformazione bella e buona.

La storia si ri
pete. Questa bufala ha il suo più illustre antecedente in una vicenda che vide protagonista il procuratore di Torre Annunziata, Alfredo Ormanni. Reduce dal maxi-processo legato alla vicenda dei pedofili del Rione dei Poverelli (n.d.r. forse uno dei primi casi di falso abuso collettivo nel nostro paese, ai tempi non riconosciuto per tale) e dalla più celebre maxi-inchiesta sul gigantesco mercato pedopornografico italo-russo, il giudice Ormanni era ormai assorbito dalla battaglia contro i pedofili e se ne uscì il 30/10/2000 con una famosa sparata:
  • «In Italia esiste una vera e propria lobby pedofila, che potrebbe anche essere sostenuta da politici o partiti: questo non è un mistero...»
Già dalle prime spiegazioni, si capiva che il giudice aveva solo dato fiato ad una semplice supposizione:
  • «Non si spiegherebbe altrimenti - ha aggiunto Ormanni - questo atteggiamento lassista da parte delle istituzioni di fronte a un problema così delicato.»
Una simile sparata nel 2000 non passò inosservata. A reagire immediatamente fu il Governo, l'allora Ministro dell'Interno Enzo Bianco, durante una intervista al Tg5 fu costretto a precisare, con parole che oggi andrebbero ancora ricordate:
  • «Se ci sono elementi di reato, vengano denunciati con nomi e cognomi. Si consenta alla magistratura di svolgere indagini per fare chiarezza su una vicenda che non può restare con i contorni sfumati. C'è un clima di sospetti che è francamente inaccettabile».
Leggiamo anche delle successive reazioni, da un articolo di Enzo D'Errico per Il Corriere della Sera del 31/10/2000:
  • "Tutti, comunque, ripetono la stessa cosa: le accuse di Ormanni sono troppo generiche, un procuratore della Repubblica deve parlare attraverso le sue indagini, mica facendo supposizioni. Non a caso, della faccenda si occuperà anche il Csm: ad annunciarlo è Michele Vietti, componente laico del Ccd. «Se il magistrato aveva riscontri di fiancheggiatori o di coperture, disponeva degli strumenti d'indagine e processuali per agire - spiega -. Riservare alle esternazioni giornalistiche chiamate in correità di politici o addirittura di partiti per reati tanto abominevoli, è indice d'una professionalità tutta da accertare». Fabio Mussi, capogruppo della Quercia alla Camera, alza la mira: «Siccome sono fra quei politici che hanno creduto e collaborato alla legge antipedofilia, dico a Ormanni: se è un uomo, faccia i nomi. Oppure se ne vada a casa. Altrimenti, le sue sono sassate tirate a casaccio per gettare discredito». La pensa allo stesso modo Antonello Soro, capogruppo del Ppi: «Assistiamo all'ennesima esibizione un po' vanesia e un po' vigliacca di tiro al politico».
Tra le reazioni più dure, quelle dei Radicali (tra Marco Pannella ed il procuratore Ormanni proseguirà negli anni una lunga battaglia legale). Così affermò Rita Bernardini:
  • «Evidentemente, il dottor Ormanni, che sta conducendo un'inchiesta con centinaia di indagati e che probabilmente non giungerà mai a processo, e che, però, gli è valsa notevole pubblicità, è in preda ad un delirio di onnipotenza per il quale può arrogarsi i diritto di giudicare e bacchettare il Governo e i suoi ministri. Il dottor Ormanni abusa della sua posizione e ci auguriamo che di questo egli risponda al CSM e al Ministro della giustizia».
Erano tempi diversi, di cui si sono perse un po' le tracce.
Il procuratore Ormanni fu costretto ad una prima smentita solo parziale:
  • «Nessuno ha mai parlato di nomi. Io ho soltanto detto che in Italia c' è una lobby pedofila, che agisce impunemente alla luce del sole e forse anche con il sostegno, devo ritenere inconsapevole, di alcune forze politiche che, a distanza di oltre un mese dall'esito delle nostre indagini, nulla hanno fatto per modificare la legge nei punti in cui sarebbe necessario. Altrimenti non saprei come spiegare il lassismo verso un problema tanto delicato».
Ma allora che razza di "gruppo di pressione" sarebbe, se il sostegno è inconsapevole? Ogni volta che la politica è pigra e distratta su un tema, si può parlare di una "lobby"? Scopriamo che già allora si era usato il termine a sproposito, per indicare tutt'altro.

La sparata del procuratore Ormanni, faceva eco ad una precedente dichiarazione di Don Fortunato di Noto, parroco di Avola e fondatore di Telefono Arcobaleno (che alla stessa maxi-indagine di Ormanni sul mercato pedopornografico aveva partecipato):
  • «Quando abbiamo collaborato con diverse procure nelle indagni sulla pedofilia, qualcuno è piombato a bloccare le indagini.»; «C'è stato un ostruzionismo nei nostri confronti: quando siamo stati presenti come consulenti tecnici di una serie di procure, qualcuno è piombato per bloccare le indagini. Nel momento in cui vi sono o vi sono state indagini dei carabinieri sulla pedofilia online ecco che arriva la polizia postale e dice che le indagini le deve fare solo lei».
Don Fortunato aveva scelto di protestare interrompendo ogni collaborazione con gli inquirenti, decisione che il procuratore Ormanni così giustificò:
  • «Ha avuto dei problemi sono accadute delle cose, che io conosco, e che al momento lui non vuole dire ritenendo di doverle riferire al presidente della Repubblica: è una scelta sua personale e che non si può criticare».
Il sacerdote infatti in un primo momento promise al Tg5:
  • «Farò a Ciampi il nome di un personaggio eccellente, vedremo se hanno il coraggio di approfondire».
Salvo poi ritrattare in seguito:
  • «Non ho alcun nome eccellente da rivelare».
Intervennero il Guardasigilli ed il Presidente della Camera, che affermò qualcosa che speriamo valga ancora oggi per i nostri procuratori:
  • «Credo che i magistrati debbano parlare attraverso i loro atti. Tutto quello che dicono al di là delle sentenze è sbagliato».
Intervenne soprattutto il Consiglio Superiore della Magistratura (anche per la questione dell'utilizzo poco costituzionale di un sito-trappola per adescare i pedofili) e il procuratore Ormanni finì sotto inchiesta disciplinare.
Il 14/11/2000 Ormanni venne ascoltato dalla prima commissione del Csm. Da un articolo di Giovanni Bianconi per Il Corriere della Sera del 7/12/2000:
  • "ha tentato di spiegare il senso delle sue affermazioni. Sostenendo di essere stato frainteso. Subito dopo aver pronunciato la frase «incriminata», Ormanni ne aggiunse un' altra che secondo lui doveva servire a chiarire tutto: «Si percepisce una diffusa tendenza a sottostimare e sottovalutare il fenomeno (della pedofilia, ndr), quasi che si voglia rimuovere o normalizzare il fenomeno stesso». La sottovalutazione, ha detto il magistrato al Csm, «si risolve in realtà, sia pure involontariamente, questo è chiaro, in un sostegno e quindi in una sorta di appoggio alla perdurante pedofilia, italiana in particolare». Secondo Ormanni si assiste a una «inerzia da parte del mondo politico in generale... quasi non volesse, volontariamente o involontariamente non sta a me dirlo, affrontare il fenomeno. Come se, in chiave un po' freudiana, si volesse rimuoverlo rifiutandolo». In questo senso, ha precisato il procuratore al Consiglio, intendeva dire che «si fa il gioco del pedofilo». Nel corso dell'audizione Ormanni ha ribadito che anche da alcune prese di posizioni dei ministri Bianco e Turco «è chiara la tendenza a sottostimare il fenomeno». E ha aggiunto: «Come cittadino e come magistrato non ho fatto altro che manifestare il mio pensiero... Non ho mai parlato di lobby politica, ma solo di lobby pedofila... Forse incautamente ho reso dichiarazioni che forse sono andate un po' oltre il mio pensiero». Ora sarà il procedimento disciplinare a stabilire se erano lecite, per un magistrato, oppure no".
Ormanni subì infine una azione disciplinare e venne trasferito.
Nella dichiarazione difensiva di Ormanni, si evidenzia chiaramente che egli parlava al massimo di una indifferenza culturale dei politici rispetto al problema, mica di un gruppo di pressione.
Spicca inoltre la negazione di aver parlato di una "lobby politica", ma solo di "lobby pedofila": il problema, con buona pace di Ormanni, è che se non c'è una componente di tipo politico, per definizione non si dovrebbe parlare di lobby. Ma allora che cosa sarebbe questa fantomatica "lobby pedofila"? Un imbroglio lessicale.
Non a caso, in dichiarazioni successive Ormanni tornò nuovamente a fare fumo sull'argomento, rimangiandosi ancora la propria linea difensiva e tornando ad un sibillino:
  • «La pedofilia è una lobby probabilmente sostenuta a livello politico».
Lasciamo il procuratore Alfredo Ormanni alla sua confusione, segnalando che questa vicenda non ha insegnato molto e che gli stessi errori vengono ancora oggi riproposti identici, peccato solo che adesso non si sollevi più alcuno sdegno istituzionale contro certe sparate.

C'è anzi chi ci scrive libri.
Di tutta questa vicenda, ci saremmo attesi da parte di Ferruccio Pinotti un dettagliato racconto. Egli se la cava invece con la nota n. 17 (fondo pag. 279):
  • "A rendere il clima più rovente contribuirono le dichiarazioni del procuratore di Torre Annunziata, Alfredo Ormanni: «In Italia c'è una lobby pedofila: potrebbe essere sostenuta da politici e partiti, che nulla fanno per cambiare la legge» (30 ottobre 2000). Nel fuoco incrociato di dichiarazioni, smentite, rivelazioni e controsmentite, il Csm aprì tre fascicoli su Ormanni, per accertare i metodi usati nell'inchiesta: (...); le dichiarazioni del procuratore sulla presenza della lobby dei pedofili".
Curioso che la vicenda ad oggi più clamorosa sulla dibattuta esistenza di una lobby, sia liquidata da Ferruccio Pinotti in una nota a fondo pagina e soprattutto "dimenticando" di scrivere che si risolse in una bolla di sapone. I lettori di Pinotti, potrebbero invece intendere che la sparata di Ormanni avesse un qualche fondamento.
Il giornalista Pinotti in realtà non può non sapere come andò a finire, ma omette volentieri di farlo sapere anche ai suoi lettori.
Scelta sua, a noi adesso basti sapere che è in malafede.


La fonte della lobby

Meglio tacere poi sulla qualità di alcuni dei presunti esperti intervistati da Pinotti, che non danno alcuna garanzia di attendibilità sui propri pareri.

Ne è esempio l'intervista che Ferruccio Pinotti ha raccolto da Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo onlus, uno scrittore che si guadagna da vivere vendendo libri sulle trame dell'internazionale dei pedofili, la cui fantasia e creduloneria in tema non teme paragoni (cfr. le "scuole di preparazione delle vittime per i pedofili"). Con Pinotti egli torna a parlare dell'esistenza di una fantomatica "lobby pedofila":
  • FRASSI - (pag. 321) «chissà perchè gli imputati si avvalgono sempre degli stessi studi legali, molto grossi e molto costosi. Viene spontaneo chiedersi perchè il presunto pedofilo - anche se è un bidello, uno studente o un disoccupato - ha a disposizione quello studio lì, mentre il genitore si deve arrabattare con l'avvocato d'ufficio. Questo è un altro problema che mostra quanto sia forte lo sbilanciamento a sfavore delle vittime».
Nel suo paragone populista, Frassi sta dimenticando che il genitore accusante, come ogni cittadino, ha già a disposizione a spese della collettività una procura, una questura, i RIS (ndr, altri 80mila euro di spesa pubblica a Rignano Flaminio) e via dicendo. Se poi in alcuni casi non si trova comunque nessun segno di violenza sui bambini, è colpa forse dell'avvocato difensore?
E' inaudito il modo in cui certi rappresentanti dell'abusologia riescono a piegare la logica (si vedano ad esempio alcune simili papere contenute in un articolo del 2006 di una amica e collaboratrice di Frassi, il giudice Jacqueline Monica Magi), al fine di poter dividere aprioristicamente il mondo tra buoni (le procure, i genitori accusanti, i giudici che condannano) e cattivi (gli imputati, i loro avvocati, i giudici che assolvono, i siti in cui si parla di falsi abusi).

Purtroppo è proprio negli ambienti della giustizia minorile che furoreggia la tendenza a farsi paladini più che giudici obiettivi, e a farne ingiustamente le spese è spesso l'onorabilità degli avvocati difensori (cfr. la recente stoccata velenosa rivolta da Marina Caroselli contro l'avv. Martinez, difensore dei genitori dei fratellini di Basiglio).

Non stupisce allora che il colpevolismo acritico di Massimiliano Frassi sia ormai abbonato al gradino più basso della polemica giudiziaria, ovvero lo sfogo contro gli avvocati difensori corresponsabili delle peggio malefatte, condito qui da fumose allusioni patrimoniali, ovviamente prive di qualsiasi riscontro.
Da Frassi neanche lo sforzo di verificare, solo un rigurgito di fango gratuito, ad esempio contro quel bidello appena assolto a Brescia, dopo 6 anni e una feroce campagna diffamatoria (e forse non solo) proprio da parte di Frassi, il quale ha fomentato per anni attraverso Prometeo onlus l'azione accusatoria delle famiglie che per isteria collettiva (adesso accertata) hanno costretto il poveraccio, innocente, a vendersi i beni di famiglia per pagarsi una difesa in ben quattro processi. E intanto quelle famiglie ricevevano dal comune risarcimenti faraonici per abusi mai avvenuti.
Sveglia, Pinotti: "where's the money?"

Frassi ha sempre utilizzato la vicenda degli asili bresciani come prova principe per sostenere l'esistenza di una cupola lobbistica dei pedofili (arrivò a dire di essere vittima anche lui di preti pedofili, solo perchè Don Mario Neva lo contestò pubblicamente e cercò di fermare l'azione scriteriata di Prometeo onlus).
Sono vecchie calunnie infondate, di cui Frassi dovrebbe forse scusarsi, adesso che la vicenda bresciana è stata ufficialmente smontata dai processi come una fandonia. Invece egli rilancia all'infinito, utilizzando il libro di Pinotti per aggiungere stavolta nuovi veleni contro le maestre e gli altri indagati a Rignano Flaminio:
  • FRASSI - (pag. 319) «C'è poi un'altra urgenza in Italia: preparare chi fa le indagini in questo campo. Perchè in un caso come quello di Rignano Flaminio - ma ce ne sono anche altri - si permette a dei delinquenti di farla franca, perchè si fa quel tipo d'indagine con la stessa forma mentis con cui si indaga sullo spacciatore o sul ladro di auto.»
Di fronte a tanta pregiudizialità, non ci stupisce più dover dover sentir ripetere da parte dell'abusologo bergamasco solo assurdità sulla fantomatica "lobby":
  • PINOTTI - Affermando che anche imputati con pochi mezzi economici possono appoggiarsi a legali molto costosi, Frassi lascia intravedere l'esistenza di una rete di protezione, di un mutuo soccorso. Si può parlare di lobby pedofile?
  • FRASSI - «Certamente sì. Noi le riscontriamo nell'ambito del giornalismo, con giornali che hanno l'obbligo di non parlare di noi; nell'ambito delle televisioni, dove c'è una lista nera di chi non invitare per parlare dei bambini; ma soprattutto quando chiediamo fondi per l'associazione e scopriamo che vengono date sovvenzioni per cose assurde a realtà inesistenti, che noi, con progetti alla mano, non riusciamo ad ottenere».
Sarebbero dunque queste le prove dell'esistenza di una lobby dei pedofili? Il fatto che certi giornali rifiutino di dare ancora voce a Frassi e che a Prometeo onlus non vengano date sovvenzioni pubbliche, dopo tutto quello che hanno combinato a Brescia, secondo Frassi dovrebbe provarci invece che esiste il complotto dei pedofili?
"Certamente sì" egli dice, il suo protagonismo non ha confini.

Il distratto Pinotti intanto non sembra accorgersi che manca qualcosa di fondamentale al teorema, cioè il benché minimo riscontro alle convinzioni complottiste di Massimiliano Frassi. Il quale intanto su certe storie si è inventato una carriera:
  • FRASSI - (pag. 317) «Tutto comincia dopo la laurea, quando decido di fare il servizio civile come obiettore di coscienza. Mi collocano presso l'ufficio alloggi del comune, con il compito di smistare la posta e protocollarla. Il lavoro è davvero poco impegnativo, e intanto scopro che al piano di sotto c'è l'ufficio dei senza fissa dimora, sempre pieno di gente sbandata (prostitute, malati di Aids, barboni). Così ottengo dall'assessore di potermi trasferire lì; tramite una cooperativa, poi, vengo assunto e ci resto due anni. Quindi divento un operatore di strada, e vengo chiamato da una parrocchia molto ricca, che apre un centro di ascolto e mi chiede di coordinarlo. Intanto inizio a organizzare conferenze sul sociale, sulle persone senza fissa dimora, e mi capitano tra le mani i libri di Claudio Camarca sulla pedofilia. Ne resto sconvolto e decido di organizzare una conferenza sul tema: arriva una marea di gente. Dopo un po' di tempo vengo chiamato dal parroco, che mi dice che tutti i suoi amici l'hanno chiamato perchè si sono sentiti offesi da me. Così vengo licenziato. E' a questo punto che nasce Prometeo: all'inizio eravamo solo in due, è stata durissima e lo è ancora, la mia è stata una scelta di vita.»
Scopriamo così qual'è l'origine dei convincimenti di Frassi ed il modello originario della mission di Prometeo onlus:


Barbareschi dixit

Sulla lobby dei pedofili si ritorna anche nell'intervista rilasciata a Pinotti dall'On. Luca Barbareschi, celebre attore e neo-eletto al Parlamento nelle file del PdL. Leggiamo dove gli viene chiesto un parere sul panorama odierno della lotta alla pedofilia in Italia (pag. 177):
  • BARBARESCHI - «(...) la tecnologia ha accelerato questo tipo di comunicazione e il fatto che mezzi generalisti come la rete ne parlino dà la misura di come finalmente si sia rotto il ghiaccio su questi temi. Purtroppo, però, tutte queste associazioni - ne cito una su tante, la "Prometeo", che seguo da tempo perché è molto seria e i miei fondi vanno a essa perché ha uno staff medico, psicologico e di avvocati affidabile e preparato - hanno subito dei boicottaggi a livello istituzionale molto pesanti, perchè la mafia pedofila è trasversale: tocca anche la magistratura, la politica. Esistono veramente delle lobbies pedofile.»
Ipse dixit. Peccato che manchino i nomi, sempre solo un dettaglio trascurabile?
Temiamo che si tratti ancora solo di parole al vento, ma la successiva domanda di Pinotti riaccende in noi la speranza.
  • PINOTTI - Barbareschi sa molte cose, può fare esempi concreti.
  • BARBARESCHI - «Gli studi legali che difendono i pedofili, che prendono tutti i grandi casi di pedofilia italiani, sono sempre gli stessi.»
Rieccoci, si vede qui che l'On. Barbareschi sta formando la propria competenza in materia frequentando Frassi e i convegni di Prometeo onlus. Contro i presunti "studi legali della lobby" Barbareschi si era già scagliato in un articolo de Il Giornale del 2006: "Noi abbiamo il dovere di spezzare questa rete che anche ad alto livello dà delle coperture a questa piaga: studi legali diventati quasi monopolisti dell'argomento che difendono con parcelle da 2000 euro al giorno casi di pedofilia eclatanti cercando di fare passare i bambini per mitomani o semplici bugiardi".
Torniamo all'intervista di Pinotti:
  • BARBARESCHI - «Anche a livello di magistratura ci sono strani ipergarantismi. Ti trovi davanti a giudizi di sentenza paradossali. Come quando hai a che fare con un padre reo confesso di aver violentato due figlie tra gli otto e i nove anni, il giudice dichiara che il padre ha fatto questo in uno stato di sonnambulismo e lo reintegra in casa, con una moglie che ha una causa aperta contro di lui. E' una cosa folle. Oppure il caso recente del professore che spaccia materiale pedopornografico e torna in aula, reintegrato d'ufficio, e dice "Ragazzi, tengo famiglia, devo mangiare". Situazioni assurde, che segnalano l'esistenza di una mentalità che si trasforma in gruppo di potere. La lobby è forte, c'è ed è trasversale. Non ha colore politico.»
Per Barbareschi, per fare una lobby forte sarebbe dunque sufficiente una "mentalità"?
L'argomento prosegue nel paragrafo "La lobby" (pag. 182):
  • PINOTTI - Cosa pensa Barbareschi di una vicenda complessa come quella di Rignano Flaminio? La lobby pedofila è entrata in azione per distruggere le testimonianze o è un caso di falsi abusi?
  • BARBARESCHI - «Su Rignano Flaminio io dubito si tratti di un fenomeno di isteria collettiva; certo ci sono delle cose che ti mettono dei dubbi, ma per me è folle credere che i bambini si siano inventati tutto. I bambini hanno riferito fatti specifici. Purtroppo spesso la magistratura indaga con tecniche inefficaci, che danneggiano i provvedimenti.»
Davvero un po' pochino come prove della lobby: gli avvocati difensori, la bufala di Rignano e gli errori dei magistrati. Eppure Pinotti coglie subito la palla al balzo per trarre immotivatamente le conclusioni che desidera, e ci infila nuovamente Massimiliano Frassi e quelli che lo criticano.
  • PINOTTI - Esiste quindi un fronte che tende a delegittimare l'impegno antipedofilo? Ci sono persone che attaccano il lavoro di «Prometeo» e del suo presidente Frassi; iniziano a nascere siti sui falsi abusi. Tutto questo non rischia di togliere forza a chi si batte contro la pedofilia?
  • BARBARESCHI - «Sì, ed è un grosso problema. Ci sono stati degli errori, forse. Ma non si può dire che sono tutti falsi abusi, quando sono conclamati ed evidenti.»
Anche Barbareschi casca nella trappola per cui alcuni direbbero che ogni abuso sarebbe falso (ma perchè non ci leggono meglio, prima di criticarci?). Adesso stai a vedere che a contestare Massimiliano Frassi, in realtà si zavorra tutta la battaglia contro la pedofilia. Sic.

Gran finale:
  • BARBARESCHI - «Dietro la pedofilia gli interessi sono tanti... Ci sono grossi personaggi della politica italiana per i quali si parla con insistenza di pedofilia.»
Ad andare con lo zoppo, si impara a zoppicare...
Fuori i nomi, On. Barbareschi!

Probabilmente Luca Barbareschi non ricordava la vicenda del procuratore Ormanni e non si rendeva conto di quanto antidemocratiche siano certe dichiarazioni anonime, soprattutto in bocca ad un rappresentante istituzionale; la vigliaccheria del venticello, francamente non ce la saremmo aspettata da una persona di carattere come Barbareschi.
Questa intervista è stata rilasciata alcuni mesi fa (scrive Pinotti: "nel momento in cui parliamo, Barbareschi ha appena accettato da Fini e Berlusconi di candidarsi alle elezioni politiche della primavera 2008"), ma adesso che l'On. Barbareschi siede tra i banchi di Montecitorio, sarebbe davvero indegno che egli ancora tacesse, se davvero egli sa qualcosa di brutto sui suoi nuovi colleghi politici.

Non siamo purtroppo più nel 2000, nei tempi attuali il Parlamento ed il Ministro per l'Interno stanno lasciando invece che le dichiarazioni dei deputati Luca Barbareschi e Mariella Bocciardo sull'esistenza di una lobby pedofila, passino nell'indifferenza.

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Erano questi gli elementi di critica culturale che ci sembrava giusto sollevare nei confronti della pur interessante inchiesta di Ferruccio Pinotti, laddove in base al vuoto spinto si ripropaga maliziosamente l'idea dell'esistenza di una vera lobby pedofila, che il giornalista sa essere stata già più volte negata.
Se poi le nuove prove della lobby sono solo le piccole allusioni anonime portate da Frassi e Barbareschi contro i loro contestatori e contro alcuni giuristi, possiamo continuare a stare tranquilli.

Tra le pagine di questo libro, si profila tuttavia anche qualcosa di peggiore...

Ugo

martedì 24 giugno 2008

Italian factory

Si è già scritto molto sul caso di presunti abusi che vede imputato il critico d'arte Alessandro Riva, dal 2007 accusato di violenza sessuale aggravata per presunte molestie nei confronti di quattro bambine (che oggi hanno dieci anni circa e che ne avevano cinque quando gli abusi sarebbero iniziati). I fatti presunti sono relativi a palpeggiamenti e toccamenti delle parti intime, che Riva avrebbe compiuto durante i pomeriggi che le bimbe trascorrevano a casa sua, in compagnia della figlia del critico stesso.
Le accuse nei confronti di Riva sono state raccolte dalla procura dopo la denuncia delle maestre di alcune ex compagne di scuola di sua figlia, preoccupate per aver sentito "confidenze tra bimbe di giochi strani e di situazioni anomale per quell'età" (l'avvio della vicenda è ricostruito in due articoli di Oriana Liso per le pagine milanesi di La Repubblica del 6 giugno e del 7 giugno 2007). Il critico è tuttora agli arresti domiciliari e si difende sostenendo che tutto sia frutto di equivoci e pettegolezzi e che si tratti solo di un travisamento a posteriori di normali gesti di gioco ed accudimento.
E' cominciata lo scorso 22 aprile l'istruttoria del processo, innanzi al giudice Anna Introini della nona sezione penale, dopo la scelta dello stesso imputato di accedere al giudizio immediato, saltando dunque l'udienza preliminare "per essere sottoposto quanto prima a un giusto processo".

Precisiamo da subito che il nostro blog non ha elementi né intenzione per prendere alcuna posizione sulla vicenda, ovvero sulla credibilità delle accuse che colpiscono il noto critico.
Ci è comunque gradito segnalare due ottimi articoli di taglio "innocentista", che stigmatizzano con grande efficacia la corsa inarrestabile alla caccia alla strega, al cui fascino pochi sembrano resistere:
  • l'articolo "L'avvocato del diavolo" di Edoardo Montolli per Cronaca Vera del 16/07/2007 (è davvero sorprendente che certe finezze compaiano talvolta proprio sulla bistrattata C.V., provare a leggere per credere);
Se i ragionamenti di Montolli si riveleranno applicabili o meno anche al caso di Riva, questo ancora non lo sappiamo; ad ogni modo articoli come questi (e si vedano anche gli ottimi commenti di alcuni lettori) restano ad esempio per chi riesce ancora ad inorridirsi di fronte alle sirene isteriche della giustizia sommaria. Una capacità che per fortuna residua ancora in molti intellettuali che hanno preso posizione in difesa di Riva, ad esempio Carlo Lucarelli ed Andrea Pinketts (due che di crimine qualcosa ne capiscono).

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Ci auguriamo che certe accortezze democratiche non siano però riservate solo ai colleghi dell'intellighenzia come il critico Riva (fa pensare il fatto che forse anche il caso Tortora poté essere difeso e divenne una bandiera garantista, solo grazie alla fama del conduttore).
Lucarelli e Pinketts hanno voci autorevoli in capitolo, la vicenda di Riva potrebbe stimolarli ad occuparsi anche di altri casi ancor più scandalosi e ce ne sono tantissimi.
Ad esempio quello che ha visto una recente incredibile condanna per pedofilia nei confronti di un qualunque prete di provincia (Don Giorgio Carli di Bolzano), sulla base di prove metafisiche ed in seguito ad un percorso giudiziario che lascia sbalorditi (segnalazione ottima dell'amico Giustiziere, che non a caso ha chiamato il proprio blog dedicato alla malagiustizia "La fabbrica dei mostri").
Del caso di Don Giorgio Carli ha parlato Ferdinando Camon su La Stampa del 18/06/08 ("L'incubo inchioda lo stupratore"):
  • "sarebbe il primo caso in cui un colpevole risulterebbe «incastrato da un sogno» (o, peggio, da una fantasia). E' qui la rivoluzione. Nell'attribuire al mondo dei sogni la funzione di garanzia sul mondo reale, tanto forte da reggere una condanna pesante. (...) Perciò i sogni e le fantasie si usano in analisi, non nelle aule giudiziarie. Se i sogni di coloro che vanno in analisi fossero prove a carico, non basterebbero tutte le prigioni ad accogliere i loro famigliari e amici e conoscenti. Quando leggiamo che un imputato è «incastrato dal dna, o da una scheda telefonica, o da una impronta», ci sentiamo sollevati; ma adesso leggiamo che un imputato è «incastrato da un sogno» o «da una fantasia indotta», e francamente ci sentiamo allarmati".
Nella stessa pagina, La Stampa riporta anche una intervista all'illustre psichiatra Giovanni Battista Cassano, a cui viene chiesto anche "Non è possibile che quel ricordo rimosso torni in versione onirica e sia attendibile?"
  • CASSANO - «No, nella maniera più assoluta» (...)
Lo stesso giorno, al caso è stato dedicato uno speciale della trasmissione di RAI3 "Ombre sul giallo", che se ne era occupata già un anno fa (cfr. "Delirio in canonica").

Ci sembra comunque ancora troppo poca attenzione per un evento giudiziario inaudito che sconvolge il nostro sistema democratico, una sentenza che a buon diritto può essere definita "eversiva". Qualcuno pagherà?


Di buone intenzioni è lastricato l'inferno

Scriviamo adesso sul caso di Alessandro Riva, anche poiché vi è un nuovo interessante elemento che ci preme mettere in evidenza. Dal blog di Roberta Lerici veniamo a conoscenza che:
  • "A quanto si apprende oggi, le presunte, piccole vittime sentite dagli inquirenti nel corso dell'inchiesta hanno fatto più volte riferimento al corso "Parole non dette" che hanno seguito a scuola. Un corso ideato per fornire ai bambini gli strumenti per difendersi dalla pedofilia. Ebbene, per i difensori "nel corso delle prossime udienze" si dovrà vedere "come questo corso anti abuso si colloca nella vicenda".
Nel caso Riva, sembra dunque aver avuto ruolo importante la scuola, sia perchè sono state le insegnanti a coltivare i primi sospetti e sporgere denuncia, sia perchè sembra che le bambine accusanti avessero seguito a scuola un corso anti-abuso.
Il condizionale è d'obbligo, trattandosi di una fonte giornalistica che non siamo in grado di verificare. Pronti alla smentita, proviamo ad analizzare comunque la notizia:
  • se verrà accertato che davvero avvennero molestie a casa Riva, si dovrà forse ringraziare l'efficace corso anti-abuso, per aver fornito alle ragazze ed agli insegnanti gli strumenti e la motivazione utili a portare alla luce questo caso di pedofilia;
  • se invece verrà accertato che nulla di morboso è avvenuto e che quelle ragazzine sono state indotte a produrre false accuse di abuso, bisognerà domandarsi come possa essere montata questa storia. Sarà possibile allora che un ruolo suggestivo venga riconosciuto proprio al corso seguito a scuola, che potrebbe aver indotto una falsa consapevolezza (distorsione dei percetti o delle memorie) e contribuito all'innesco di isterismi.
Il caso Riva potrebbe dunque diventare un vero e proprio banco di prova per il valore di queste iniziative anti-abuso di presunta educazione civica, la cui utilità è sostenuta con entusiasmo acritico da molti campioni dell'anti-pedofilia.
La stessa Roberta Lerici (già fomentatrice AGeRiF del caso di Rignano Flaminio e ciononostante recentemente nominata "responsabile delle politiche per l'infanzia e lo stalking" del partito dell'Italia dei Valori) dichiara:
  • "personalmente, sono favorevole ai corsi che, a scuola, insegnino ai bambini a difendersi dalla pedofilia, e auspicherei che venissero diffusi in tutte le scuole".
Un progetto motivato da buone intenzioni, tuttavia sospettabile di ingenuità, scarsa efficacia rispetto all'obiettivo e di contro potenzialmente pericoloso per il suo potenziale suggestivo: ricordiamo ancora che la teoria della detezione del segnale descrive l'indissolubile legame tra i due rischi del settore (abuso sommerso e falso abuso); qualsiasi intervento volto a disvelare il sommerso, può collateralmente comportare nuova produzione di falso abuso.

La nostra perplessità verso queste iniziative non è di puro principio, ma è basata anche su tragiche esperienze all'estero. Abbiamo spesso citato la fondamentale indagine "Satan's Silence: Ritual Abuse and the Making of a Modern American Witch Hunt", di Debbie Nathan e Michael R. Snedeker (1996), ove leggiamo (la traduzione è nostra):
  • (pag. 128) Il budget per il National Center for Child Abuse and Neglect (NCCAN) è un altro esempio degli effetti consequenziali al panico da abuso rituale sui finanziamenti pubblici. Nel 1983, l'agenzia aveva solo 1,8 milioni di dollari da spendere per qualsiasi tipo di ricerca sull'abuso e progetti dimostrativi (di questi, solo 237mila furono destinati a studi sull'abuso sessuale). In seguito allo scandalo McMartin, l'anno successivo il budget del NCCAN era più che quadruplicato (...). Centinaia di migliaia di dollari furono anche dedicati a campagne per insegnare agli scolari come evitare di essere sessualmente abusati, e verso la metà degli anni '80, milioni di scolari americani passarono attraverso i programmi educazionali "Good Touch/Bad Touch". Iniziarono allora ad affiorare lamentele relative al fatto che bimbi che non capivano bene le lezioni producevano false accuse.
E' dai riscontri nella realtà concreta che dovrebbero affiorare quei dubbi e quelle cautele a cui invece tanti operatori sociali con la testa fra le nuvole del buonismo, in prima battuta, non pensano.

L'argomento di cui stiamo parlando, può far pensare anche alla recente clamorosa vicenda dei due fratellini di Basiglio, allontanati dai genitori per un disegno osceno che neanche era loro. In quel caso furono gli insegnanti a mettere in moto allarmisticamente la macchina dei servizi sociali. In un precedente articolo ("Il CISMAI non cambia mai") abbiamo già rilevato che nella zona del Distretto 7 ASL Milano 2, negli anni scorsi erano "stati attivati corsi di formazione sulle tematiche dell’abuso rivolte agli insegnanti delle scuole materne e primarie presenti nel Distretto".
In questo caso, i corsi scolastici anti-abuso furono condotti dagli operatori del Centro per il Bambino Maltrattato di Milano (CbM), che guarda caso adesso ha anche in appalto l'ente gestore del servizio sociale territoriale per Basiglio, che di concerto con le maestre ha deciso l'allontanamento dei due fratellini; e temiamo (pur senza elementi in proposito e pronti alla smentita) che i due bambini sfortunati, vittime di buone intenzioni, possano essere stati rinchiusi per due mesi proprio nelle comunità protette dello stesso CbM.

Dal produttore al consumatore: è la fabbrica dei mostri.



Le promesse della prevenzione

Per una aggiornata documentazione scientifica sulla questione dell'efficacia dei programmi di prevenzione dall'abuso sui minori, rimandiamo allora all'ottimo sito Child Welfare Information Gateway, un servizio governativo del U.S. Department of Health and Human Services. Esso offre anche una intera sezione dedicata ai programmi di prevenzione, inclusa proprio una sotto-sezione sulla valutazione di tali programmi (particolarmente ricca ed interessante la lista di related resources).

Limitiamoci qui a mettere in evidenza il fondamentale report "Emerging Practices in the Prevention of Child Abuse and Neglect" (di Thomas, Leicht, Hughes, Madigan, Dowell), che nel 2003 ha fatto il punto sullo stato dell'arte.
I servizi sociosanitari di prevenzione vengono distinti (pag. 8) tra programmi di:
  • prevenzione primaria, quelli universali e rivolti alla popolazione generale;
  • prevenzione secondaria, rivolti a gruppi o fasce di popolazione considerati ad "alto rischio" in base a fattori sociali ed epidemiologici;
  • prevenzione terziaria, rivolti a famiglie nelle quali l'abuso è già avvenuto.
Il report di Thomas et al. ha preso in considerazione l'ampia letteratura sull'efficacia di questi interventi (le cui varie forme sono elencate da pag. 9 a pag. 14), identificando tre modalità per cui si sono raccolti dati sufficienti a formulare almeno un primo giudizio:
  • "home visitation programs" (pag. 14), solitamente di prevenzione secondaria in famiglie a rischio;
  • "parent education" (pag. 15), sia di prevenzione primaria, sia più frequentemente in famiglie a rischio;
  • "school-based programs" (pag. 16), solitamente di prevenzione primaria.
Va sottolineato che le prime due forme hanno prodotto dati più robusti a sostegno della propria efficacia. Invece i programmi educazionali svolti nelle scuole, nonostante alcuni spunti promettenti e obiettivi ambiziosi, non permettono ancora di poter dire nulla sulla loro reale efficacia nel proteggere i bimbi:
  • "Available research suggests that such programs can be successful at imparting information, but there is little evidence to conclude that these programs actually prevent child sexual abuse. A recent study published in 2000 utilized meta-analysis techniques to evaluate existing school-based, child sexual abuse prevention programs. Based on 27 control group studies, the study reported that children who participated in prevention programs performed significantly higher than control group children on outcome measures used in the studies, indicating improvements in knowledge and skills concerning sexual abuse. In the process of developing the sample of studies to include in the analysis, the researchers indicated that they identified no studies that had analyzed the effect of prevention programs on actual rates of abuse (Davis & Gidycz, 2000).
  • Few studies have attempted to establish a relationship between acquisition of knowledge about child sexual abuse and subsequent behavior change in children. In perhaps the only study of its kind, Finkelhor et al. conducted a national telephone survey of 2,000 children ages 10-16. The researchers found that children who had participated in school-based sexual abuse prevention programs not only demonstrated greater knowledge about sexual abuse, but also reported that these children were more likely to exhibit protective behaviors and utilize protective strategies when threatened or victimized (Finkelhor & Dzuiba-Leatherman, 1995).
  • In a follow-up study conducted the next year, during which a considerable proportion of the original 2,000-child sample was recontacted, the researchers again found that children who had participated in school-based sexual abuse prevention programs were more likely to use protective strategies (e.g., yelling, running, telling an authority). However, there was no evidence that these children, when threatened with abuse, were any more likely to stop the victimization than children who had not participated in school-based sexual abuse prevention programs (Finkelhor, Asdigian, & Dzuiba-Leatherman, 1995).
  • Since then, two recent studies have explored the correlation between knowledge gains and behavior change, and actual victimization. In an important recent study of 825 female undergraduates, for example, researchers found that young women who had not participated in a school-based prevention program were nearly twice as likely to have experienced child sexual abuse as young women who had participated in a program (Gibson & Leitenberg, 2000). Also within the last few years, results of a survey of high school students found that students who had participated in a general abuse prevention program were significantly less likely to have reported an incident of physical abuse. There appeared to be no difference between the two groups of students in terms of the incidence of sexual abuse (Ko & Cosden, 2001). Both of these studies, however, utilized small, local samples and relied considerably on self-report data of past experiences. Thus, there are important concerns with the generalizability of the results, as well as the vulnerability of the data to the hazards of memory".
Nello stesso report, si conclude dunque segnalando la vulnerabilità di alcuni dati di efficacia, in relazione ai rischi di fallacie della memoria.

Oltre alla suddetta analisi della letteratura, gli autori del report hanno effettuato anche un'ampia rassegna delle ultime proposte sulla piazza socio-sanitaria tra i programmi di prevenzione anti-abuso, mediante un sistema per cui i più promettenti venivano nominati da un board di esperti nelle due seguenti categorie (pag. 19):
  • "effective programs", a loro volta distinti tra "demonstrated effective" (con risultati positivi dimostrati sulla base di studi sperimentali rigorosi), e "reported effective";
  • "innovative programs", il cui interesse non risiede tanto nei risultati, quanto nell'originalità di alcune proposte metodologiche.
Al termine della review di Thomas et al., un solo programma di prevenzione è stato segnalato tra i programmi di efficacia dimostrata ("Family connections", pag. 24-26) e si tratta di un programma di prevenzione secondaria.
Due programmi sono stati invece inclusi nella categoria "reported effective"
("Circle of security", pag. 28-29; "Families and Centers Empowered Together", pag. 30-31) e anche in entrambi questi casi si tratta di prevenzione secondaria, mirata a soggetti a rischio.
Nessun programma di prevenzione primaria, né programmi educativi generali svolti nelle scuole, sono stati nominati per la propria efficacia.


Le Parole Non Dette

Tornando al caso milanese che coinvolge il critico Riva, i nostri lettori avranno forse riconosciuto il nome del corso frequentato a scuola dalle ragazzine accusanti: "Le Parole Non Dette". Un programma di prevenzione primaria, che con il coinvolgimento dei bambini, delle loro famiglie e della scuola, si propone di fornire strumenti affinché siano i bambini stessi a riconoscere le situazioni a rischio, a difendersi adeguatamente e a comprendere che il loro corpo ha valore e dignità.


Si tratta di una creatura del dott. Alberto Pellai, un medico e ricercatore nel campo dell'epidemiologia dell'abuso, già ben noto al nostro blog, per il quale "le parole non dette" è un po' come un marchio di fabbrica, in quanto egli ha realizzato:
  • l'omonimo programma anti-abuso di prevenzione primaria, che è stato proposto e realizzato in molti istituti scolastici lombardi e limitrofi. Il progetto è descritto e sostenuto sul sito della Provincia di Milano (il modello di intervento preventivo comunitario è descritto da Pellai in questo documento);
  • un proprio sito/blog omonimo (che da pochi giorni è però scaduto e non risulta più consultabile).
Nel 2004 il Ministero della Salute ha conferito al dott. Pellai la medaglia d’argento al merito della Sanità Pubblica (i buoni propositi pagano sempre buoni dividendi).
Leggiamo dalla presentazione di un suo progetto di prevenzione (Canton Ticino, dicembre 2002):
  • "Dal 1998 conduce un programma di prevenzione primaria dell’abuso sessuale presso allievi di scuole elementari, 4a e 5a classe. (...) Fino a oggi questo programma è stato seguito da ca. 6'000 allievi, nella città di Milano e nella Provincia di Vercelli, corrispondente al 75% delle scuole. Coinvolge i bambini, i docenti e i genitori. La partecipazione al programma è volontaria, sia i docenti, sia i genitori aderiscono su base di libera scelta. A Milano e nella Provincia di Vercelli, il percorso preventivo si svolge in 5 incontri per gli allievi delle classi di 4a e 5a elementari. Può essere condotto da docenti formati e preparati in collaborazione con degli esperti esterni, a loro volta formati con Alberto Pellai. La formazione dei genitori si svolge in 2-4 serate condotte dagli stessi esperti in materia".
Il nostro blog raccolse dal dott. Pellai una testimonianza diretta sullo spirito che anima questa iniziativa, pare che l'epidemiologo in persona ci abbia così risposto (l'identità di chi scrisse quei commenti sul nostro blog non è accertabile) al primo articolo che dedicammo al suo lavoro:
  • "Io ho deciso di dedicare parte del mio lavoro alla prevenzione primaria dell'abuso e non ho imporvvisato il mio ruolo. Nel 2002 e nel 2003 sono andato negli USA dove ho lavorato presso l'allora comitato nazionale per la prevenzione dell'abuso all'infanzia. ho studiato centinaia di libri e di volumi, che se volete potete consultare nella mia biblioteca in università. mi sono abbonato alle principali riviste del settore. insomma nel mio piccolo ho fatto quanto mi era possibile. e nonostante ciò che voi ne pensiate, ne sono fiero. migliaia di bambini hanno partecipato al mio progetto Le parole non dette e hanno imparato l'ABC della prevenzione. ai miei tempi nessuno parlava ad un bambino di abuso e questo ha causato non pochi pasticci".
Già conosciamo l'atteggiamento sicuro di Pellai, che sa vendere il proprio prodotto: nella sua affermazione, si dava per scontato che i bambini che imparano da lui l'ABC della prevenzione fossero più protetti dai pasticci.
Noi ci domandiamo però quali siano i reali dati oggettivi di efficacia che egli possa vantare. Il metodo che il dott. Pellai ha scelto di importare in Italia, è un programma di prevenzione primaria generalista, svolto nelle scuole, si tratta cioè di uno di quei metodi che secondo il report di Thomas et al. (2003) non hanno ancora fornito vere prove di efficacia nel proteggere i bambini dall'abuso.
Al di là delle ottime intenzioni, questi corsi allora servono davvero?

La risposta del dott. Pellai a questa domanda, può essere trovata ad esempio nella presentazione di uno dei suoi corsi anti-abuso (Canton Ticino, dicembre 2002):
  • "I risultati, valutati sulla base di questionari ai quali hanno risposto sia ragazzini che hanno seguito il percorso di formazione, sia altri che non hanno partecipato, evidenziano quanto i primi sono meglio in grado di riconoscere le situazioni a rischio e hanno più risorse per trovare delle strategie difensive e di aiuto. Concretamente i bambini che hanno seguito un percorso di prevenzione hanno un rischio dimezzato di diventare vittime di abusi sessuali, quelli che lo subiscono malgrado la prevenzione riescono a parlarne con qualcuno e a chiedere aiuto in un lasso di tempo due volte più breve. Questi dati sono confermati da studi simili negli USA, dove ca. il 65% della popolazione infantile segue nel suo percorso scolastico un programma di prevenzione dell’abuso sessuale. Referenze : D. Daro 1991 “Child Sexual Abuse Prevention: Separating Fact from Fiction”, Child Abuse and Neglect, 15, 1-4. L. Gibson, H. Leitenberg 2000 “Child Sexual Abuse Prevention Programs: Do they Decrease the Occurance of Child Sexual Abuse?”, Child Abuse and Neglect, 24, 1115-1126. A. Pellai, “Le parole non dette”, Franco Angeli ed.";
  • "I risultati sopra elencati non lasciano dubbi sull’importanza di proporre anche in Ticino un tale programma di prevenzione".
Si tratta sostanzialmente delle stesse fonti che l'anno successivo, nel citato report di Thomas et al., venivano invece presentate con molta più prudenza scientifica, segnalando proprio che non è detto che l'accrescimento delle conoscenze nei bambini li protegga poi dall'abuso vero:
  • "such programs can be successful at imparting information, but there is little evidence to conclude that these programs actually prevent child sexual abuse";
Laddove Pellai parla di "rischio dimezzato" e richieste d'aiuto "in un lasso di tempo due volte più breve", egli sta facendo riferimento alla ricerca di Gibson e Leitenberg (2000), che così era criticata da Thomas et al.:
  • "however, utilized small, local samples and relied considerably on self-report data of past experiences. Thus, there are important concerns with the generalizability of the results, as well as the vulnerability of the data to the hazards of memory".
L'entusiasta dott. Pellai si è guardato bene dal sollevare queste cautele nel proporre i propri prodotti, abusando anche in questa occasione di toni eccessivamente ottimistici e sicuri per dati non oggettivi, fondati solo su self-reporting soggettivo (proprio lo stesso vizio di validità scientifica, per cui abbiamo già criticato le sue ricerche sulla diffusione dell'abuso sessuale nei minori).

E' visionabile il resoconto finale (2004) dell'esperienza di "Le parole non dette" nella Svizzera Italiana, che include molti dettagli e materiali relativi al metodo di Pellai. E' innegabile che diversi indicatori quantitativi e qualitativi del suo esito siano favorevoli, tuttavia proprio in conclusione, giunge una considerazione difficilmente trascurabile (pag. 89):
  • "Non sarà sfuggito inoltre ai docenti il fatto che il progetto sia orientato alla prevenzione di abusi ai danni di minori perpetrati da “estranei” al nucleo familiare. Tuttavia è un dato di fatto ampiamente ribadito in precedenti proposte formative, che la più alta percentuale di maltrattamento o di abuso si riscontra fra le mura domestiche".
Una fucilata, che bisogna smettere di nascondere tra le righe o nei commenti. Molti ritengono questa una critica stringente, che da sola sconsiglia l'introduzione di questi corsi: basta pensare al trauma dei più sfortunati tra gli alunni, coloro che magari già subiscono certe cose a casa da parte dei genitori, e devono intanto anche sentirne parlare con leggerezza a scuola, tra giochi di ruolo e riferimenti al "lupo cattivo" che essi per biologia non possono integrare nella propria coscienza.
A questo problema, i fautori di questi corsi scolastici spesso non pensano, forse perché difficilmente sarà capitato che un bambino davvero abusato (e ancor meno il suo genitore) durante il corso, si sia alzato in piedi a dire di smetterla, perchè gli fa male dover parlare e simulare certe cose davanti alla classe.
A quanti bimbi sarà successo, tra le migliaia dei frequentanti del programma "Le parole non dette"? Se fosse vero ciò che alcuni abusologi sostengono, ovvero che un bambino su sei viene abusato, nel periodo 1998-2002 tra i 6000 allievi del corso circa un migliaio avrebbero potuto trovarsi in questo dramma scolastico (per fortuna si tratta di stime inattendibili, basate sui dati scarsamente validi delle ricerche di Pellai e Finkelhor). In realtà quanti siano questi già abusati in famiglia, né noi né il dott. Pellai possiamo saperlo, ma statisticamente sono certo molti di più rispetto ai bimbi che un giorno potrebbero essere abusati da un estraneo.

La nostra attenzione (il dott. Pellai ci perdonerà, dobbiamo restare fedeli al nostro manifesto) si è concentrata allora su un paio di commenti perplessi o negativi degli utenti del corso, sebbene siano mosche bianche tra i tanti complimenti (pag. 88 e 89):
  • Ritengo che il corso sia stato molto utile per fare capire ai bambini l’argomento, ma secondo me per alcuni aspetti ha scosso i bambini”;
  • In generale mi chiedo se in quarta elementare i bambini siano abbastanza maturi per cogliere il vero significato del corso”;
  • L’uso di imbarazzante “scenette” recitate dai bambini mi ha lasciato molto perplessa…”.
e soprattutto l'obiezione di due genitori che pure non hanno preso parte al corso (pag. 88):
  • Ritengo grave e profondamente scorretto forzare i bambini ad atteggiamenti espliciti di abuso durante i giochi di ruolo proposti in palestra. Nel caso che desidero segnalare una bambina doveva impersonare il docente di nuoto doveva impersonare il docente di nuoto che – cito – “appoggia i suoi organi genitali con una scusa sul sedere della bambina che ha convocato in piscina al di fuori della lezione di nuoto”. Visto il disagio della bambina durante la scenetta, insistere è stato un atto di violenza.”
Fa venire i brividi, soprattutto a quelli come noi che abbiamo letto dei filmati casalinghi dei genitori di Rignano Flaminio, della scandalosa pseudo-perizia che ha inchiodato Valerio Apolloni, dell'assurdo processo torinese all'istruttore di nuoto, ecc.

Il metodo "Le Parole non Dette" è basato principalmente su giochi di ruolo e drammatizzazioni dell'abuso, svolte anche a scuola con i bambini. Leggiamo ancora dalla stessa presentazione (Canton Ticino, dicembre 2002):
  • "Dal 1998 conduce un programma di prevenzione primaria dell’abuso sessuale presso allievi di scuole elementari, 4a e 5a classe. Attraverso un percorso ludico, in particolare i giochi di ruolo, i bambini imparano a riconoscere le situazioni a rischio in modo da non essere colti di sorpresa e paralizzati dalla paura se dovesse accadere nella realtà. La neurofisiologia insegna che quando una persona ha già vissuto un evento, lo può memorizzare e se accade di nuovo riconoscerlo più rapidamente e reagire con maggiore consapevolezza ed efficacia. Questo tipo di prevenzione porta dunque i partecipanti a costruire dei “cassetti”, corrispondenti alle situazioni di disagio vissute nei giochi di ruolo, e creare dei collegamenti per potersi difendere nella realtà. Il disorientamento del bambino è uno dei fattori che permette all’abusante di imporgli la sua volontà.
I bambini, sebbene in forma ludica, vivono dunque durante questi corsi delle situazioni formalmente assimilabili all'abuso, anche se accompagnate dalla spiegazione della differenza tra "tocco buono" e "tocco cattivo".
E' un cliché che si ripete fin dagli anni '80 in mille proposte simili, citiamo ad esempio quella della Cooperativa TRE di Latina, il cui programma scolastico antiabuso si chiama proprio "Sembra un gioco", presentato anch'esso con proclami di innovatività e certezza di risultati, di cui noi non troviamo però altrettanto certi riscontri in letteratura:
  • "Attraverso GIOCHI DI SIMULAZIONE i bambini vengono condotti a RICONOSCERE, EVITARE ed eventualmente RIFERIRE le più frequenti situazioni a rischio d'abuso. La metodologia innovativa adottata supera i tradizionali approcci informativi, dimostrati inefficaci nei programmi di prevenzione diretti ai bambini (...) l'applicazione del modello formativo “Sembra un gioco” RIDUCE DRASTICAMENTE i comportamenti a rischio e stimola il senso critico dei bambini".
Al di là delle ovvie considerazioni etiche e pedagogiche che la scelta di simili metodi dovrebbe sollevare anche rispetto alla popolazione generale dei bimbi (mentre gli abusologi si aggirano tra le classi elementari con i loro giochi di ruolo, il Provveditorato ed il Ministero della Pubblica Istruzione dormono sereni?), se ripensiamo alla probabile presenza in palestra di qualche bambino che intanto potrebbe essere davvero abusato in casa, non è sopportabile l'oltraggio che costoro devono subire nuovamente a scuola, nel silenzio e nell'impotenza, attraverso una sadica drammatizzazione "ludica" del loro problema reale.
I bambini già abusati in famiglia diventano vittime sacrificali dei progetti di prevenzione dell'abuso extrafamiliare, nonostante tutti sappiano che quest'ultima forma è molto meno diffusa e per fortuna anche meno grave come danno psichico risultante. Ma l'orco nel bosco attira più approvazione sociale, è più facile da combattere e rende anche di più all'abusologia, allora...

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La nostra contestazione non ha nulla a che fare con l'oscurantismo di chi vorrebbe che di abuso non si parlasse, anzi, ci limitiamo a segnalare che, rispetto ai martellanti interventi comunitari come quello proposto dal dott. Pellai, esistono forme più efficaci e meno rischiose di prevenzione, a cominciare da piani di parent training o di prevenzione secondaria nelle fasce a rischio.
Per farlo, i responsabili delle ASL dovranno dimostrare però di avere abbastanza pelo sullo stomaco da riconoscere che la questione si gioca soprattutto nelle famiglie; la scuola può essere utile "attrice", ma non dovrebbe diventare "palcoscenico" (e poi ci stupiamo di protagonismi come quelli di Basiglio o di Rignano Flaminio).
Straziata dal proprio senso di impotenza sulla famiglia moderna, la sanità "sovietica" del nostro stato non trova invece niente di meglio che rivolgersi alla fobia contro il nemico che viene da fuori e collettivizza l'educazione sessuale, abusando di interventi comunitari e di metafore come quella del lupo di Cappuccetto Rosso (cfr. "Lupus in Fabula", un altro programma anti-abuso delle ASL milanesi).

Le fiabe hanno sempre avuto un valore fondamentale di metafora ed allegoria: con la storia di cappuccetto rosso, le nonne riuscivano a mettere in guardia i bambini contro le morbosità ed i pericoli, ma senza essere a loro volta morbose e sadiche nel farlo. Fa cascare le braccia che alcuni presunti esperti siano tanto ingenui da pretendere di usare lo stesso strumento, sostituendo però le ginocchia della nonna con una palestra scolastica e scambiando l'educazione dei bambini alla salute con il semplice passaggio di informazioni, dimentichi dell'importanza essenziale di quella punta di brivido che fa parte di una favola ben raccontata: non troppa e non troppo poca, sospesa per il bimbo tra la paura di un mondo da scoprire e la rassicurazione che viene dalla voce della nonna.
Per tacere del fatto che deve essere sempre il bimbo a controllare il processo ed insistere perfino un po' con la nonna, prima che questa accetti di cominciare la narrazione, mentre sarebbe preoccupante il sadismo della nonna che forzi un nipotino non ben disposto ad ascoltare favole spaventanti.
Purtroppo i rozzi pedagoghi delle ASL non sembrano aver compreso nulla di questo sottile gioco d'equilibrio e stanno chiamando a raccolta i bambini nel kolchoz scolastico, per spiegargli che la storia di cappuccetto rosso succede davvero (solo che il lupo si chiama "pedofilo") e per proteggerli li trasformano in finti lupi che devono giocosamente dimostrare come ci si strofina i genitali sul culetto delle bambine. Chapeau!

Dopo aver visto il film su Patch Adams, aspetteremo allora che, per stimolare i benefici del senso dell'umorismo nella popolazione, le ASL milanesi ci mandino adesso un altro medico a spiegarci anche le barzellette.

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Se torniamo infine sul piano dei riflessi giudiziari, non deve essere sottovalutato il potenziale suggestivo sulla memoria che l'utilizzo di un metodo basato su giochi di ruolo e drammatizzazioni può comportare. E' noto che proprio questo tipo di metodo di prevenzione, è quello che porta con sé il maggior rischio di induzione di false accuse di abuso da parte dei bambini inclusi nel programma.
Nel processo penale, di fronte ad alcuni atteggiamenti sessualizzati dei minori, laddove gli accusanti dovessero appellarsi al solito indizio:
  • sono solo bambine, non possono conoscere certi atti, dove possono averli appresi se non durante un vero abuso?
la vera risposta talvolta potrebbe anche essere:
  • a scuola, durante i giochi di ruolo proposti nei corsi dell'ASL.
Ci domandiamo se Pellai tra il 2002 ed il 2003, nei suoi approfonditi studi presso il National Committee for Prevention of Child Abuse (NCPCA, adesso Prevent Child Abuse America), abbia dato anche un'occhiata ad alcuni noti errori di David Finkelhor, suo maestro dichiarato (avevamo già segnalato in un precedente articolo che il dott. Pellai ci sembra avviato a ripercorrerne pedissequamente gli stessi sbagli).
E' stato sostenuto ad esempio che (proprio come Ray Wyre, maestro di Massimiliano Frassi) anche Finkelhor quando arriva in una zona a tenere seminari, poi in quell'area spesso esplodano casi di falso abuso, il cui innesco potrebbe derivare proprio dall'utilizzo degli strumenti antipedofilia proposti agli operatori locali (liste di indicatori di abuso, corsi di prevenzione nelle scuole ecc.).

Nei panni di un genitore o di un insegnante, in questi tempi di caccia alla strega non ci sentiremmo tranquilli nel far frequentare questi corsi ai nostri ragazzi.


Alla prova dei fatti

Qualsiasi conclusione sarebbe prematura, ma forse la vicenda di Alessandro Riva potrebbe dimostrare che ogni tanto qualche brutto pasticcio potrebbe essere alimentato proprio da questi stessi corsi, anziché dalla loro mancanza.

Non dovrebbe affatto stupire l'idea che un qualsiasi intervento sanitario comporti anche dei collaterali effetti dannosi. Proprio a proposito di programmi di prevenzione, basta citare l'importante articolo "Standards of Evidence: Criteria for Efficacy, Effectiveness and Dissemination" di Flay et al. (2005), i quali nel definire i criteri essenziali da considerare, danno risalto anche alla necessità di un assessment dei potenziali effetti iatrogeni negativi:
  • "Desirable Standard: It is desirable to measure potential side-effects or iatrogenic effects. Most past efficacy trials of behavioral programs and policies have not measured potential negative effects. Although such effects may not be obvious, emerging evidence in prevention science suggests that negative effects are not uncommon. Iatrogenic effects may be the reverse of the intended outcome for whole groups (e.g., Dishion et al., 1999; Goodstadt, 1978) or subgroups (Kellam et al., 1994). They may also be negative effects unrelated to the intended outcome (e.g., side-effects of vaccines) or unanticipated consequences of systems change (e.g., substitutions between problem behaviors in response to implementation and enforcement, Holder, 1998). To ensure the safety of prevention programs or policies, it is highly desirable that measures of potential side-effects and iatrogenic effects be included in future efficacy trials".
Eppure nel campo della prevenzione dell'abuso questa ovvietà risulta ancora pervicacemente negletta da molti operatori nostrani, per i quali ogni ricetta somministrata alla popolazione contro il child sex abuse, risulterà necessariamente buona ed innocua: una medicina che si vorrebbe senza rischi, solo perchè è animata da buone intenzioni.

Aspettiamo dunque l'esito giudiziario del processo ad Alessandro Riva.
I difensori del critico d'arte nel processo hanno già detto che "nel corso delle prossime udienze si dovrà vedere come questo corso anti abuso si colloca nella vicenda"; noi aggiungiamo che anche le ASL milanesi che hanno dato l'OK al progetto "Le parole non dette" di Pellai e collaboratori, dovrebbero essere oggi molto attente alla questione.
E, se dovesse accertarsi che nulla di morboso avveniva in casa Riva e che le presunte accuse delle bambine siano state solo frutto di isterismi, venticelli o fraintendimenti, magari facilitati da quanto si imparava a scuola, ci auguriamo che alla notizia venga dato risalto e che si chieda ad ASL, CISMAI, Pellai e compagnia cantante di prenderne atto.

Non siamo però ottimisti, alla luce della scarsa attitudine all'autocritica che hanno finora mostrato questi paladini dell'anti-pedofilia. Suonano sinistre a tale proposito le parole che lo stesso dott. Pellai ci scrisse, nei commenti al primo articolo che dedicammo alla sua ricerca:
  • "attualmente sto dalla parte delle vere vittime e non degli indagati per errori, dei quali, comunque, non posso che dispiacermi e dolermi, ma rispetto ai quali non mi sento minimanete responsabile".
Un altro ingenuo operaio della fabbrica dei mostri.
Italian factory.

Ugo

martedì 17 giugno 2008

Sei mesi di silenzio


Ad oggi sono passati esattamente 6 mesi dall'intervista che il prof. Francesco Montecchi il 17/12/2007 rilasciò ai microfoni di Matrix.
Ne parlammo subito, nell'articolo "La conversione del Dr. Montekkyll" (il blog del Giustiziere ci anticipò definendola "una conversione degna di San Paolo"):
  • messo alle strette dalle critiche che gli piovevano addosso, il prof. Montecchi per la prima volta ammise pubblicamente qualche perplessità sugli abusi sessuali di cui sarebbero state vittime i bambini dell'asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio, quegli stessi abusi che erano stati in precedenza dati per certi nelle parole di Montecchi (e forse anche nelle relazioni diagnostiche rilasciate dal suo ex reparto all'Ospedale Bambino Gesù).
Il fatto era fondamentale per la vicenda di Rignano, poiché fino a quel momento le pseudo-perizie del Progetto Girasole erano state portate dagli accusanti come prove forti degli abusi sessuali avvenuti. Ad esempio, in quella stessa puntata di Matrix era ospite anche Arianna Di Biagio, responsabile dell'associazione delle famiglie rignanesi accusanti (AGeRiF), che così disse:
  • "Ci sono dei genitori che hanno sporto denuncia formale, solo dopo aver ricevuto il referto scritto da parte del Bambin Gesù. Questo non perché altrimenti non lo avrebbero fatto, come assunzione di responsabilità, però proprio per avere la prova provata".
Dallo scorso 17 dicembre, quella prova non è più provata neppure per chi la aveva imprudentemente prodotta.

Vediamo la questione da un'ottica sanitaria: un medico può certamente cambiare idea sulla diagnosi, ci mancherebbe altro. Siamo tutti fans del televisivo Dr. House, che ne prova parecchie e non smette mai di cambiare ipotesi, cercando anche quelle controintuitive, finchè la guarigione del paziente non giunge a confermare l'ultima pensata.
Nel caso di Montecchi e dei clinici del Progetto Girasole (oggi ne La Cura del Girasole onlus), non si è neppure trattato di un vero cambiamento di diagnosi, ma solo di una dichiarazione di parziale inattendibilità del giudizio precedentemente espresso; si è inoltre evidenziata la necessità di maggiore cautela di fronte al rischio di pretestazione, ovvero di aver attribuito i disturbi emotivo-comportamentali a cause diverse da quelle reali.
Dove sta allora per noi il motivo di tanto scandalo?

Il nostro riferimento ai telefilm programmati da Canale 5 non è del tutto casuale. Ciò che allora ci sembrò intollerabile fu il fatto che questo cambiamento di metodologia e certezza diagnostica, da parte di Montecchi venisse dichiarato nel corso di Matrix, in TV anziché direttamente agli interessati: i genitori di decine di bambini rignanesi e il Tribunale di Tivoli.
Per essi, quel gradino disceso da "abuso accertato" a "abuso possibile" fa davvero una gran differenza.

Già allora segnalammo che, pur soddisfatti per la dimostrazione di onestà intellettuale del celebre neuropsichiatra romano, quel gesto televisivo di per sé risultava del tutto inutile.
Le cose non sarebbero diverse, nell'ipotetico esempio in cui un medico infettivologo andasse in TV a dire che un certo tipo di screening ematico finora utilizzato per trovare il virus HIV, in realtà da solo non dimostra nulla. Bene, ma prima ancora di rispondere ai microfoni di Matrix, quel medico non dovrebbe frugare gli archivi e correre a dirlo a tutti quei poveracci da lui prima diagnosticati come sicuramente sieropositivi, che forse invece sono sani?
Ogni giorno di ritardo per una simile comunicazione medica sarebbe un atto di violenza privata.

Insomma, quell'uscita televisiva di Montecchi, se non seguita da altri gesti concreti, potrebbe costituire potenzialmente un nuovo errore professionale e deontologico in materia di comunicazione medica da parte del neuropsichiatra (dopo l'improvvida sparata a manette calde, che gli costò una strana reprimenda da parte dell'Ospedale).

Nel caso di Rignano Flaminio, il problema non è circoscritto solo alla questione medica e di tutela dei piccoli pazienti (quella a 360°, per cui l'abuso pedofilo non è l'unica potenziale causa di danno ai bambini), ma ha anche un fondamentale risvolto giudiziario: nel 2007 una maxi indagine era stata fondata anche su decine di pseudo-perizie via via stilate dal Progetto Girasole dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Una indagine aperta ancora oggi, le perizie della CTU Angela Giganti e gli incidenti probatori sembra stiano per concludersi a breve:
  • (ANSA) - RIGNANO FLAMINIO (ROMA), 17 MAG - Sono una decina i bambini della scuola di Rignano Flaminio (Roma) per i quali sono in corso incidenti probatori. I piccoli saranno ascoltati fino a giugno in relazione all'inchiesta su presunti abusi pedofili. Dopodiche', se non verra' disposto un supplemento di indagini, sara' fissata l'udienza preliminare, al termine della quale il Gup di Tivoli decidera' se rinviare a giudizio gli indagati o se disporre l'archiviazione del fascicolo.
Il giorno della decisione sull'eventuale rinvio a giudizio, sarebbe spiacevole scoprire che a riguardo di quella che è stata finora la prova principe degli abusi, nel momento del combiamento di opinione del Progetto Girasole, non vi sia stata da parte loro neanche una comunicazione scritta alla Procura di Tivoli sulla inattendibilità dei giudizi precedentemente espressi. Al Girasole deve importare della fondatezza delle decisioni che verranno prese, non vorranno certamente lavarsene le mani.

Nei nostri precedenti articoli ("La conversione del Dr. Montekkyll" e "L'Agerif ed il Girasole") ci eravamo allora accoratamente appellati al prof. Montecchi, affinché non facesse lo struzzo e invece si muovesse in prima persona per illuminare gli accusanti con i propri legittimi dubbi. Mica tutti guardano Matrix o leggono il nostro blog.
Ci aspettavamo un atteggiamento attivo:
  • "Dal confronto fra le dichiarazioni del prof. Montecchi e della rappresentante dell'Agerif, è ben chiaro che o le diagnosi erano incaute (sbagliate?), oppure le famiglie le hanno male interpretate. In ciascuno dei due casi, è proprio ora che il prof. Montecchi, magari assieme alla collaboratrice dott.ssa Catia Bufacchi (la psicologa che ha materialmente eseguito quelle perizie) e ad un rappresentante legale dell'Ospedale Bambino Gesù, riconvochino nuovamente le famiglie di Rignano, i propri pazienti, per un chiarimento sulla diagnosi e sulla valenza delle perizie psicologiche. (...) E' un dovere improcrastinabile, un obbligo legale e deontologico, anche nel caso che l'incomprensione fosse attribuibile solo a mala interpretazione da parte del paziente".
- - -

Torniamo ad oggi: nei sei mesi successivi, sulla faccenda è calato il silenzio mediatico ed in particolare non è trapelata nel frattempo alcuna notizia sull'eventuale attività di Montecchi e del Girasole. Lo prendiamo come un buon segno, che potrebbe indicare non solo che essi hanno intanto assolto al proprio dovere clinico e deontologico, ma anche che finalmente lo hanno fatto nella riservatezza più assoluta.
Ci auguriamo che le cose siano proprio andate così: di fronte alla restaurata correttezza dell'intervento sanitario, potremmo dire conclusa la nostra querelle nei confronti del Progetto Girasole; adesso alcune decine di famiglie (e la procura del PM Marco Mansi) saprebbero per certo che "la psicologia, la diagnosi psicologica non fa fare una diagnosi di abuso, ma la diagnosi di abuso deve essere correlata ad altre prove che vengono raccolte" (F. Montecchi).

Diversamente, se in questi 6 mesi i clinici della onlus La Cura del Girasole avessero invece taciuto e continuato le proprie attività fischiettando distrattamente, magari con la scusa di attendere prima i risultati delle indagini (pesantemente influenzate proprio dalle diagnosi e dalle pseudo-audizioni svolte al Bambino Gesù), la situazione sarebbe grave e la buona fede ormai non potrebbe essere più invocata.

Mr. Gyrasole avrà trascorso gli ultimi 6 mesi con la testa infilata nella sabbia?
Il Dr. House non lo farebbe.

Ugo

sabato 14 giugno 2008

Lo strano caso del Dr. Fornekyll e Mr. Pool


(continua dal precedente: "Colpo di frusta per Pietro Forno")

Concludiamo la nostra analisi dell'intervista che Pietro Forno, il più famoso giudice anti-pedofilia del nostro paese (dal 2004 procuratore capo aggiunto alla Procura di Torino), ha rilasciato per il recente libro di indagine sulla pedofilia "Olocausto Bianco" di Ferruccio Pinotti.
Dopo aver parlato nel precedente articolo delle sue opinioni sull'approccio backlash, prosegue il ragionamento del giudice Forno sul piano degli aspetti culturali legati alla giustizia anti-pedofilia; egli ci descrive adesso la propria preoccupazione per alcune tendenze presenti nel nostro paese, chiaramente indicate dal titolo del paragrafo: "Il negazionismo applicato alla pedofilia".
  • FORNO: (pag. 301) «La mia sensazione è che, rispetto ai reati sui minori, in molte parti d'Italia si verifichi ciò che avveniva negli anni Sessanta con la mafia nelle zone di mafia: si negava il fenomeno. Se qualcuno volesse realizzare un libro bianco dei casi di pedofilia archiviati - e vedere le motivazioni con cui sono stati archiviati - si renderebbe conto di quello che dico, dati alla mano. Sarebbe un lavoro immane, ma utilissimo. Sono persino in grado di dire seduta stante la motivazione tipica con la quale di solito si archivia: "Sono accuse che vengono da una bambina/o di quattro o cinque anni, quindi in età prescolare. Sono dichiarazioni vaghe, non ben definite nel loro contenuto, suscettibili di possibili letture diverse. Non ci sono riscontri a queste dichiarazioni, non si ritiene che si possano acquisire ulteriori elementi. Quindi, nel supremo interesse del minore che si vuole tutelare dal processo penale, bisogna archiviare". Si vuole tutelare il bambino dal processo penale, non nel processo penale, che invece è il problema che ci poniamo noi, il nostro obiettivo.»
Di fronte a questo passaggio dell'intervista, una preoccupazione imprevista è sorta in noi, poichè il suo contenuto ci appare in radicale contrapposizione con un'altra idea di intervento giudiziario, di cui recentemente abbiamo letto, nella quale veniva proposto l'esatto contrario:
  • «ho usato e anche teorizzato un uso massiccio dell'archiviazione. Credo che quando il pubblico ministero non abbia raggiunto la convinzione personale - una convinzione che trovi riscontro nelle carte processuali circa la sostenibilità dell'accusa in giudizio - debba necessariamente chiedere l'archiviazione. Si tratta di applicare il codice di procedura penale, il famoso articolo 125 delle disposizioni di attuazione, secondo il quale si può chiedere l'archiviazione non soltanto quando il fatto non sussiste, ma anche quando l'accusa non è sostenibile in giudizio. Se questo vale per qualsiasi reato, vale in misura ancora maggiore per reati come la violenza su minori: qui la posta in gioco non è soltanto l'onore della persona accusata, ma anche la salute mentale del bambino. Non mando allo sbaraglio un minore, se penso che in giudizio non si verrà a capo di nulla, perchè il minore non parla o perchè il suo racconto è contraddittorio, incompleto, magari smentito da alcuni riscontri. La prima tutela da adottare è chiedere l'archiviazione, quando le prime indagini non abbiano consentito di verificare in qualche modo l'accusa. Quindi c'è una scrematura a monte.»
Due atteggiamenti l'uno agli antipodi dell'altro, che rappresentano contrapposti approcci alla tutela giudiziaria del minore. Chi sostiene l'uso dell'archiviazione nei casi non provabili, per difendere il bambino dal processo, e chi invece la combatte come una sconfitta della giustizia che dà solo fiato al negazionismo della pedofilia, preferendo invece difendere il bambino nel processo, convinto della sua sostanziale credibilità.

Un dilemma forse irrisolvibile, che tutti comprendiamo. Perchè mai questa contrapposizione di idee stavolta ci ha stupito tanto?
Il fatto è che entrambe le proposte sono state sostenute dal giudice Forno, proprio nel corso della stessa intervista!
Alla critica all'uso negazionista dell'archiviazione come tutela dal processo, descritta quasi nei termini di malagiustizia che colpisce l'infanzia, abbiamo contrapposto un brano pubblicato solo tre pagine prima (pag. 298), in cui lo stesso magistrato descriveva il celebre "metodo Forno" dichiarandosi sostenitore di un uso "massiccio" dell'archiviazione, una "scrematura a monte" attuata proprio per tutelare il bambino dal processo (quel brano era già stato da noi citato nel precedente articolo "Metodo Forno for dummies", al paragrafo "Tutela per archiviazione", salutando con una certa sorpresa tale atteggiamento garantista in Forno).

Di fronte ad una contraddizione così macroscopica, parlare semplicemente di confusione o incoerenza sarebbe riduttivo.

Abbiamo già ironizzato con i personaggi de "Il Signore degli Anelli" per mettere in metafora alcune caratteristiche dell'azione del procuratore Forno; stavolta il suo atteggiamento ci ha ricordato piuttosto quello del personaggio più ambiguo e complesso della saga, ovvero Smeagol/Gollum, un ex hobbit la cui personalità era stata sdoppiata dal potere dell'anello, trasformandolo in una creatura temibile, ma misericordiosa al tempo stesso.
Un personaggio drammatico quello di Gollum, un servo del grande occhio la cui esistenza era ormai dedicata alla fissazione per la caccia ossessiva all'anello, ma nel cui comportamento e nella cui voce rispuntava saltuariamente il vecchio Smeagol. Indimenticabili le scene del film di Peter Jackson, in cui le due personalità litigano tra loro con voci diverse e intenzioni opposte.



Ecco, quella richiesta garantista del giudice Forno sull'uso massiccio dell'archiviazione, mescolata dentro una intervista dedicata in gran parte ad un malizioso attacco contro la cultura backlash, ci ha ricordato l'umanità della voce di Smeagol che ogni tanto esce dal corpo di Gollum.
Giova sottolineare, anche nei confronti dei molti critici tout court di Pietro Forno, la qualità garantista ed obiettiva di buona parte del suo pensiero giudiziario, che può fungere da base anche per la battaglia contro i falsi abusi; a patto forse di non attendersi da Forno una partecipazione personale, almeno per ora (non dimentichiamo che nella Terza Era immaginata nei romanzi di J.R.R. Tolkien, l'umanità abitante la Terra di Mezzo alla fine viene salvata proprio da Gollum, ultimo portatore dell'anello).

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La contraddizione presente nell'intervista di Pietro Forno ricorderà forse ai nostri lettori il caso di un altro illustre esperto di abuso, il prof. Francesco Montecchi, nelle cui dichiarazioni successive al caso di Rignano Flaminio riconoscemmo una simile irriducibile incoerenza logica tra principi opposti ed applicati alternativamente a seconda delle occasioni e della convenienza.
Come per il prof. Montecchi, anche in questa occasione si paventa quasi un processo di sdoppiamento di identità, tanto da far pensare ancora agli effetti delle pozioni raccontate nei romanzi fantastici di Robert Louis Stevenson. Restando in tema di metafore letterarie, possiamo dunque proporre ancora due nomignoli ad essi ispirati (con permesso di ironizzare):
  • "Dr. Fornekyll" per il meticoloso giurista che per primo in Italia ha imposto un proprio metodo di indagine sull'abuso, che ricorda che il giusto processo non è mestiere degli psicologi, che cerca anche le prove con doveroso scetticismo verso le parole dei bambini e che quando serve sa archiviare in modo convinto i procedimenti, anche a tutela del minore stesso;
  • "Mr. Pool" invece per il sanguigno cacciatore di pedofili che nell'attesa della inevitabile rivelazione di abuso terrebbe sotto scacco bambini e famiglie anche a lungo, che teme il negazionismo e l'archiviazione, che si circonda di collaboratori più missionari che obiettivi (meglio se scelti tra le file del femminismo CISMAI), che non si preoccupa dei falsi abusi e ritiene inutili le "scuole di pensiero" ad essi collegate, e che mistifica le ragioni del riduzionismo backlash (pronto ad accusare di collusione con i pedofili chiunque non sia della sua stessa partita).
Due atteggiamenti molto diversi, due identità alternative che si scambiano nelle diverse situazioni, a seconda della convenienza. Il timore è quello che si tratti in realtà di un altro gioco delle due tavolette, utile a nascondersi un po' di qua ed un po' di là e per riuscire a tenere assieme l'incompatibile: sia il prestigio di rigoroso giurista e persona meticolosa, sia contemporaneamente una battaglia culturale a senso unico, che non fa prigionieri tra gli avversari (anzi, che prelude a farne tanti) e che dispiega i propri mezzi partigiani ove un rigoroso giurista sa che non si dovrebbe, cioè attorno alle procure e al loro interno.


Diverse forme di negazionismo

Il distratto Ferruccio Pinotti, dalla sua posizione sdraiata, non sembra intanto essersi accorto delle clamorose contraddizioni e della trasformazione che in pochi minuti è avvenuta davanti ai suoi occhi e non pone alcuna domanda.
Apprezziamo nel giornalista l'abilità linguistica (o forse sarebbe meglio "linguale"), che gli permette comunque di complimentarsi e dare ragione all'illustre giudice, sia quando afferma una cosa, sia quando dice l'esatto opposto.
  • PINOTTI: Considerazioni di enorme importanza, quelle del procuratore capo aggiunto di Torino, che sottolinea come in Italia si sia ancora all'anno zero rispetto alla costruzione di una cultura in difesa del minore.
  • FORNO: «In Italia persiste una cultura paleominorile - con cui io mi sono scontrato - che addirittura istiga all'omissione di denuncia. Cioè prevale l'indicazione secondo cui la denuncia deve essere fatta solo quando non se ne può fare a meno: di solito quando la notizia di reato è stata propagata a destra e a manca. Quando lo sanno più o meno tutti - compreso l'autore del reato - può esserne informato anche il pubblico ministero.»
La questione qui sollevata è sottile e tecnica. Forno sta esplicitamente criticando la cultura della "mancata denuncia" (in tempi non sospetti, ne "Il testimone mancato" parlammo dell'obbligatorietà della denuncia, citando proprio un brano del 1999 di Pietro Forno).
Non può dirsi però che questo vizio "paleominorile" abbia linearmente a che fare con la "omissione di riconoscimento della pedofilia" e col negazionismo, in altri termini l'istigazione alla omissione di denuncia non è mica dovuta ad una negazione globale della pedofilia come fenomeno. Pinotti non sembra comprendere il punto tecnico e invece ne estrapola a sproposito un altro riferimento ad una generica critica culturale.
  • PINOTTI: Esiste quindi una cultura che si può dire negazionista.
E che c'entra con quanto aveva appena detto Forno? Da come lo infila in tutte le salse, viene da pensare che il "negazionismo" sia soprattutto una fissazione di Pinotti, che cerca in tutti i modi di portare il procuratore a parlarne, col risultato di un nuovo sdoppiamento di identità.
Infatti Mr. Pool prende la palla al balzo e conferma lo spregio per chi riduce la dimensione del fenomeno, ma nella frase successiva ritorna il Dr. Fornekyll a contraddirlo sfacciatamente, indicando ottimistiche dimensioni più ridotte del fenomeno rispetto al passato.
  • FORNO (Mr. Pool): «Sì, una cultura riduzionista del fenomeno. Come tutti i fenomeni nuovi - a livello di emersione - la pedofilia viene negata, ridotta a poca cosa.»
  • PINOTTI: Viene spontaneo pensare a come questa cultura «riduzionista» si saldi alle inefficienze delle strutture: la somma genera un deficit di giustizia proprio su un problema così delicato come la vita dei bambini?
  • FORNO (Dr. Fornekyll): «Diciamo che esiste un deficit di giustizia, ma c'è comunque un progresso evidente nelle prassi giudiziarie. Non vorrei ingenerare un senso di infondato pessimismo di fronte a un fenomeno, la lotta alla pedofilia, che presenta anche risvolti obbiettivamente positivi. Mi viene in mente il cosiddetto paradosso di Tocqueville: in un suo scritto diceva che quando un fenomeno negativo diminuisce, ciò che ne resta appare insopportabile. Se dovessimo confrontare ciò che succedeva all'inizio del XX secolo, in una grande città industriale come Milano o Torino, a quanto succede oggi, forse potremmo dire che certe realtà non sono così drammaticamente presenti come allora.»
Molto interessante: il fenomeno della pedofilia sarebbe dunque in netta diminuzione e il fatto che molti ancora la percepiscono in misura drammatizzata, sarebbe dovuto principalmente ad una illusione sociologica di "insopportabilità" del residuo (paradosso di Tocqueville). Parola di Pietro "Fornekyll" Forno, davvero "uno dei nostri".
Dopo aver salutato il Forno "archiviatore", salutiamo oggi finalmente anche un Forno moderatamente "riduzionista": una prova di ragionevolezza di quella parte di Dr. Fornekyll che ancora vive dentro il procuratore del pool.

Alla faccia dei proclami sulla "epidemia del III millennio", con cui ad esempio l'associazione IAD Bambini Ancora lanciò la fanfara del convegno sulla pedofilia allo IULM nel giugno 2007.
I coniugi Bruni invitarono anche l'amico Pietro Forno tra i relatori del proprio convegno, ma non sappiamo se egli in quell'occasione si presentò in veste di Dr. Fornekyll: in tal caso avrebbe potuto ripetere il paradosso di Tocqueville ai convenuti, pregando magari gli abusologi milanesi di evitare di alimentare eccessivo allarmismo infondato.

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Riassumendo, ci sembra possibile identificare tre forme di cultura tendente alla negazione:
  • Il negazionismo vero e proprio della pedofilia. Siamo certi che il nostro blog non sia mai scivolato lungo quella china: laddove Forno contesta chi vuole dare ad intendere che essa non esista o abbia proporzioni irrilevanti, di certo non sta parlando di noi, e crediamo neppure degli altri impegnati nella denuncia del problema dei "falsi abusi" (che resta logicamente ben distinto dalla questione dell'abuso sommerso e del negazionismo). Forno infatti non parla mai di "falsi abusi" nella sua intervista. Peccato solo che Pinotti non comprenda questa distinzione e, in alcune delle successive interviste riportate nel libro, associerà poi del tutto arbitrariamente le parole di Forno contro il negazionismo ai "siti web che denunciano i casi di falso abuso". Incomprensibile;
  • Un riduzionismo parziale e basato sull'osservazione, su dati epidemiologici validi, su analisi criminologiche o sociologiche, che invita a osservare più ottimisticamente (o almeno obiettivamente) la tendenza attuale del fenomeno ed evitare immotivati eccessi allarmistici e catastrofismi. Ci sentiamo a nostro agio in questa definizione. Anche Pietro "Fornekyll" Forno sembra adesso aderirvi, ma purtroppo arrogandosi l'esclusiva dei diritti morali in merito: egli può, invece per gli altri che ci provano scatta immediata l'insinuazione di "cultura paleominorile", "negazionismo backlash", collusione con gli interessi dei pedofili ecc. Peccato;
  • vi è infine un altra forma negazionista, a cui il giudice Forno neppure accenna e che non ha a che vedere con la pedofilia, ovvero la tendenza a negare o sminuire il fenomeno giudiziario dei falsi abusi. Un negazionismo vero e proprio, coltivato da parte di molti di quelli che sulla lotta alla pedofilia ci campano, spesso gli stessi che i falsi abusi magari li hanno visti succedere di persona in decine di occasioni, ma fanno ancora finta che non sia molto importante e che sia soprattutto una scusa inventata dalla presunta lobby pedofila. La lobby che nessuno ha mai visto, ma sul cui fantasma alcuni giudici e alcuni abusologi cercano di costruire o rilanciare le proprie carriere.
Ugo

mercoledì 11 giugno 2008

Colpo di frusta per Pietro Forno


Nei precedenti articoli (a cominciare da "The Return of the King"), abbiamo commentato una interessante intervista al procuratore Pietro Forno, raccolta da Ferruccio Pinotti per il volume d'inchiesta sulla pedofilia "Olocausto bianco", recentemente edito da BUR.
Dopo aver parlato degli aspetti giuridici e metodologici della proposta di Forno per le indagini sull'abuso presunto, proseguiamo oggi la nostra analisi segnalando i passaggi in cui il più famoso procuratore anti-pedofilia ci offre anche alcune sue considerazioni culturali sulla questione.
Vi scopriremo anche dei passaggi che riguardano direttamente la campagna informativa condotta dal nostro blog.

Riprendiamo dal punto in cui Forno aveva descritto il proprio metodo e la centralità che egli attribuisce all'ascolto del minore, presunta vittima di abusi.
  • PINOTTI: (pag. 296) Perchè questo metodo di grande attenzione al minore viene messo continuamente in discussione? Perchè questa corrente di pensiero che tende a svalutare ciò che dice la vittima, a sottovalutarlo, a mettere metodologicamente in dubbio ogni rivelazione del minore? C'è un ritorno indietro, alla situazione degli anni Ottanta? Il magistrato si sforza di mantenere un approccio positivo.
  • FORNO: «Io non mi sento di dire che stiamo attraversando un periodo così buio. E credo che in questa materia si siano fatti molti passi in avanti. Ci sono stati molti arresti, procesi importanti. D'altronde, la cultura americana su questo tema parla di un fenomeno psicologico, ma anche sociale, che va sotto il nome di backlash, che letteralmente significa "colpo di frusta". Significa che, nella scoperta di un fenomeno, dopo un'impennata, automaticamente si creano nel tessuto sociale e nella cultura dominante forze contrarie, che in qualche modo cercano di tornare indietro rispetto alle conquiste effettuate. E' un fenomeno che va interpretato non come una catastrofe, ma come un fatto fisiologico. Ognuno di noi fa parte del progresso, ma ha anche paura del progresso: sono due anime che possono coesistere nella stessa persona.»
Citando l'approccio "backlash" alla questione delle procedure giudiziarie per l'abuso presunto, Pietro Forno sta parlando proprio di quel movimento culturale e giudiziario nella cui tradizione intende ragionare anche il nostro blog (basta leggerne il sottotitolo per osservare che il nostro riferimento al cosiddetto backlash è da sempre esplicito).
Il giudice Forno dimostra dunque di conoscere il concetto di backlash (termine la cui traduzione letterale è "contraccolpo"), ma ai lettori di Pinotti esso viene da lui presentato in forma a dir poco svilente, come se fosse solo un problema o un "fenomeno psicologico", di cui sarebbero vittime alcuni reazionari che per sbaglio, per paura o per malizia assumono posizioni pro-pedofilia (fortuna che ci ha risparmiato la definizione di catastrofe, troppa bontà).

Il backlash è in realtà un movimento d'opinione nel campo giudiziario della vittimizzazione sessuale infantile, il quale nasce dalla reazione di professionisti, accademici e giuristi scandalizzati e preoccupati dagli eccessi della caccia al pedofilo, qualora essa rischia di produrre la rovina di troppe persone innocenti.
Dice bene Forno, laddove indica che si tratta di un fenomeno che negli USA è cresciuto prima che in Italia, noi aggiungiamo che ciò è dovuto al fatto che nel nostro paese l'esplosione del fenomeno dei casi di falso abuso si è verificata una dozzina d'anni più tardi che oltreoceano:
  • nel campo dei falsi abusi collettivi nei day center (ad es. i satanic ritual abuse), gli americani hanno avuto il caso McMartin già nel 1983, mentre il primo caso probabile di cui abbiamo notizia in Italia ci risulta essere quello del quartiere Ballarò (1996), seguito nel 1997 dal caso del Rione dei Poverelli (Torre Annunziata) e dalla mega-bufala del satanismo pedofilo nella bassa modenese (a proposito, ricordiamo che i coniugi Covezzi ancora aspettano la restituzione dei figli);
  • anche nel campo dei falsi abusi utilizzati strumentalmente contro l'ex coniuge in corso di separazione conflittuale, gli americani vissero il fenomeno già negli anni Ottanta, basti pensare che Richard Gardner formulò già nel 1985 il concetto di PAS ("sindrome da alienazione parentale", una di quelle che Forno ritiene inutili per le indagini). Invece nel nostro paese il fenomeno raggiunse proporzioni epidemiche solo negli anni Novanta (il pool milanese di Forno e gli amici del CISMAI ne sanno qualcosa), portando alla formulazione dell'anticorpo "Carta di Noto" nel 1996 (dello stesso anno è anche il discorso di Francesco Montecchi a Montecitorio, che puntava chiaramente il dito anche contro i falsi abusi e gli errori di chi contribuisce a produrli).

Dove sbaglia il gudice Forno? Egli appare convinto che il cosiddetto backlash sia una reazione "fisiologica" agli straordinari esiti giudiziari della propria azione giudiziaria e alle innovazioni metodologiche di cui si sente portatore, mistificando completamente il fatto che in questo ambito il "backlash" è invece una reazione diretta e congruente al problema dei troppi falsi abusi.
Forno non sembra comprendere che non sono stati affatto i suoi "successi" a spaventare molte persone, magari fosse stato così. Sui propri errori egli invece sorvola sistematicamente, pare essere l'unico spazio che non viene mai frugato dal suo instancabile "grande occhio".

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Per una immagine più obiettiva e completa del fenomeno, possiamo allora rivolgerci davvero oltreoceano, segnalando innanzitutto che il movimento "backlash" non è una setta segreta o un venticello come potrebbe far intendere la vaghezza anonima del discorso di Forno, ma è stato rappresentato negli USA anche e soprattutto attraverso illustri rappresentanti di associazioni del calibro di:
La nascita e la natura del backlash è stata ben compresa (e anche argutamente criticata) da Kenneth Lanning, l'ex supervisore del FBI che con una indagine obiettiva pose fine nel 1992 alla leggenda del satanic ritual abuse (quella che a Rignano Flaminio ancora prospera). Lanning è considerato uno dei massimi esperti del settore ed è apprezzato in modo quasi universale, proprio per l'equilibrio e l'obiettività del suo approccio.
In un suo articolo del 1996 per The APSAC Advisor (Vol. 9, N. 4) dal titolo «The "Witch Hunt", the "Backlash" , and Professionalism», Lanning identifica questa progressione nell'approccio giudiziario alla vittimizzazione sessuale dei bambini:
  • atteggiamento "witch hunt" (caccia alle streghe): «The witch hunt is characterized by the tendency to exaggerate child sexual abuse, to emphasize believing the children, and to criticize the criminal justice system only for the lack of investigation or for acquittals. When child sexual abuse is alleged, they assume it has happened and try to prove it»;
  • atteggiamento "backlash" (contraccolpo, o colpo di frusta): «The backlash is characterized by the tendency to minimize child sexual abuse, to emphasize false allegations, and to criticize the criminal justice system only for aggressive investigation or for convictions. When child sexual abuse is alleged, they assume it has not happened and try to disprove it»;
  • atteggiamento "professionale", che emerge da una sintesi obiettiva del meglio dei due approcci precedenti e dalla rinuncia ai loro eccessi ed errori logici (che Lanning dimostra essere specularmente gli stessi).
Alla luce di questo schema, fa sorridere il tentativo di Forno di gettare discredito selettivamente solo sull'approccio backlash, e intanto nascondere del tutto gli errori dello speculare approccio "witch hunt" (caccia alla strega), un movimento culturale e giudiziario anti-pedofilia ancora dominante, che in Italia ha fatto simbolo e perno proprio sul pool che Pietro Forno guidava negli anni Novanta alla Procura di Milano e sull'azione coordinata degli amici del CISMAI.
E' inaudito e pregiudiziale allora che Forno cerchi di presentare il movimento backlash solo come un "tornare indietro rispetto alle conquiste effettuate", per "paura del progresso". Il procuratore capo continua a far finta qui che il suo "sistema" ed il suo "progresso" fosse privo di difetti: il backlash nasce invece proprio come primo tentativo (ancora imperfetto) di riequilibrare la furia cieca delle precedenti campagne antipedofilo.

Può darsi che il giudice Forno consideri il proprio atteggiamento già come una sintesi obiettiva e professionale nelle indagini sull'abuso, ci auguriamo che le cose stiano così nel nuovo pool che egli ha insediato alla procura di Torino, rispetto ai disequilibri degli anni Novanta.
Tuttavia, i proclami a senso unico della presidente del CISMAI nel 2007, la catastrofe di Rignano Flaminio, le recenti immotivate condanne comminate ad esempio dalla corte d'appello del Tribunale di Torino e, non ultimo, il fatto che Forno riproponga immodificato nel 2008 il proprio metodo di indagine verificazionista, basato sull'assoluta centralità dell'ascolto del bambino, non ci fanno ben sperare che essi abbiano superato davvero la fase del "witch hunt".

Aspetteremo dunque ancora un po' prima di abbandonare la via del contrappeso backlash (pur consapevoli dei suoi limiti e timorosi dei suoi rischi culturali), nella speranza che i nostri interlocutori vogliano fare prima o poi uno sforzo maggiore per cercare di comprenderne le ragioni, senza intanto arroccarsi nei soliti eccessi o reagire paranoicamente alle critiche; e soprattutto senza continuare ad agitare lo spettro della pedofilia contro ogni contestatore.
Rispondiamo a Forno facendo nostre le parole che nel 1996 scriveva Ken Lanning, eroe di un film americano ormai vecchio, che una dozzina di anni dopo viene riproposto ancora uguale sui nostri schermi:
  • «The "backlash" has had both a positive and negative impact on the investigation and prosecution of child sexual abuse cases. In a positive way, it has reminded criminal justice interveners of the need to do their jobs in a more professional, objective, and fact-finding manner. In a negative way, it has cast a shadow over the validity and reality of child sexual abuse and has influenced some to avoid properly pursuing cases. Much of the damage caused by the backlash is actually self-inflicted by the witch hunt and by some well-intentioned child advocates. The mistakes of some overzealous interveners and the insistence by a few of the literal accuracy of unfounded bizarre allegations of "satanic ritual abuse" make up the primary fuel that currently runs the backlash and enables it to influence public opinion. On the other hand, the debate over the validity of such grotesque allegations has obscured the well-documented fact that children can be reliable witnesses and that there are child sex rings, bizarre paraphilias, and cruel sexual sadists. Even if only a portion of what these victims allege is factual, it may still constitute significant criminal activity. Professionals dealing with child sexual abuse must address the legitimate issues raised by the backlash and not just personally "attack the messengers".»
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Abbiamo lasciato da parte l'intervista sdraiata di Pinotti al procuratore Forno, che prosegue sullo stesso tema.
  • PINOTTI: Viene da pensare che l'attacco a cui è stata sottoposta la magistratura, e l'idea stessa della giustizia, negli ultimi quindici anni, possa aver creato qualche pesante colpo di frusta.
  • FORNO: «Il backlash c'è stato, più che nella mia materia, in quella dei reati contro la pubblica amministrazione. Quello che è successo dopo Mani pulite - con il ritorno in politica di molti vecchi imputati - mi sembra un fenomeno di backlash di enormi dimensioni. Con l'inversione dei ruoli, con l'imputato che diventa accusatore, si entra in una logica perversa. (...)»
Un scelta davvero infelice questo paragone proposto da Forno, che odora di calunnia. Attraverso il paragone con i vecchi imputati del processo a Mani pulite, si rischia di dare ad intendere che i rappresentanti dell'attuale movimento culturale backlash nell'ambito dell'abuso non siano in realtà altro che pregiudicati e avanzi di galera. Forno parla di tutti come se fossero imputati, prima che cittadini.
Si tratta invece soprattutto di accademici, esperti di salute mentale, cultori della materia, criminologi, giudici ed avvocati, persone spesso stimabili tanto quanto il giudice Forno, che come lui si interessano professionalmente della questione; egli questo lo sa benissimo, ma non ne cita nessuno e non personalizza il discorso, lasciando così filtrare tra le righe il solito pregiudizio che i suoi contestatori siano solo pedofili, amici di pedofili, o probabili pedofili che la giustizia non è riuscita a condannare.
La mistificazione dell'avversario agli occhi del pubblico è un brutto vizio, ci auguriamo che in altre occasioni il procuratore Forno voglia descrivere con un po' più di obiettività anche l'identità di coloro dei quali, lecitamente, egli non condivide le idee. Egli ne conosce e incontra parecchi personalmente, perchè allora non ne cita lealmente i nomi, come è uso nel dibattito scientifico e culturale, prima di contestarne le idee?

  • FORNO: (pag. 297) «Che cosa hanno in comune Mani pulite e la pedofilia? Che si rivolgono a persone che non fanno parte di ambienti criminali ordinari, nei quali c'è una chiara divaricazione tra il mondo degli accusatori e il mondo degli accusati. Entrambi i fenomeni coinvolgono persone per lo più incensurate, che vengono toccate nella loro dignità; perchè l'accusa di ruberie pubbliche, così come quella di abusare dei bambini, è infamante. La caratteristica di queste imputazioni è che l'accusatore può risultare a sua volta infamato, se l'accusa non è provata. Quindi la logica dell'ordalia è: o io riesco a provare che lei ha abusato di un bambino, oppure lei potrà dire che io sono responsabile di qualcosa di molto grave. Il nostro compito in questo caso come negli altri è accertare la verità, se un reato è stato commesso in danno di chi e per colpa di chi. Se non siamo in grado di affermarlo chiediamo l'assoluzione o l'archiviazione, a seconda dei casi; senza voler attribuire a chicchessia né medaglie né macchie ingiustificate e infamanti».
Belle parole, ma purtroppo si trascura che tante persone innocenti sottoposte a sospetti di pedofilia, anche quando erano immotivati e basati su indizi fragilissimi, mentre aspettavano che la procura accertasse la verità e chiedesse per loro "l'assoluzione o l'archiviazione", si sono fatti anni di carcere, hanno perso i figli e/o la moglie ed alcuni si sono anche suicidati.
Solo collateral damage?
Il giudice Forno ci sembra qui non aver ancora inteso che la critica backlash non contesta mica la possibilità "fisiologica" che qualche doloroso errore giudiziario capiti, bensì la durezza delle azioni giudiziarie anche in assenza di prove, l'infierire sul presunto criminale, l'uso strumentale della carcerazione preventiva e dell'allontanamento dei figli in comunità colluse con la procura, la manipolazione dei periti ecc.

Per citare un esempio di queste ultime settimane, nel processo per presunta pedofilia che è in corso contro un famoso critico d'arte milanese (basato su prove tutt'altro che certe e confermate), sembra che a dibattimento ancora in corso gli assistenti sociali avrebbero già intimato alla moglie dell'uomo di chiedere la separazione coniugale, minacciando in caso contrario di considerarla collusa col pedofilo e agire sul Tribunale dei minorenni per far perdere anche a lei la patria potestà.
Impossibile non riconoscere una assonanza con tante orrende vicende giudiziarie di cui fu protagonista la procura di Milano, come quella che riguardò l'innocente tassista Marino Viola, non solo ingiustamente incarcerato ma anche separato dalla moglie, a quanto pare su intimazione di una assistente sociale del CbM (si disse che fosse stata Fanny Marchese, oggi consigliere del CISMAI, la quale avrebbe in seguito negato). Leggiamo cosa ne disse nel 2000 il giudice Tiziana Siciliano nella requisitoria che chiuse il caso Viola e sostanzialmente pose fine al primo pool antipedofilia di Forno:
  • "Ora, io ho una difficoltà come Pubblico Ministero abituato a fare le indagini in un certo modo, proprio una difficoltà umana a trangugiare l’incontro fra la signora C e la signora Marchese. Forse dottoressa. Signora, comunque signora va bene per tutte le stagioni. E la signora Marchese prima la fa parlare, non le dice esattamente che qualifica ha. Poi la signora dice: ‘Ma io voglio una psicologa’. E questa sostanzialmente dice: ‘Ma vado bene io lo stesso’. La induce a parlare, la rassicura, le fa dire… la signora che cosa dice? Quello che ha riferito qua: la bambina diceva delle parolacce, io l’ho interrogata e la bambina mi ha detto: ‘Il papà mi tocca con il pisello’. I fatti sono gravi – la signora – sono gravi, i fatti sono gravi certamente, certo. E comincia a darle delle precise indicazioni comportamentali. ‘Adesso lei va a casa, tace, non dice una parola, non faccia cenno di questo incontro, non dica niente a suo marito, come se niente fosse, stia all’occhio’. Salvo poi ricontattare la signora in un successivo contatto e farle presente che a questo punto, al di là di ogni minima — minima — verifica, non soltanto sulla portata delle dichiarazioni della bambina ma nemmeno dell’esistenza delle dichiarazioni della bambina, la mette di fronte a quello che è un vero e proprio out out. ‘O denunci tu o denunciamo noi e ti portiamo via la bambina’. Io lo potrei dire alla fine, ma lo dico adesso, io chiederò la trasmissione degli atti al mio Ufficio. Senza indicazione precisa perché questa sedicente signora Marchese in verità non è mai stata identificata da nessuno, quindi che sia un nome di fantasia o un nome d’arte non lo sappiamo, probabilmente c’è. Perché vorrei con maggior calma e maggior consapevolezza che l’Ufficio della Procura della Repubblica valutasse attentamente se nei comportamenti posti in essere dalla signora Marchese o da altri soggetti da lei indirizzati o a cui lei poteva fare riferimento da parte del CBM non vi siano, o per la qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, episodi di abuso in atti d’ufficio, o addirittura, se questa qualifica non c’è, non vi siano episodi di violenza privata".
Tornando ai giorni odierni, se la notizia dell'intimidazione contro la moglie del critico fosse confermata, non vi sarebbero parole per esprimere il nostro disgusto verso il ripetersi inarrestabile di questa "tutela minorile" infame e pregiudiziale, che ha tanta fretta di godere della propria vittoria sugli orchi da dimenticare subito le cautele e gli sbagli del passato.
Per riuscire a lavarsene le mani, dopo certi errori, bisogna essere più aridi di un Ponzio Pilato.

"Ecce Homo"
Antonio Ciseri (1821-91)
Galleria d'Arte Moderna, Firenze

Il paragone proposto da Forno non regge su nessun fronte: la catastrofe a livello personale per gli imputati vi fu certamente anche per Mani pulite, ma in un numero molto minore di casi (i suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini ne sono rimasti unici emblemi) e solitamente in forme più moderate. E comunque furono pochi i personaggi coinvolti (anche tra quelli poi prescritti o assolti) che potevano dirsi davvero del tutto estranei alla corruzione del sistema; tanto è vero che Tangentopoli è una pagina che è stata chiusa anche e soprattutto su base politica, in quanto raccontava di un sistema tanto estesamente corrotto, da assolvere un po' tutti.
Che cosa ha a che vedere tutto ciò con gli errori puramente giudiziari che sono avvenuti in vicende di falso abuso? In queste, sono state trascinate nella disgrazia un gran numero di persone perfettamente innocenti, che non si erano mai sognate di vittimizzare un figlio o un bambino, che con la pedofilia non avevano nulla a che fare e che sono state vittime al 100% di errori di giudizio da parte di magistrati e periti.

Il "sistema", nel caso del presunto abuso sessuale su minori, è solo quello che esiste tra gli abusologi e le procure. La "epidemia del terzo millennio" (pedofilia) e la "società pedofila" sono pure costruzioni fittizie dei moderni cacciatori di streghe, che ancora cercano di diffondere l'idea di una dimensione "sistemica" del fenomeno che invece, pur nella sua diffusione preoccupante, di certo non è in alcun modo assimilabile al pervasivo intreccio politico-imprenditoriale che Tangentopoli svelò.
Per fortuna nessuno ha ancora avuto l'ardire di proporre una "Pedofilopoli".

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Nell'intervista di Forno, si chiude questo argomento con un passaggio che non richiede commento, perchè esplicita un verità dell'umano imperfetto sistema della giustizia (non ne siamo certi, ma ci appare che Forno forse si stia riferendo alla stessa requisitoria del PM Tiziana Siciliano, che nel 2000 pose fine all'epopea del suo primo pool antipedofilia alla Procura di Milano):
  • «In un atto giudiziario di Milano, proprio un passaggio che mi riguardava personalmente enunciava questo concetto: ovvero che chi muove un'accusa nei confronti di una persona, accusa che è di per se stessa infamante, si assume una responsabilità e in qualche modo - se questa accusa non è fondata - diventa un boomerang. Il termine boomerang non era contenuto in quell'atto giudiziario, ma il concetto era chiarissimo. Ecco, in materie di un certo tipo è difficile mantenere un atteggiamento laico.»

Ugo

mercoledì 4 giugno 2008

"Metodo Forno" for dummies

Nel precedente articolo "The Return of The King", abbiamo raccontato dell'intervista che il procuratore capo aggiunto di Torino, giudice Pietro Forno, ha rilasciato a Ferruccio Pinotti per il suo nuovo libro di indagine sulla pedofilia, "Olocausto bianco".

Nell'intervista, si racconta della ricostituzione di un "pool anti-pedofilia" guidato da Pietro Forno presso la Procura di Torino ("Sezione fasce deboli") e soprattutto il procuratore descrive il proprio metodo per le indagini su casi di presunto abuso sessuale su minori.
Abbiamo già citato e commentato con soddisfazione i principi di giusto processo che egli sembra mettere alla base del proprio metodo:
  • (pag. 293) «Credo di aver lanciato una sfida, attuale ancora oggi, che può essere enunciata così: la decisione sull'attendibilità di qualunque testimone, ivi compreso il minore che è parte lesa, è un compito esclusivo del giudice, che non può delegarlo a nessuno. Tanto meno agli psicologi, che hanno una funzione completamente diversa. Dico questo perchè mi sono trovato ad affrontare - anche qui a Torino - una cultura di segno diametralmente opposto, secondo cui era opportuno affidare a consulenze esterne effettuate da psicologi il compito di stabilire l'idoneità a testimoniare del minore. (...) In realtà, si scrive "idoneità a testimoniare" ma si legge "attendibilità", che sono per noi giuristi cose completamente diverse. Perchè "idoneità a testimoniare" significa avere l'idoneità psicofisica per rendere una testimonianza, mentre l'attendibilità non è proporzionale alla presenza di questi requisiti; anzi la massima idoneità a testimoniare può accompagnarsi con la massima capacità di mentire. Il bambino di tre anni non ha la capacità di costruire un racconto falso, mentre il ragazzino di di quindici, sedici anni sì. Si può anche dire che il ragazzino ha un'eccellente idoneità a testimoniare, però non è attendibile; mentre il bimbo di tre anni può avere una limitata capacità a testimoniare, ma essere attendibilissimo. Ecco: questo pregiudizio e questa confusione, ancora oggi radicato in tanti uffici giudiziari, io l'ho combattuto non tanto a livello ideologico, ma a livello pratico. Bisogna, cioè, non aver paura di ascoltare i minori. (...) Ciò non significa che quello che il minore ha da dire sia la Bibbia - siamo tutti figli di Voltaire e non ci fermiamo alle apparenze o alle etichette - per cui la vittima dev'essere a tutti i costi creduta. Per carità! Andiamo cercare prove e riscontri. Lo dico ai minori, quando sono in grado di capire: "Scusami se ti dico queste cose, ma devo andare a cercare tutti i riscontri del tuo racconto, è un mio dovere preciso". Questo è sostanzialmente il mio "metodo", che mette al centro dell'indagine l'ascolto del minore, con un taglio giudiziario e non psicologico. Perchè se si guarda come gli psicologi ascoltano i minori, ci si rende conto che è tutto un altro mestiere.»
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Torniamo oggi sulla sua intervista, che contiene ancora un gran numero di indicazioni tecniche e procedurali sul cosiddetto "metodo Forno". Nel passaggio successivo, egli specifica meglio e propone anche un esempio illuminante (in violetto):
  • (pag. 295) «Certo, perchè lo psicologo non sa fare le indagini giudiziarie; allo stesso modo chi sa fare le indagini non sa fare lo psicologo. Succede che quando lo psicologo ascolta il bambino non si preoccupa di sapere cosa, dove e com'è successo, quante volte, con che modalità. Non chiede: tu dov'eri, quello chi era, da dove veniva, come era vestito, era mattina, pomeriggio o sera; tutta una serie di circostanze che invece noi andiamo a verificare in concreto. Oltre che essere allievi di Voltaire, siamo allievi di Popper, e quindi siamo anche falsificazionisti. (***) Se il minore mi dice che il papà gli ha fatto vedere una cassetta pornografica che si trova nascosta nell'armadio della biancheria sporca, primo cassetto di destra, io mi precipito a fare la perquisizione. E, se trovo la cassetta, magari mi faccio dire cosa ha visto: è possibile che in quella cassetta ci siano dei particolari che può riferire solo chi l'ha vista. Questo vuol dire che non vado a cercare l'attendibilità del minore nelle scuole di pensiero, che dicono che i minori sono credibili o che c'è la sindrome dei falsi ricordi o quella dell'alienazione parentale. Vado a vedere se il minore concretamente, sui particolari che mi ha riferito, ha detto o non ha detto la verità. Se trovo il film e il contenuto del film è quello che il minore mi ha descritto, può avere tutte le sindromi di questo mondo, ma è credibile.»
  • [PINOTTI:] E' fondamentale, quindi, effettuare un grande lavoro di ascolto del minore e poi uno di riscontro.
  • «Serve un grande lavoro di Polizia. Il nostro compito - difficile, faticoso e talora ingrato - è quello di cercare tutti i possibili riscontri.»
Ci sembra che Forno abbia ancora ragione, nel suggerire che l'attendibilità di una specifica testimonianza minorile non sia da ricercarsi dentro una scuola di pensiero o dentro una sindrome. Il valore superiore che egli attribuisce al riscontro oggettivo rispetto alla teoria, è lo stesso che invochiamo dalle nostre pagine.

C'è però anche qualcosa che non torna.


Povero Popper

Nell'ultimo passaggio riportato, si compie un clamoroso sbaglio epistemologico, laddove si cita erroneamente il falsificazionismo di Popper, cercando di interpretarlo attraverso l'esempio della ricerca della videocassetta nell'armadio, proposto da Forno come modello di "experimentum crucis" delle indagini:
  • "Vado a vedere se il minore concretamente, sui particolari che mi ha riferito, ha detto o non ha detto la verità".
Tale prassi empirica, è in realtà prototipo del verificazionismo neopositivista, basato su logica induttiva, ovvero l'opposto del falsificazionismo popperiano. L'esperimento proposto da Forno è doverosamente scettico verso il testimone, ma mira alla conferma accusatoria (la videocassetta attesa) e non soddisfa intanto il principio di falsificabilità, che presuppone l'obbligo di formulare le asserzioni in modo tale che esse siano confutabili: infatti, se anche i poliziotti del pool non trovassero quella videocassetta nell'armadio, ciò non aiuterebbe affatto a dimostrare la falsità dell'abuso, in quanto la teoria originaria può essere facilmente salvata con ipotesi ad hoc (ad es. "il pedofilo ha nascosto la videocassetta altrove, o l'ha distrutta").
Guarda caso, fu proprio Popper ad evidenziare i rischi insiti nel procedere secondo un approccio empirista come quello esemplificato da Forno; nel tentativo di accrescere il senso e la verosimiglianza di una affermazione testimoniale attraverso l'enumerazione di conferme, la ricerca induttiva può innescare un circuito vizioso infinito, dal quale un indagato potrebbe anche non riuscire mai a liberarsi: vi potranno sempre essere nuovi interrogatori, nuove ipotesi accusatorie ad hoc, bisogno di nuovi riscontri... può talvolta sfociare in quel meccanismo perverso in cui sguazzano certe associazioni antipedofilia e che il prof. Fortunato ha ben riassunto nella metafora del "malleus maleficarum".

La proposta metodologica di Forno è viziata da questa pregiudiziale accusatoria:
  • l'ipotesi dell'abuso è confermabile sulla presenza "in positivo" di riscontri fattuali (es: la videocassetta pornografica nell'armadio contiene proprio i dettagli che il bambino aveva ricordato);
  • l'ipotesi del falso abuso sarebbe invece confermabile anche semplicemente "in negativo", per mancanza degli stessi elementi previsti dalla versione accusatoria raccontata (in quest'ottica non serve produrre anche specifiche "ipotesi assolutorie" e cercare i loro riscontri).
Si tratta di un approccio empirista classico (o "naif") alle indagini, "scettico" invece che "falsificazionista", che di certo non è invenzione di Pietro Forno. Fa sorridere che venga presentata come una modernità, in realtà una simile logica investigativa non solo è anteriore a Popper ed alla Vienna del primo Novecento, ma in criminologia era già stata superata alla fine dell'Ottocento nei romanzi di Sir Arthur Conan Doyle, il quale col personaggio di Sherlock Holmes otteneva il successo del giallo deduttivo:
  • "È infatti con Holmes che le tecniche di abduzione, sempre chiamate nel Canone tecniche di deduzione, assurgono al livello di scienza".
Nella sua antica semplicità, il metodo scettico proposto da Forno ha certo una dignità e può portare spesso alla verità; tuttavia esso è limitante per l'investigatore, introduce uno sbilanciamento tra le parti (fu proprio Popper a spiegare l'asimmetria logica tra verificazione e falsificazione) e soprattutto non sembra soddisfare il codice di procedura penale, che chiede alla pubblica accusa anche un minimo sindacale di indagini difensive (termine che non andrebbe confuso con "prendere nota degli episodi di mancato riscontro di una circostanza accusatoria").
Della conduzione di vere indagini difensive, guarda caso, le autorità giudiziarie spesso si disinteressano completamente, quando in ballo c'è la speranza di inchiodare un altro orco pedofilo. Si tratta del peccato originale che imputiamo ad alcune procure, che dimenticano di fare il proprio mestiere a 360° e trascinano alcuni casi di falso abuso oltre ogni ragionevolezza.

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Torniamo a Karl Popper, che non ha mai suggerito che la confutazione di una teoria calasse prima o poi dal cielo, mentre il ricercatore è strenuamente impegnato a trovargli conferme.
L'epistemologia falsificazionista di Popper è caratterizzata da una opzione logica "forte", che ribalta di 180° il classico procedere per verifiche e scetticismo: se esistesse un investigatore davvero "popperiano", questi non spenderebbe nemmeno un minuto a cercare riscontri alle accuse e si dedicherebbe invece esclusivamente a produrre congetture difensive e controllarne le conseguenze; il rinvio a giudizio non arriverebbe mai, in quanto il ricercatore popperiano al massimo può ritenere verosimile una teoria, mai vera e provabile.

Il falsificazionismo di Popper comunque non è altro che un criterio di filosofia della scienza (fu proposto solo per la definizione di ciò che è "scientifico", mentre esso non definisce direttamente il "vero") e risulta in ogni caso poco pertinente citarlo a proposito del ragionamento probatorio giudiziario, se non forse per riflettere sui rischi metodologici delle procedure empiriste.
Per Popper, le certezze accusatorie derivate dai riscontri investigativi del metodo di Forno sarebbero comunque "metafisica".
E, se il procuratore Pietro Forno incontrasse nelle aule di giustizia un ricercatore davvero popperiano, probabilmente lo accuserebbe di essere un "negazionista" e forse anche di essere asservito agli interessi della "lobby dei pedofili". Altro che esserne allievo: l'ideologia praticata da Forno è nemica di Popper e vede con sospetto chi ricerca confutazioni del teorema.

Dispiace dunque che in questa intervista sia stato così drammaticamente mistificato il pensiero di Popper, nel tentativo di dare più spessore e modernità ad un metodo di indagine puramente verificazionista.
Occasionale svista terminologica, o profondo errore sistematico?

Temiamo che possa trattarsi della seconda ipotesi. L'imbroglio epistemologico contenuto nel discorso di Forno, evidenzia in modo lampante la fragilità metodologica ed il vizio pregiudiziale di unilateralità, di cui il giudice Forno e gli amici del CISMAI nel 2008 sembrano ancora inconsapevoli nel loro procedere, nonostante la propria vicenda e le infinite contestazioni già ricevute. Un esempio fra tanti, da un vecchio articolo di Francesco Esposito:
  • "(...) metodo di accertamento della verità dell’equipe Forno, attraverso ripetuti interrogatori dei minori (anche piccolissimi, di 3/4 anni) affidati esclusivamente ad agenti di Polizia giudiziaria (che ben conoscono i contenuti specifici delle denunce, meno i meccanismi psicologici del bambino) e prolungate sedute psicodiagnostiche e terapeutiche di “esperti dell’abuso” - sempre gli stessi e scelti dal pm - che raccolgono le parole delle piccole vittime con la presunzione aprioristica della completa affidabilità delle loro testimonianze (laddove la letteratura internazionale indica un 33% di false accuse) e secondo un approccio improntato al più assoluto verificazionismo (...)"
Ciononostante, Pietro Forno ritiene ancora adesso che il proprio metodo sia addirittura "falsificazionista":
  • invece, proprio il suo pool antipedofilia fu spesso criticato per il fatto di non ascoltare l'accusato, di non andare a riscontrare la sua versione dei fatti altrettanto celermente quanto quella pronunciata dal bambino e inoltre di osteggiare la partecipazione dei consulenti della difesa ad atti come l'audizione del minore. Non pensavamo che la "centralità dell'ascolto del minore" fosse teorizzabile con tanta convinzione da svilire l'ascolto di tutto il resto;
  • viene postulata la "centralità dell'ascolto del minore", ma molti sospettano che alla Procura di Milano ciò venisse rispettato preferenzialmente quando il minore raccontava abusi. Nel caso di falso abuso in cui era accusato Salvatore Lucanto, la difesa scoprì alla dott.ssa Malacrea, psicoterapeuta di fiducia del pool, un bigliettino con scritto: "Con Forno rimango poi d'accordo che farò bastare gli elementi che ho…informo Forno che se non riuscirò a produrre un minimo di alleanza (con la teste, ndr) non mi pare utile farle un esame psicologico, sarebbe…(non si capisce la parola) oltre che controproducente";
  • inoltre, il procuratore Forno a Milano si è sempre circondato, nel pool e nelle comunità minorili ad esso collegate, di molti esperti di traumatologia infantile da abuso, mentre non ci risulta che essi si siano mai avvalsi anche di specialisti nel campo della simulazione, dei disturbi fittizi, delle fallacie cognitive, delle psicosi indotte, della PAS ecc. Talvolta, gli esperti che se ne occupano sono stati attaccati personalmente da Forno o da altri abusologi CISMAI in quanto "negazionisti" o addirittura sospettando pelosi interessi pro-pedofilia;
  • infine, non sono state risparmiate a Forno personali critiche per l'impronta di crociata moralizzatrice che ad alcuni egli sembra voler imprimere alle proprie battaglie giudiziarie, soprattutto quelle rivolte contro crimini e peccati sessuali (un "santo ardore inquisitorio", la cui traduzione da parte di Forno in termini di metodo di indagine potrebbe essere letta attraverso un'ulteriore finestra epistemologica di matrice empirista, ovvero il pragmatismo).
Come li mettiamo col razionalismo critico di Popper questi atteggiamenti a senso unico, infusi di logica induttiva e indubbiamente verificazionisti, positivisti e pre-popperiani?
Se davvero Pietro Forno e i collaboratori del pool si ritengono allievi dell'epistemologo viennese, non dimostrano di avere compreso nulla del senso della sua lezione.

Volendo ispirarsi al falsificazionismo popperiano (almeno in forma "debole"), l'investigatore anti-abuso dovrebbe tenere presente che il "grande lavoro di Polizia" non è sufficiente farlo partire solo dalle dichiarazioni del minore, bensì bisogna saper autonomamente produrre a priori congetture originali, anche alternative all'abuso, di cui poi attivamente cercare riscontri inequivocabili in entrambe le direzioni.
Proprio come l'attendibilità, anche l'inattendibilità del bambino merita uno sforzo di ricerca in positivo: e Sherlock Holmes non sarebbe così ingenuo da vincolare anch'essa alle stesse dichiarazioni del testimone... "elementary, my dear Watson!"



Povere "sindromi"

Ci lascia perplessi anche la fretta con cui il giudice Forno nella sua intervista ha liquidato l'impiego di alcune "sindromi" e "scuole di pensiero" come se fossero solo orpelli clinici e criminologici, sostanzialmente inutili nel metodo di indagine da lui proposto alle autorità giudiziarie. Una scelta netta, in cui si ripropone l'antico mito dell'inutilità della teoria nella prassi.

Eppure qualcosa non torna, se lo confrontiamo un altro brano di Pietro Forno, contenuto nello stesso libro di Pinotti, ma nell'appendice "Tecniche di indagine e problematiche processuali":
  • (pag. 447) "Gli aspetti cognitivi e mnestici del racconto di abuso sono stati approfonditi da numerose ricerche, prevalentemente condotte in ambiente anglosassone, con particolare riferimento alla presenza in molte vittime della Sindrome post-traumatica da stress (...). Le considerazioni che precedono intendono solo suggerire la massima comprensione nell'affrontare le incompletezze e le contraddizioni dei racconti, salvo sottoporli a tutti i vagli e gli approfondimenti necessari, come si avrà occasione di ribadire, sia attraverso il confronto fra le elaborazioni successive dello stesso racconto, sia attraverso le indagini specialistiche finalizzate ad una diagnosi differenziale, con tutte le conseguenze che ne derivano in tema di attendibilità, fra sindrome post-traumatica ed altri disturbi psichiatrici (in particolare quelli psicotici ed il disturbo borderline di personalità)".
In questo passaggio, Forno mette bene in evidenza la sindrome post-traumatica tipica dell'abuso vero (PTSD); inoltre stavolta egli si dimostra ben consapevole anche del problema essenziale della diagnosi differenziale e del rischio di pretestazione, ovvero di attribuire il sintomo ad una causa diversa da quella vera. Eccellente il chiaro riferimento alle "conseguenze che ne derivano in tema di attendibilità".
E' quindi lo stesso Pietro Forno a contraddire altrove il senso di quella sua frase dell'intervista a Pinotti. Perchè egli si interessa di PTSD e svilisce intanto solo altre "sindromi" come inutili per le indagini? Tanta superficialità ed incoerenza appaiono sospette, ma potrebbe anche essere che Forno semplicemente non sia mai stato informato dai suoi periti di fiducia che tali sindromi fanno parte proprio degli "altri disturbi psichiatrici", che vanno sempre presi in considerazione per la diagnosi differenziale, tanto quanto le psicosi.


Le autorità giudiziarie possono certamente fare a meno di certe teorie criminologiche nei casi di vero abuso, nei quali è pacifico che le sindromi clinico-forensi tipiche del falso abuso non dicano nulla di pertinente.
Bene, ma come la mettiamo invece nei casi di falso abuso?


La sterilità del metodo verificazionista

In realtà il proclama di Forno alla rinuncia all'apporto delle categorie ("sindromi") delle scienze forensi, è esplicitamente anti-razionalista e dunque ancora anti-popperiano: dietro di esso si cela lo stesso imbroglio epistemologico discusso nel paragrafo precedente, laddove Forno pareva convinto che per falsificare le dichiarazioni del minore, bastasse osservare l'assenza di riscontri.
La centralità delle dichiarazioni minore è infatti postulata in modo assolutistico nel metodo di indagine prescritto da Forno, che come tutti i sistemi verificazionisti produce risultati ottimali solo nei casi "standard" (il bambino parla, il riscontro si trova), ovvero quelli già previsti a priori dal metodo.
Dietro la centralità del minore, presunta fonte del vero e del falso, ci si fa perfino vanto di poter rinunciare a dotarsi di strumenti concettuali (le "sindromi"), trascurando che si tratta di congetture che potrebbero orientare i riscontri anche indipendentemente dalle parole del bambino e/o nell'eventualità che il caso sia diverso dal previsto.
Questa rinuncia iper-empirista alla teoria purtroppo è limitante e non risulta affatto innocua per l'economia complessiva del metodo di indagine di Forno. In un sistema così irrigidito e concettualmente mutilato, la centralità dell'ascolto del minore diventa una dipendenza senza alternative: senza dichiarazioni, le volanti della Polizia restano ferme in garage.
Non stupisce allora che, quando le circostanze non si presentano come previsto, una procura così impostata possa essere tentata di utilizzare perfino interventi intrusivi e abusivi, pur di alimentare e far quadrare il proprio sistema (ad es. tenere i bambini chiusi a tempo indeterminato nelle comunità protette, finchè non parlano). Nei casi "non previsti", i sistemi troppo rigidi finiscono per adattare la realtà al metodo, anziché il contrario.

Non tema il dott. Forno che vogliamo qui negare l'ascolto del minore, come egli lamenta che avvenisse prima del suo arrivo sulla scena dell'abusologia. Affatto; anche Holmes e il fido Dr. Watson darebbero ragione a Forno sull'utilità di ascoltare sempre anche il bambino, eppure essi non metterebbero al centro delle indagini solo le sue parole, tarpando così le ali al proprio intuito ed a congetture originali.
In tal senso non aiuta neppure la scelta di circoscrivere il personale del pool ai soliti noti, formati solo nei corsi e nei convegni delle solite associazioni, in quanto azzera la possibilità che filtri almeno ogni tanto una ipotesi esterna originale e dissonante, ostracizzate da Forno anche per un malcelato timore "pragmatista" verso le trame della fantomatica lobby pedofila. Ci si chiude ad alcuni contributi scientifici, solo per paura che siano strumenti infiltranti del nemico, come facevano i laboratori ed i tribunali sovietici sotto il grande terrore staliniano (un sistema paranoide dal quale alcuni abusologi hanno mutuato diversi elementi).
Non è dunque un caso se le avventure di Sherlock Holmes, personaggio aperto e genuinamente curioso, risultino più interessanti da leggere di quelle del pool antipedofilia di Forno: quest'ultime erano ripetitive, i periti sempre gli stessi e poi letta una loro perizia le avevi lette tutte, lo stesso Forno sembrava annoiarsi quando lamentò che avrebbe potuto scrivere le deposizioni "prima ancora di aver sentito l’imputato".
Insomma, un copione rigido in cui mancava sempre il colpo di scena... almeno finché gli autori del format non introdussero un personaggio nuovo ed imprevisto da Forno: il PM Tiziana Siciliano.

Popper comprese per primo che la conoscenza muove innanzitutto da un flusso continuo di congetture originali, da cui siano deducibili conseguenze falsificabili. La modernità di Popper non risiede certo nell'utilizzo del controllo empirico sulle affermazioni (criterio scettico di scientificità realista già trito da secoli), bensì nell'aver dato centralità alle ipotesi alternative, di segno opposto rispetto all'impressione: "Conjectures and Refutations", la creatività al potere.
Non per nulla, Popper aprì la strada a Kuhn e Lakatos, pensatori delle rivoluzioni o salti di paradigma (il riscontro empirico da solo dice poco, quando sono in guerra le "scuole di pensiero") e anche all'epistemologia anarchica di Feyerabend (la cui opera "Contro il metodo" pare scritta anche per Forno, laddove avverte che un qualsiasi singolo metodo scientifico prescrittivo limita l'attività dei ricercatori).

Nella scienza dell'investigazione, il disinteresse dichiarato invece da Forno per le "scuole di pensiero" (ovvero i modelli congetturali delle sindromi forensi, spesso controintuitivi e fecondi di conseguenze) a vantaggio della sola centralità delle dichiarazioni del minore, proprio alla luce di Popper dimostra di essere una grave carenza del metodo, che paralizza nel magistrato il ragionamento controfattuale (confrontare la realtà con quanto sarebbe potuto accadere "se solo...") e che può portare alla cecità monolaterale.
Paresi e cecità che possiamo definire "isteriche", in quanto auto-imposte dall'investigatore stesso su di sé, per motivi apparentemente incomprensibili: ma non serve Freud per leggere attraverso questa metafora e intuire la finalità imperdonabile di certi "sintomi" intrisi di santo ardore; basta osservare che Forno sbandiera la propria verginità teorica solo contro l'uso investigativo delle sindromi del falso abuso e non invece verso lo studio delle omologhe sindromi tipiche del bambino veramente abusato (scienza lodevole, su cui intanto gli amici del pool e del CISMAI hanno costruito, lavorando con Forno, fiumi di letteratura, casistica, "sindromi" e "scuole di pensiero").

Il "metodo Forno" mostra qui tutti i propri limiti epistemologici e scientifici.

La sua sterilità concettuale, spiega bene la difficoltà in chi vi si allinea a riconoscere i casi di falso abuso: se non pensi che cosa andare a cercare, è difficile che lo troverai anche se ci vai a sbattere contro.
E se cerchi riscontri solo a quello che dice il bambino stesso, o il suo presunto "genitore protettivo", è illusorio e improbabile che tu possa trovare prove che essi stiano raccontando il falso, come talvolta pure accade.


Ipotesi alternative all'abuso

A Sir Conan Doyle era ben chiara l'utilità della conoscenza scientifica, come motore generativo di congetture originali e di nuovi possibili indizi, da andare a cercare poi con la lente d'ingrandimento:
  • "Il detective di Baker Street (Sherlock Holmes) fu il primo (...) a rendere popolare la criminologia, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali".
Vediamo la questione in pratica: l'investigatore non così fortunato da beccare subito il riscontro probatorio giusto per inchiodare il pedofilo, dovrebbe onestamente orientarsi a condurre anche riscontri "in positivo" su ipotesi alternative all'abuso. Per le sue ricerche avrà bisogno di partire da qualche congettura autonoma (cioè indipendente dal contenuto delle audizioni, che prescinda da ciò che i testimoni d'accusa indicano):
  • [A] egli potrebbe anche solo aspettare di incocciare per caso negli eventuali indizi scagionanti, oppure potrebbe fare affidamento unicamente sul proprio intuito e buon senso, il talento dell'investigatore che potrebbe al momento giusto suggerirgli la pista difensiva da andare a riscontrare. L'investigatore che ritenga superfluo al tal fine il contributo dei modelli criminologici e delle sindromi forensi (come Forno sembra suggerire), piuttosto che a Popper e Voltaire, ci darebbe l'impressione di appoggiarsi invece alla morale settecentesca del "buon selvaggio" di Jean-Jacques Rousseau. Nel nostro secolo, sappiamo che simili pretese di autonomia teorica sono illusorie e non fanno altro che esporre maggiormente l'obiettività del soggetto all'influenza tacita delle proprie teorie pregiudiziali; si rischia di vedere solo ciò che si vuole o che già si sapeva. Un rischio concreto, dal quale un inquirente non dovrebbe mai ritenersi immune;
  • [B] per esplorare davvero anche l'altra faccia della luna, risultano invece molto preziosi certi modelli delle scienze forensi (sindrome da alienazione parentale, sindrome della falsa memoria, disturbo fittizio o Munchausen per procura, accuse a reticolo ecc). Esse non sono "scuole di pensiero", bensì griglie ipotetiche di lettura della realtà, scientificamente studiate e valide in un certo numero di situazioni. Forno ha perfettamente ragione nel sostenere che esse non servano nella fase del riscontro (corrisponde al vero che l'attendibilità non va cercata direttamente nelle sindromi), ma dimentica che esse risultano invece molto vantaggiose e feconde nella fase precedente, quella della formulazione di congetture, permettendo all'investigatore di generare con rapidità un ventaglio più ampio e raffinato di scenari indiziari, previsioni e altre linee di potenziale riscontro anche "difensivo", su circostanze a prima vista insignificanti. Kuhn direbbe che solo dopo che una "rivoluzione di paradigma" si affaccia nella mente degli investigatori e nelle loro congetture, essi possono vedere le cose che non erano in grado di vedere prima, nello schema teorico precedente.

Un esempio concreto di ciò che sosteniamo, è ravvisabile in quanto avvenne a Brescia, nel noto procedimento per l'esteso falso abuso collettivo all'asilo Sorelli. Quando finalmente alla procura fu suggerito che la sorprendente identità tra dei racconti di abuso di tanti bambini, potesse essere dovuta al fenomeno di induzione noto come "accuse a reticolo", ciò generò una nuova congettura ("i genitori forse si stanno accordando sulle versioni"), che venne poi anche riscontrata quando finalmente vennero messi sotto controllo anche i telefoni dei genitori dei bimbi (e non solo quelli degli imputati, presunti pedofili). Ne emerse inoltre che su alcuni contesti familiari particolarmente scabrosi si era fino a quel momento del tutto taciuto alla procura.
Questa contro-indagine della procura di Brescia è rimasta purtroppo un caso unico in questo ambito.

Ancora un esempio: si ricorderà il caso dei quattro fratellini di Trastevere che a gennaio misero su YouTube un video in cui accusavano la madre ed il suo nuovo convivente di essere pedofili e di averli sottoposti ad abusi e maltrattamenti. Buona parte dell'opinione pubblica reagì nell'immediato con orrore per gli abusi raccontati, chiedendo subito misure protettive dalla madre e un supplemento di indagini in quella direzione; intanto, coloro i quali erano già avvezzi ai meccanismi della "sindrome da alienazione parentale", poterono invece intuire più velocemente e più efficacemente che di fronte a certe modalità bisognava domandarsi innanzitutto "cui prodest?" e generare diverse congetture e ipotesi di riscontro anche sul possibile ruolo negativo del padre.

In definitiva, in contrasto col metodo rigidamente verificazionista proposto da Pietro Forno, stiamo evidenziando i vantaggi di un approccio che preveda anche l'esplorazione "attiva ed autonoma" di ipotesi alternative a quella dell'abuso, in linea con due delle raccomandazioni previste dalla Carta di Noto:
  • "3. In caso di abuso intrafamiliare gli accertamenti devono essere estesi ai membri della famiglia, compresa la persona cui è attribuito il fatto, e ove necessario, al contesto sociale del minore. E' metodologicamente scorretto esprimere un parere senza avere esaminato il minore e gli adulti cui si fa riferimento, sempre che se ne sia avuta la rituale e materiale possibilità. Qualora l'indagine non possa essere svolta con tale ampiezza, va dato conto delle ragioni dell’incompletezza".
  • "5. Al fine di garantire nel modo migliore l’obiettività dell’indagine, l’esperto avrà cura di individuare, esplicitare e valutare le varie ipotesi alternative, siano esse emerse o meno nel corso dei colloqui".
La conoscenza delle "sindromi" tipiche della psicologia del falso abuso diventa strumento vantaggioso e fecondo a tal fine, un bagaglio criminologico da associarsi sempre ad altrettanta conoscenza della traumatologia da abuso e della pedofilia (oltre che al talento naturale dell'investigatore nell'immaginare scenari ipotetici cui dare riscontro).
Esse descrivono validamente solo un numero limitato di casi di falso abuso (neanche troppo infrequente, lo dice la letteratura), nondimeno vanno tenute sempre presenti ed insegnate anche alle procure ed ai centri anti-pedofilia.

Ignorare o screditare le "scuole di pensiero" scientifico e criminologico che spiegano il falso abuso, ci appare una incomprensibile forma di negazionismo (o contro-negazionismo), tanto grave ai fini della tutela reale dei minori, quanto lo sarebbe di riflesso la negazione della pedofilia e delle dinamiche dell'abuso.

Il giudice Forno non sembra avere in simpatia certa scienza, ma per il momento può dormire sonni tranquilli, in quanto crediamo che nelle teste del suo nuovo monolitico pool alla procura di Torino, difficilmente riusciranno a filtrare questi concetti scientifici a lui inutili. Almeno finchè le forze dell'ordine e le autorità giudiziarie di Torino continueranno ad affidare la propria formazione criminologica alla giovane grafologa Ilaria Macchiorlatti ed ai corsi imbastiti dai sedicenti criminologi membri del comitato scientifico di Prometeo onlus.
Un appalto difficilmente giustificabile, da parte della procura che invece potrebbe essere invidiata da tutte le altre per avere a portata di mano, proprio nell'ateneo torinese, i più illustri cattedratici d'Italia nel campo delle scienze psichiatriche forensi. Che spreco.
Ma forse alle autorità giudiziarie torinesi davvero non importa molto del pensiero criminologico moderno: a che serve, quando hai le dichiarazioni dei bambini?


Tutela per archiviazione

Torniamo all'intervista a Forno e all'ultima delle sue raccomandazioni procedurali:
  • (pag. 298) «Va detto che quando mi sono occupato della materia come sostituto procuratore, ho usato e anche teorizzato un uso massiccio dell'archiviazione. Credo che quando il pubblico ministero non abbia raggiunto la convinzione personale - una convinzione che trovi riscontro nelle carte processuali circa la sostenibilità dell'accusa in giudizio - debba necessariamente chiedere l'archiviazione. Si tratta di applicare il codice di procedura penale, il famoso articolo 125 delle disposizioni di attuazione, secondo il quale si può chiedere l'archiviazione non soltanto quando il fatto non sussiste, ma anche quando l'accusa non è sostenibile in giudizio. Se questo vale per qualsiasi reato, vale in misura ancora maggiore per reati come la violenza su minori: qui la posta in gioco non è soltanto l'onore della persona accusata, ma anche la salute mentale del bambino. Non mando allo sbaraglio un minore, se penso che in giudizio non si verrà a capo di nulla, perchè il minore non parla o perchè il suo racconto è contraddittorio, incompleto, magari smentito da alcuni riscontri. La prima tutela da adottare è chiedere l'archiviazione, quando le prime indagini non abbiano consentito di verificare in qualche modo l'accusa. Quindi c'è una scrematura a monte.»
Una raccomandazione che apparirà rinunciataria e incomprensibile per molti.
Tuttavia, in considerazione dell'assoluta centralità data da Forno all'ascolto del minore, una simile scelta può diventare quasi obbligata, un contraltare valido a moderare parzialmente i rischi legati alla rigidità della prassi verificazionista del metodo.

[Nota polemica: se simili raccomandazioni procedurali le avesse proposte un blog come il nostro, qualche fanatico e/o furbacchione avrebbe subito urlato sdegnato al complotto difensivo della fantomatica lobby dei pedofili. Chissà se qualcuno adesso avrà il coraggio di suggerire che anche Pietro "l'archiviatore" ne fa parte...]


Arbìtrio solo all'arbitro

Dalle citazioni precedenti del discorso di Forno, abbiamo finora trattenuto un breve passaggio (vedi asterischi) di natura squisitamente giuridica, che riportiamo a parte poiché apre in noi qualche ulteriore perplessità:
  • (pag. 295) «E' chiaro, si può credere a un teste che ha subito violenza anche senza i riscontri materiali - questo lo dice la Cassazione - ma dove i riscontri sono possibili è nostro preciso dovere andarli a cercare.»
Inteso che Forno dice il vero, ai nostri occhi questa possibilità stride alquanto con i principi dello stato di diritto (alla faccia di chi incredibilmente continua a sostenere che in questo ambito vige l'ipergarantismo).
Tuttavia, nell'economia globale del discorso, accogliamo di buon grado anche questa possibilità, esprimendo in ogni caso soddisfazione dal vedere confermato anche dal giudice Forno che, nel credere al teste, se proprio di arbìtrio decisionale deve trattarsi, che almeno la sua responsabilità venga integralmente attribuita al libero convincimento del giudice, peritus peritorum, e non mascherata dal magistrato nascondendosi dietro il parere di consulenti tecnici di vario tipo.

Ugo


P.S.: Il lettore interessato ad un approfondimento, può rivolgersi all'interessante relazione "Il giudice di fronte alle controversie tecnico-scientifiche. Il diritto e il processo penale", tenuta a Firenze nel 2004 dal prof. Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto Penale presso l'Università degli studi di Palermo (ripubblicata da Diritto & Questioni Pubbliche).
La disamina di Fiandaca, che esplicita il proprio scetticismo verso alcune pretese neoempiriste nel processo penale (a cui Forno si allinea ancora oggi), laddove "a partire dalla fine degli anni Sessanta del ventesimo secolo, è stata l’aspirazione teorica a costruire progressivamente un modello “neoilluministico” di scienza penalistica", non sembra dar ragione alla pretesa di Forno di poter tagliare fuori a priori le "scuole di pensiero" dal ragionamento probatorio e dal metodo di indagine:
  • (pag. 9) «Quale che sia il modello teorico di scienza penalistica che si intenda privilegiare, il problema del rapporto tra sapere scientifico e sapere giuridico non potrebbe comunque essere eluso in conseguenza di un dato oggettivo sotto gli occhi di tutti: la realtà odierna produce nuove forme di criminalità, o ci mette di fronte a fenomeni a vario titolo rilevanti per l’ordinamento penale. (...) Se l’interazione tra conoscenze scientifiche e valutazione giudiziale è sempre più spesso imposta dalle difficoltà di prova che insorgono nei processi ad alta complessità fattuale, è anche vero che in alcuni casi l’approccio interdisciplinare si rende necessario ancor prima di procedere all’accertamento processuale. Sono questi i casi in cui il contributo dei saperi scientifici risulta già utile per ricostruire i presupposti della responsabilità sul versante dello stesso diritto penale sostanziale: per cui la necessità di fare ricorso ad esperti portatori di conoscenze specialistiche, lungi dal derivare da esigenze puramente probatorie, costituisce il riflesso della complessità scientifica che caratterizza – più a monte – le categorie sostanziali che vengono in rilievo. In realtà, nei casi di questo secondo tipo, può peraltro diventare in concreto assai fluida e sfumata quella distinzione – che in linea astrattamente concettuale rimane pur sempre possibile – tra “concetto” e “prova”, sulla quale tradizionalmente si regge la consolidata differenziazione scolastica tra diritto penale sostanziale e processuale. (...) non sempre è facile distinguere tra momento valutativo e momento conoscitivo. Sicché, anche il terreno del diritto e del processo penale si presta a esemplificare quel fenomeno di “ibridazione” tra saperi, per descrivere il quale è stato efficacemente proposto il concetto di «coproduzione» tra scienza e diritto. Non solo cioè la scienza influenza i concetti di diritto, ma anche le esigenze di quest’ultimo incidono sulla selezione dei saperi da considerare scientificamente più validi. Si tratta di condizionamenti reciproci, che vanno considerati «fisiologici nell’interazione tra sistemi che dialogano traducendo reciprocamente i rispettivi linguaggi»: ma che possono diventare «patologici quando i concetti costitutivi dei due sistemi utilizzati vengono blindati (black-boxed), sono utilizzati come scatole nere non ulteriormente decostruibili».

domenica 1 giugno 2008

The Return of The King

"Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende."


E' appena stato pubblicato un nuovo libro di indagine sulla pedofilia, intitolato "Olocausto bianco" e firmato da Ferruccio Pinotti per i tipi BUR.
Nonostante tutta la nostra perplessità verso molti dei suoi contenuti, è comunque grande l'interesse che deriva dalle tante interviste che Pinotti ha racchiuso nel volume, a cominciare da una straordinaria testimonianza raccolta dal vero ed unico "padrino" della crociata giudiziaria anti-pedofilia in Italia: il procuratore Pietro Forno.

Il volume racchiude una bomba: è tornato il "pool-Forno"!
Adesso opera a Torino, presso la Procura della Repubblica, e si chiama "Sezione fasce deboli". Leggiamolo dalle parole di Pinotti:
  • (pag. 290) "Loro si chiamano, con più understatement, «Sezione fasce deboli». (...) [Forno] Dietro di lui una stampa neoclassica, all'angolo della quale è affisso il brano di un racconto di Dino Buzzati. Forno è un po' come il tenente Drogo nella sua fortezza Bastiani".
Più avanti, Pinotti chiede a Forno perchè si fosse conclusa l'esperienza del pool antipedofilia di Milano. Il procuratore, senza fare alcun riferimento al caso del tassista Marino Viola (1996-2000), quello della famosa requisitoria "anti-pool" della PM Tiziana Siciliano, così risponde:
  • (pag. 299) «Si è conclusa perchè dopo venti anni, diciannove per l'esattezza - dal 1985 al 2004 - di onorato servizio mi sono posto il problema di cosa fare "da grande". Siccome c'era un posto di procuratore capo aggiunto a Torino, senza altre qualificazioni particolari o specificazioni, e io sono di origini torinesi, l'ho accettato pur avendo la famiglia a Milano. Così mi sono trovato con il posto di procuratore aggiunto, coordinatore della sezione "Fasce deboli".»
Guarda il caso, dove può capitare di ritrovarsi.
La notizia del ritorno del "pool-Forno" sarà uno choc per molti. Lo spirito del più celebre procuratore anti-pedofilia d'Italia, in realtà non ha mai lasciato il mondo giudiziario, aleggiando nelle procure e nei convegni di associazioni anti-abuso.
Lo spirito si incarnò già un anno fa, con la partecipazione del procuratore Forno al convegno "I segni nell'abuso sessuale sui minori. Fantasia o realtà", su invito del dott. Maurizio Bruni, che ne è amico e ne fu consulente fidato nel pool milanese.
Affrontammo l'annuncio del convegno allo IULM e di quel nome sulla locandina (sia perdonata l'ironia) con la stessa leggerezza d'animo degli hobbit della Contea, alla notizia che il grande occhio del Signore degli Anelli li scrutava dalla ricostruita Barad-dûr e che alla sua ombra i Nazgul si erano nuovamente alzati in volo su Mordor.

Chi conosce Pietro Forno è sempre stato certo che "il pool" prima o poi avrebbe preso nuovamente corpo su questa terra.

Immaginiamo la tensione tra i padri separati piemontesi, che da oggi vivranno nel terrore di fare la fine degli omologhi milanesi, falcidiati negli anni '90 da una crociata giudiziaria durissima, di cui nessuno adesso sentiva la mancanza, ad eccezione forse dello stesso Forno e dei soliti periti CISMAI di cui egli si serviva (cui comunque anche in questi anni non è mancato il lavoro, nonostante alcuni errori madornali compiuti sotto il cappello del pool).
Tuttavia, prima di suicidarsi per la disperazione come fecero molti milanesi innocenti colpiti da false accuse di pedofilia, consigliamo a tutti i preoccupati di leggere bene questa intervista, perchè vi scopriamo alcuni contenuti che sono rassicuranti, anzi entusiasmanti.
Certo, a patto di credere che stavolta Pietro Forno e i suoi consulenti vorranno davvero rispettare quei propositi di obiettività, invocati nel descrivere adesso il proprio metodo di indagine al microfono di Ferruccio Pinotti.


Pietro Forno: uno dei nostri

Quello di Forno è un "metodo" celeberrimo, che nacque tra il 1990 ed il 1992, quando il sostituto procuratore inziò ad occuparsi di casi di presunto abuso sessuale su minori:
  • (pag. 292) «In quegli anni, i reati di cui oggi ci occupiamo - come la pedofilia - avevano un'incidenza di poche unità l'anno. E sarebbe interessante vedere come questi casi andavano a finire: io direi male, perchè si dava poca credibilità alle vittime; c'era una convinzione diffusa sulla scarsa affidabilità del minore, che in parte persiste ancora oggi. (...) in Italia ci muovevamo in un clima dominato dall'idea che il fatto non è avvenuto se non ci sono i segni materiali della violenza sessuale. Il livello culturale dell'epoca era questo. E non era solo il livello delle fasce basse della società: era anche quello dei giudici e degli avvocati. Negli anni Novanta mi sono immerso in questa materia quasi casualmente, non c'è stata una scelta intenzionale da parte mia. (...) mi sembrava giusto che i minori fossero difesi, tutelati come è loro diritto. E quindi ho cominciato a raccogliere una certa casistica, a seguire i processi con sempre maggiore competenza e mettere a fuoco un metodo d'indagine.»
Pinotti chiede allora di dare un assaggio di questo metodo.
  • (pag. 293) «Credo di aver lanciato una sfida, attuale ancora oggi, che può essere enunciata così: la decisione sull'attendibilità di qualunque testimone, ivi compreso il minore che è parte lesa, è un compito esclusivo del giudice, che non può delegarlo a nessuno».
Un limpido principio di garanzia, che ci sembra di poter sottoscrivere appieno. Il concetto viene perfino specificato da Forno in una illuminante nota a fondo pagina:
  • "Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. pen., sez. III, 08-03-2007 [17-01-2007], n. 9817; Pres. Grassi Aldo; Rel. Squassoni Claudia; pm G. Izzo) è molto precisa nell'assegnare all'esclusiva competenza del giudice la valutazione della compatibilità e attendibilità delle dichiarazioni del minore".
Strabiliante, si tratta della stessa sentenza n. 9817 del 2007 che venne salutata con entusiasmo da tutti coloro che stanno combattendo il fenomeno dei falsi abusi, in quanto essa ricalca appieno i principi della Carta di Noto che difendiamo. Il sito "falsiabusi.it" ne pubblicò un estratto, commentato dal prof. Guglielmo Gulotta.
Quella sentenza fu relativa proprio ad un caso di falsa denuncia di abuso, per le quali era stato condannato sia in primo grado che in appello un uomo (per abusi sessuali sulla figlia della compagna), sulla base della solita "onnipotente" perizia psicologica che aveva frettolosamente giudicato credibile e quindi vero il contenuto della deposizione minorile.
Un caso in cui la Cassazione annullò la condanna, anche poiché i presunti sintomi di abuso erano in realtà aspecifici e perchè non si erano prese in considerazione le ipotesi alternative proposte dalla difesa, escludendo sbrigativamente la possibilità di massiccia induzione e interferenza da parte degli adulti nella testimonianza della minore.

Oggi che il nostro blog accende la prima candelina, l'intervista al giudice Forno giunge come un incoraggiamento in cui non speravamo: a fondamento del proprio metodo, egli indica a Pinotti una sentenza che costituisce esempio altissimo delle medesime argomentazioni che anche noi proponiamo da un anno.
Il dott. Forno insiste ancora sul concetto:
  • (pag. 293, si parlava dell'inopportunità per il giudice di delegare la decisione ad altri) «Tanto meno agli psicologi, che hanno una funzione completamente diversa. Dico questo perchè mi sono trovato ad affrontare - anche qui a Torino - una cultura di segno diametralmente opposto, secondo cui era opportuno affidare a consulenze esterne effettuate da psicologi il compito di stabilire l'idoneità a testimoniare del minore.»
  • [PINOTTI] E' un punto sottile ma di enorme importanza, quello che tocca il magistrato.
  • «In realtà, si scrive "idoneità a testimoniare" ma si legge "attendibilità", che sono per noi giuristi cose completamente diverse. Perchè "idoneità a testimoniare" significa avere l'idoneità psicofisica per rendere una testimonianza, mentre l'attendibilità non è proporzionale alla presenza di questi requisiti; anzi la massima idoneità a testimoniare può accompagnarsi con la massima capacità di mentire. Il bambino di tre anni non ha la capacità di costruire un racconto falso, mentre il ragazzino di di quindici, sedici anni sì. Si può anche dire che il ragazzino ha un'eccellente idoneità a testimoniare, però non è attendibile; mentre il bimbo di tre anni può avere una limitata capacità a testimoniare, ma essere attendibilissimo. Ecco: questo pregiudizio e questa confusione, ancora oggi radicato in tanti uffici giudiziari, io l'ho combattuto non tanto a livello ideologico, ma a livello pratico. Bisogna, cioè, non aver paura di ascoltare i minori. (...) Ciò non significa che quello che il minore ha da dire sia la Bibbia - siamo tutti figli di Voltaire e non ci fermiamo alle apparenze o alle etichette - per cui la vittima dev'essere a tutti i costi creduta. Per carità! Andiamo cercare prove e riscontri. Lo dico ai minori, quando sono in grado di capire: "Scusami se ti dico queste cose, ma devo andare a cercare tutti i riscontri del tuo racconto, è un mio dovere preciso". Questo è sostanzialmente il mio "metodo", che mette al centro dell'indagine l'ascolto del minore, con un taglio giudiziario e non psicologico. Perchè se si guarda come gli psicologi ascoltano i minori, ci si rende conto che è tutto un altro mestiere.»
Il "metodo Forno" dà dunque centralità all'ascolto del minore, ma non in un'ottica di credulità o di creazione di prova nelle parole stesse del bambino, bensì per raccogliere dalla testimonianza ipotesi ed elementi indiziari, sulla base dei quali andare a cercare riscontri.
In questo senso, la sua ottica giudiziaria ci soddisfa e conforta.

- - -

Una nota minore di perplessità sorge invece laddove il dott. Forno esula dall'ottica giudiziaria, quando per esemplificare afferma che "il bambino di tre anni non ha la capacità di costruire un racconto falso". Forno non specifica qui le fonti della propria convinzione, in realtà la capacità necessaria a costruire racconti "falsi" è la stessa che serve per costruire un racconto vero (anzi, non richiede altrettanta memoria ed esame di realtà) e nasce assieme all'evoluzione dell'eloquio: chi racconta, può anche raccontare il falso, basta sbagliarsi.
Forno intendeva forse riferirsi alla inidoneità del bambino di tre anni alla costruzione ingannevole di una menzogna, ma in questo caso può essere ricordato ad esempio che:
  • diversi dei prerequisiti cognitivi per la bugia sono molto precoci, ad es. la shared attention, la cui maturazione è segnalata dal fenomeno del referential pointing di solito già al nono mese (Tomasello, 2000). Esso diventa ben presto anche lo strumento pre-linguistico dei primi goffi tentativi di inganno da parte dei bimbi;
  • Talwar e Lee (2002) hanno dimostrato inoltre il fenomeno della "bugia bianca" già a partire dai 3 anni di età.
I bambini possono "mentire" tacitamente, prima ancora che la loro capacità metacognitiva sia in grado di afferrare esplicitamente il significato di inganno (dai 4/5 anni in poi).
Non sono sempre "attendibilissimi".

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Torniamo sul piano giuridico: a conclusione di questa prima carrellata di citazioni, non ci è sfuggito che il giudice Forno, giunto a Torino nel 2004, sta affermando di essersi inizialmente trovato in disaccordo con le precedenti procedure di indagine della procura torinese, che Forno apertamente critica per eccesso di delega decisionale agli psicologi.


I misteri della Procura di Torino

Il pensiero corre subito al caso di Valerio Apolloni e Wanda Ballario (il "caso Torino"), assolti in primo grado ma poi recentemente condannati in appello per abusi sessuali su un gruppo di bambini della scuola materna di cui erano presidente e direttrice didattica.
Una vicenda inaudita di abusi pressochè impossibili, a cui solo i giudici torinesi della II Sezione della Corte di Appello di Torino sono riusciti a credere, a quanto pare (la sentenza non è stata ancora depositata) sulla base delle opinioni dei genitori e della perizia psicologica della dott.ssa Maria Giovannelli (eseguita con modalità finora inaudite, duramente contestate dalla difesa, ma di ciò semmai scriveremo altrove).
Valerio Apolloni e suo padre Vittorio fondarono proprio nel 2004 l'ormai noto sito "falsiabusi.it", per iniziare a documentare pubblicamente la lunga serie di vizi culturali ed errori procedurali dei nostri tribunali, che portano in carcere come pedofili tanti presunti colpevoli sulla base di presunte "prove psicologiche". Gli Apolloni sono diventati dei critici accesi della psicologia come scienza oggettiva e come strumento giudiziario (si veda a tale proposito la relazione di Vittorio Apolloni al recente convegno palermitano del 21-22 maggio).

Oggi, dalle pagine del libro di Pinotti, il procuratore capo aggiunto di Torino Pietro Forno sembra sconfessare il principio metodologico che fu anche quello dell'indagine condotta dal PM Marco Bouchard contro i due imputati. Pur senza citare gli Apolloni, Forno sta inequivocabilmente dando ragione agli stessi principi del diritto a cui essi si appellano attraverso il proprio sito per fare ascoltare la propria innocenza, negata dallo stesso tribunale di cui oggi Forno è membro. Che paradosso.

Proprio in questi giorni dovrebbe essere depositata la sentenza della corte di appello (relatore il giudice Franco Corbo), che ha ribaltato il giudizio di primo grado e condannato Apolloni, dopo che i giudici lo scorso 8 aprile hanno già chiesto un primo rinvio dei termini del deposito. Agli occhi di alcuni osservatori, essi appaiono adesso in difficoltà nel trovare le giuste formule per spiegarsi; il blog del "Giustiziere" ha già commentato molto criticamente la situazione, laddove il relatore Corbo ha richiesto altro tempo perchè:
  • "dovendosi in particolare affrontare il problema della capacità a deporre e dell'attendibilità di bambini in tenerissima età, problema la cui soluzione richiede l'apporto di altre discipline scientifiche (psicologia, pedagogia, sessuologia)..."
lasciando così intendere che abbiano preso la decisione forse senza aver ancora ben chiara la sua logica, e che vogliano usare la psicologia come giustificazione della condanna, come chiarito forse anche da questa frase attribuita alla PM Marilinda Mineccia:
  • "Credo nella psicologia, e dunque vi chiedo di condannare gli imputati".
Alla luce di quanto detto da Forno, si comprende bene il motivo della difficoltà dei giudici torinesi a motivare la sentenza Apolloni-Ballario su certe basi; è difficile che questi magistrati possano dare corpo ad una "prova psicologica", negata dalla scienza, dall'epistemologia, dalla Cassazione e adesso perfino dai vertici della stessa procura torinese.

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Vista l'unità di idee tra gli Apolloni ed il procuratore capo Forno, si fatica inoltre a comprendere i motivi della repressione giudiziaria che la stessa procura di Torino ha messo in atto contro la propaganda del loro Centro Documentazione Falsi Abusi, ad esempio quando lo scorso 26 febbraio, su richiesta della PM Patrizia Caputo, è stato addirittura sequestrato un opuscolo da loro distribuito per denunciare pubblicamente i presunti sbagli e abusi subìti (rinfacciati alla stessa procura che poi lo ha sequestrato, in spregio di un evidente conflitto d'interesse).
Ancora il blog del "Giustiziere", con l'articolo "I misteri della Procura di Torino (ed il diritto negato all'informazione)" ci informa che la PM Caputo si sarebbe appellata per il sequestro preventivo all'art. 734 bis c.p. (divulgazione dell'immagine o delle generalità di persona offesa da atti di violenza sessuale), sebbene la bimba e la madre accusanti nell'opuscolo non fossero nominate ed i loro volti fossero pienamente oscurati.
Quali sono stati allora i motivi di questo sequestro? Non vorrete farci credere che la procura di Pietro Forno, invece di tirare dritta per la propria strada e risolvere con trasparenza i conflitti metodologici al proprio interno, adesso si mette a disporre illiberali sequestri preventivi solo per proteggersi dalle contestazioni?


Giusto processo

Nei prossimi articoli torneremo ancora su questa eccezionale intervista, attraverso di essa il procuratore Pietro Forno ci offre altre indicazioni sul proprio "metodo".
Salutiamo intanto con soddisfazione l'appello di Forno a tenere in massima considerazione il riscontro oggettivo d'indagine, come criterio imprescindibile per poter procedere penalmente, e la sua ferma critica verso ogni delega decisionale del giudice agli psicologi o ad altri consulenti.
Elementi del suo celebre metodo d'indagine, che restano innanzitutto principi di "giusto processo":
  • egli, dalla prospettiva di chi deve accusare, li presenta ai lettori di Ferruccio Pinotti preoccupandosi giustamente della possibilità che all'ascolto del minore si rinunci aprioristicamente, o che esso venga condotto in modo tale da non consentire la ricerca di riscontri;
  • allo stesso tempo, dal nostro punto di vista i suddetti principi spiegano bene l'ingiustizia delle incarcerazioni e delle condanne basate solo sulle perizie psicologiche e su dichiarazioni indimostrate dei bambini, come avvenne a Rignano Flaminio e in tutti gli altri casi di falso abuso cui ci stiamo occupando (compresi quelli che furono del precedente pool milanese di Forno).
Se fossero rispettate, le parole dell'intervista pubblicata da Pinotti potrebbero mettere finalmente una pietra tombale sul malcostume giudiziario che stiamo combattendo.
Con la speranza che, dopo le parole, il procuratore Pietro Forno possa anche far valere la propria cultura ed il proprio prestigio per imprimere finalmente una concreta svolta concettuale al tribunale di Torino.

Ugo

 
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