lunedì 26 maggio 2008

Fantasmi dal passato, intervistati in carne ed ossa


Il recente caso dei fratelli di Basiglio ha riaperto sui media la questione dei falsi abusi. Ne siamo lieti, nel precedente articolo "Il CISMAI non cambia mai" abbiamo già segnalato l'arguto collegamento proposto da Chiara Rizzo nell'articolo "La legge del più isterico", tra il caso di Basiglio e l'arcinota vicenda milanese (1996-2000) del tassista M.V. (a tale proposito, merita rivedere la puntata del Maurizio Costanzo Show che ebbe protagonista il tassista, messa a disposizione su YouTube dal centro documentazione Falsi Abusi).

Sabato 24 Maggio è stato Studio Aperto a proporre un altro interessante paragone tra Basiglio ed una vecchia vicenda, mandando Angelo Macchiavello ad intervistare un padre (iniziali S.L.) il quale ha raccontato di essere stato vittima di false accuse, a seguito delle quali egli conobbe il carcere per molti mesi, mentre sua figlia veniva allontanata in una comunità protetta e poi data in adozione.
La ha potuta riabbracciare solo un decennio più tardi, infatti non appena compiuta la maggiore età la ragazza tornò a vivere con i genitori naturali, che nel frattempo la giustizia penale aveva assolto con formula piena per non aver commesso alcun fatto.
Nel servizio di Studio Aperto (del quale il centro documentazione Falsi Abusi ha messo online un breve estratto) sentiamo intervistare proprio la giovane (iniziali A.L.), che ci descrive l'esperienza di una infanzia incomprensibilmente lontana dai genitori:
  • INTERVISTATORE: "una bambina di sei anni e mezzo, sette, quanti ne avevi tu, quando si trova i carabinieri davanti, cioè cosa pensa?"
  • A.L.: "Non ho pensato a niente, cioè non avevo capito, cioè non capivo, non capito cosa... perchè di..."
  • COMMENTO FUORI CAMPO: "Lunghi silenzi, perchè è difficile ricordare. Sono passati 13 anni dalla mattina in cui questa ragazza è stata portata via dalla sua famiglia. Era a scuola e a prenderla sono andati i carabinieri. L'hanno portata in un orfanotrofio, poi gli interrogatori, che adesso la ragazza dice, erano falsi".
  • A.L.: "Mi dicevano «dì queste cose qui, di tuo padre, di tua madre e così, e dopo ti facciamo vedere tua mamma», per esempio. Allora io, visto che dopo mi facevano vedere mia mamma, gli dicevo, però poi... niente cioè, era una tattica per farmi dire queste cose".
  • COMMENTO FUORI CAMPO: "Anni dopo, il tribunale sentenzierà che il fatto non sussiste e il padre viene assolto. Lui vuole indietro sua figlia e invece il tribunale la fa adottare. Iniziano a cercarla in tutta Italia, poi il 31 Luglio 2005, e sono passati dieci anni, la ragazza viene trovata sulla spiaggia di Alassio. Adesso che ha deciso di tornare con i genitori veri, il suo rancore è racchiuso nel diario".
A questo punto, il servizio mostra una pagina autografa della ragazza, datata ottobre 2005, in cui campeggia in alto una grande scritta "BASTA, VOGLIO ANDARMENE DA TUTTO & TUTTI" e in cui leggiamo:
  • "Vaffa****ooo"
  • 1) a chi ha deciso che la mia nascita doveva x forza procurare la morte alla persona + importante della mia vita
  • 2) a chi ha deciso che quando avevo 4 anni doveva morire la persona più importante della mia vita
  • 3) a chi ha deciso di farmi passare 5/6 anni nell'orfanotrofio
  • 4) a chi mi ha fatto andare dallo psicologo x 10 anni
  • 5) a chi x 10 anni mi ha fatto passare le ore + brutte... (tribunali, psicologi, carabinieri,)
  • 6) a chi come la mia assistente sociale mi rompeva il ca**o.
Si conclude il servizio:
  • INTERVISTATORE: "Cosa diresti tu a dei genitori che si vedono prendere i bambini?"
  • A.L.: "Venirseli a riprendere".
Più che una intervista, una esplicita denuncia contro reati gravi, a cui speriamo che qualcuno voglia dare seguito per chiarire davvero come andarono i fatti e se ci siano state delle responsabilità che andassero oltre il semplice errore tecnico di valutazione.

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Ci sembra che la storia raccontata da queste persone a Studio Aperto, abbia tanto tanto in comune con la vicenda (iniziata nel 1995) di Salvatore L., di sua moglie Raffaella e di sua figlia A., di cui parlò un articolo di Cristina Giudici su Il Foglio del 23 marzo 2001 (grassetto e link sono nostri):
  • "Nel processo a Salvatore L. (il pm è sempre Forno), la vicenda è ancora più grave. Secondo l'accusa Salvatore avrebbe violentato sia la cugina minorenne sia la figlia A. Finisce in carcere, per due anni e mezzo, nel dicembre 1999 viene assolto perché il fatto non sussiste. L'accusa si basa su due disegni eseguiti dalla figlia in presenza di una psicologa Luisa Della Rosa, (ex socia Cismai). Quando la bimba esce dall'audizione protetta dice: "La signora mi ha detto che devo disegnare un fantasma e chiamarlo pisello". Poi viene prelevata a scuola e portata al Centro aiuto famiglia e bambini maltrattati (uno dei quattro centri fondati dal Cismai) dove lavora l'allora consulente del pm Luisa Della Rosa. Per due anni, il centro riceve dal comune di Milano 5 milioni e 400 mila lire al mese per l'affidamento della bambina (il conto finale di 150 milioni viene presentato al padre). Durante il processo di primo grado un'altra perita, la psicoterapeuta Marinella Malacrea (presidente del Centro del bambino maltrattato e membro del direttivo Cismai) viene sospettata di fare perizie "forzate". Uno degli avvocati Guido Bomparola, chiede che un foglietto di appunti della psicoterapeuta venga allegato agli atti. C'è scritto: "Con Forno rimango poi d'accordo che farò bastare gli elementi che ho…informo Forno che se non riuscirò a produrre un minimo di alleanza (con la teste, ndr) non mi pare utile farle un esame psicologico, sarebbe…(non si capisce la parola) oltre che controproducente". E non finisce qui. Salvatore e Raffaella L. non vedono più la loro bambina dal 1995, nonostante lui sia stato assolto dall'accusa formulata da Forno perché i periti incaricati dalla Corte d'appello hanno sconfessato i pareri clinici emessi da quelli del pm. Dal 1997 però il tribunale dei minori ha dichiarato la bambina adottabile. Nel gennaio scorso l'avvocato dei genitori, Raffaele Scudieri, chiede al tribunale di nominare periti estranei al processo d'appello e si trova di fronte Giobatta Guasto, (socio Cismai)".
Le consulenti di Pietro Forno al caso di falso abuso di cui furono vittime Salvatore L. e sua figlia A., hanno poi proseguito carriere di successo e sono oggi due tra le più illustri rappresentanti del mondo dell'associazionismo, della clinica, delle perizie e della formazione nel campo dell'abuso:

Ugo,
con dedica ai coniugi Lorena e Delfino Covezzi , i quali da un decennio ancora aspettano che una giustizia cieca e vigliacca li liberi da una vicenda altrettanto infame, restituendoli ai loro figli.

venerdì 23 maggio 2008

Venticello (...la calunnia è un...)

Nel precedente articolo "The Voice", prendendo spunto da alcune inopportune dichiarazioni del sostituto procuratore Alessia Sinatra, ci siamo espressi contro il malcostume (epidemico) dei magistrati di rilasciare alla stampa dichiarazioni irrispettose dei principi democratici.
Abbiamo ricordato che i magistrati, solo in ragione del pubblico ufficio svolto, detengono un enorme potere sui concittadini, il che impone loro speciali responsabilità e cautele.

Nello stesso articolo, avevamo già sollevato perplessità anche su una nota ufficiale a commento del caso dei fratellini di Basiglio, emessa dal Tribunale per i Minorenni di Milano nella persona della presidente f.f., il giudice Marina Caroselli.
La nostra contestazione non riguardava l'inappuntabile contenuto della nota, quanto piuttosto la scelta intempestiva di raccomandarsi a certe giuste cautele, solo quando è la magistratura stessa ad essere sotto attacco e mai quando invece sono vessati i cittadini.


Quant'è difficile accettare uno sbaglio?

Ieri è rientrato in famiglia anche il maggiore dei due fratellini e la stampa non sta risparmiando critiche alle modalità assurde con cui si è montato questo caso giudiziario.
A difesa dell'operato del Tribunale per i Minorenni, si è allora nuovamente levata la voce della Presidente f.f. Marina Caroselli.
Ma stavolta il risultato è indegno di un paese civile.

Le nuove dichiarazioni del giudice sul caso di Basiglio sono riportate oggi ancora in un articolo dell'ottimo Luca Fazzo per Il Giornale (in quanto virgolettate, dobbiamo assumere che Caroselli le abbia davvero pronunciate in quella forma).
In primo luogo, non ci conforta affatto il tono auto-assolutorio che pervade tutta l'intervista. Delude che una pubblica istituzione come il Tribunale dei Minorenni piagnucoli con la stampa, per cercare di giustificare le proprie azioni:
  • «Sbagliare è sempre possibile. Ma ogni nostra decisione è stata presa in buona fede e con l’obiettivo di tutelare i bambini».
Beh, ci mancherebbe altro, aggiungiamo noi. Li si critica per pregiudizio e disattenzione e i magistrati si rifugiano dietro le scontate buone intenzioni?
Più avanti, Caroselli aggiunge:
  • «È stato un eccesso di prudenza? Può darsi. Ma accusarci di malafede è inaccettabile».
Caroselli si difende dai fantasmi (chi mai li avrebbe accusati di malafede?), invece di riflettere sul fatto che l'eccesso di prudenza, per un tribunale cui è accollato il pubblico ufficio delle decisioni obiettive, non è mica una inflessione umanamente giustificata, bensì un errore di metodo e merito.
Un giudice dovrebbe saper stare ben lontano dalla codarda indifferenza di chi sa ragionare solo sulla base della premessa "io, nel dubbio, ...".

Comunque sia, un tribunale dispone provvedimenti che insistono sulle fondamentali libertà civili dei cittadini, e in quanto tali dovrebbero parlare da soli, senza richiedere l'aiutino per poter essere compresi dalla pubblica opinione. L'urgenza del chiarimento, tradisce solo insussistenza di motivazioni solide.
E' in fondo lo stesso motivo per cui non si spiegano le barzellette che non hanno fatto ridere al primo colpo.

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In secondo luogo, non ci è piaciuto lo scaricabarile sul servizio sociale responsabile del caso (gestito dal Comune di Basiglio e dalla cooperativa del CbM di Milano):
  • INTERVISTATORE: Nel fascicolo si vede chiaramente che il pubblico ministero dà il via libera all’allontanamento dei bambini senza fare alcuna verifica, prendendo per buono il racconto della preside che dice: il disegno l’ha fatto G.
  • CAROSELLI:«Sia chiaro che l’allontanamento è arrivato per una scelta precisa del servizio sociale del Comune di Basiglio, cui compete in prima battuta l’obbligo della tutela dei minori. Si è agito con prudenza, eccessiva o no non lo so, avendo in mente solo questo obiettivo. E il pubblico ministero non aveva neanche il dovere di rilasciare quel nulla osta, perché la legge dice chiaramente che a operare sono gli enti locali».
  • INTERVISTATORE: Però, quattro giorni dopo, il suo Tribunale ha confermato l’allontanamento.
  • CAROSELLI: «Noi ci siamo trovati in una situazione già avviata, in cui l'unica certezza era che non si potessero trattare i bambini come palline da ping pong. Cosa dovevamo fare, ridarli alla famiglia e poi, se gli accertamenti confermavano i sospetti, riportarli via un’altra volta?».
La dottoressa Caroselli lasci pure a noi altri il compito di criticare pubblicamente l'avventatezza delle decisioni di certi operatori ed abusologi. E' questione di stile e di ruoli.
Al suo tribunale spetta invece un dovere più concreto, cioè intervenire: controllare i servizi, verificare la loro attendibilità, correggerne gli abusi. Compiti che essi hanno l'autorità per svolgere, non si capisce invece perchè atteggiarsi con la stampa come se avessero le mani legate.
Missing in action.

Se poi volessimo aprire una parentesi nel merito, a proposito della presunta "unica certezza" del tribunale, tanto per restare in metafora ci siamo domandati se talvolta i bambini preferirebbero giocare a ping pong, invece che a nascondino nelle comunità protette.
Pare che questi il fratellini siano rimasti inizialmente isolati per più di 4o giorni, avanti che fosse concessa ai genitori una prima visita (e non molto meglio per la prima telefonata). Per giustificare l'imposizione di un regime così duro, la metafora della pallina da ping pong ci sembra patetica.
[Nota: l'affermazione che "i bambini che non sono palline da ping pong" è un mantra della giustizia minorile, ripetuto sempre uguale in certi ambienti, ad esempio è una battuta che si sente invariabilmente ripetere nelle separazioni conflittuali, da parte di chi sta per opporsi alla bigenitorialità].

Prendiamo atto almeno che la presidente Caroselli si è accorta che qualcosa non funziona nel sistema. Restiamo in paziente attesa di vedere, dopo le chiacchere, quali provvedimenti saranno presi adesso dal Tribunale affinché certi sbagli degli operatori sociali, anche quelli coordinati dall'illustre cooperativa del CbM, non abbiano a ripetersi in futuro.

A proposito, se mai il presidente Caroselli volesse rispondere a queste contestazioni, la pregheremmo di approfittare dell'occasione anche per aiutarci a dissolvere quel nostro dilemma sul conflitto di interessi (per il momento infondato), cioè sulla possibilità che i due fratellini di Basiglio e i soldi delle loro rette, siano stati destinati a comunità protette gestite dalle stesse organizzazioni private che gestiscono in appalto anche i servizi sociali che li hanno portati via da casa (con modalità su cui il tribunale stesso non si sente di garantire: "Si è agito con prudenza, eccessiva o no non lo so").


Palata di fango

Il motivo del nostro scandalo per le dichiarazioni della Presidente f.f. del Tribunale per i Minorenni, non è limitato a queste cadute di stile, ma si incentra soprattutto su una affermazione che (se fedelmente riportata), sarebbe orrenda:
  • INTERVISTATORE: Dopo la bambina, torna a casa anche il fratello. Sembra l’ammissione che vi siete sbagliati.
  • CAROSELLI: «Se si prende per buono quel che dice in giro l’avvocato si può avere questa sensazione. Ma la vicenda è più complessa. I due bambini tornano a casa, certo, ma per noi il caso non è chiuso. Bisogna capire cosa è accaduto davvero. Se potessi raccontare cosa c’è nel fascicolo processuale si capirebbe da dove nascono le nostre preoccupazioni».
Una inaudita palata di fango: "se potessi raccontare...".
Ci mancava solo che, nello sforzo di trattenersi, il giudice Caroselli si portasse una mano tesa alla bocca per morderla.

"nun me fa' parlare va', che sinnò faccio 'n casino..."

No che non lo può raccontare, ma di fronte alla stampa il giudice Caroselli non dovrebbe neppure alludervi!
Il segreto istruttorio esiste anche a tutela del cittadino, per garantire dalla diffamazione che può derivare dalla diffusione anzitempo di informazioni inattendibili e indimostrate: è meschino cercare di eludere questa cautela con le strizzatine d'occhio.
Il giudice Caroselli non abusi della propria posizione e non indugi in atteggiamenti persecutori, se ella ha argomenti verificati e verificabili per giustificare una azione giudiziaria, che ce li dica chiaramente oppure che taccia e lavori nella riservatezza, ma in ogni caso senza cercare intanto di dare ad intendere proprio nulla.
L'esigenza per il tribunale di difendere il proprio operato dalle critiche esterne è una motivazione del tutto futile, a fronte del rischio di procurare altro pregiudizio a questa famiglia, che resta innocente e adeguata almeno finché non sarà dimostrato il contrario.

A questo punto, ormai in molti si domanderanno che cosa sarà mai che Caroselli non può raccontarci. Che cosa avranno mai combinato in quella famiglia, che quel giudice sa e noi no? Quali erano gli elementi che hanno suggerito al presidente del tribunale di pronunciare una specie di anatema senza contenuto e quindi senza possibilità di replica per il cittadino inerme?
Delle due l'una:
  • o in quelle carte c'è davvero qualcosa di serio, ma allora che dal tribunale agiscano senza perdere altro tempo (l'applauso sulla fiducia però ci sembra ancora prematuro, magari passiamo dopo). E perchè intanto hanno riconsegnato loro i figli? Se in questo campo non fossimo ormai abituati a sentire sparate immotivate, adesso saremmo molto allarmati per quei due bambini;
  • oppure di elementi gravi ed accertati nello scrigno ancora non ce ne sono, allora perchè mai già adesso dovremmo stare tanto in allarme? E risulterebbe ancor più inopportuno che la presidente del tribunale bulleggi con toni minacciosi ("per noi il caso non è chiuso").
Comunque sia, non se ne esce bene.
Il giudice Caroselli ha deciso di condividere oggi con la nazione le sue (in parte) legittime preoccupazioni, dovute (in parte) al proprio ufficio, scambiando però forse una intervista ufficiale, con una seduta di sostegno psicologico, uno psicodramma, un tentativo di empatia tra i suoi pregiudizi ansiogeni ed il popolo italiano.

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Si noti inoltre la stoccata rivolta al difensore della famiglia, dott. Antonello Martinez ("
Se si prende per buono quel che dice in giro l’avvocato..."), eppure anch'egli fa parte a pieno titolo della macchina giudiziaria che la presidente Caroselli (ex pubblico ministero, annotazione ad uso di chi osteggia la separazione delle carriere) dovrebbe rappresentare sempre imparzialmente.
In democrazia l'avvocato di parte gode
di una libertà di dichiarazione alla stampa molto maggiore rispetto a quella concessa al giudice (presunto) imparziale. Non deve mica renderne conto a nessuno.
Comunque il tribunale avrebbe l'autorità per convocare l'avv. Martinez di persona, se avesse qualcosa di concreto da rimproverargli, invece di inseguirlo pateticamente sulla via mediatica: l
a presidente Caroselli ci indica stizzita quella che le appare essere una pagliuzza nell'occhio dell'avvocato difensore, senza accorgersi della trave che intanto attraversa l'occhio del Tribunale per i Minorenni di Milano.
E
verso la fine dell'intervista addirittura tuona:
  • «Chi ha trasformato questa vicenda in un caso mediatico si è preso la responsabilità di aggiungere sofferenza a sofferenza».
Sì, come no. Ma di che cosa sta parlando questo giudice? Non sarà che a soffrire per l'attenzione mediatica in questo momento non sono solo i bambini, ma anche qualcun'altro?

Se questi sono gli esempi istituzionali, è inutile che noi ancora ci lamentiamo quando gente come Massimiliano Frassi e la compagnia dei paladini dell'antipedofilia si permettono incivili attacchi contro l'onorabilità dell'avvocatura ed il sacrosanto ruolo dei difensori nella formazione della verità giudiziaria.
Il pesce puzza dalla testa.


Ufficio stampa

Sono brutti gli errori procedurali e di valutazione che alcuni sostengono siano stati commessi a Basiglio: la dott. Caroselli tuttavia può rasserenarsi, noi altri comprendiamo che possono capitare; inoltre ci siamo accorti che la gestione di questa crisi è stata relativamente rapida, rispetto ad altri casi, e con i suoi ultimi atti (se trascuriamo le chiacchere) il tribunale ha dimostrato di aver capito che l'allarme iniziale era eccessivo.
Ma ciò non significava necessariamente che saremmo stati muti ad osservare, una reazione era da aspettarsi dopo quello che è successo.

Il giudice Caroselli non sembra però conoscere il significato dell'espressione "fare buon viso a cattivo gioco" e, nel vano tentativo di evitare anche la dose fisiologica di contestazione al traballante operato della sua [casta], ehm, del suo ufficio, oggi ha parlato: quella dichiarazione risulta ancor più incivile e preoccupante dei provvedimenti precedenti che intendeva difendere.
Indifferentemente da quali che siano il contenuto di quel fascicolo, le colpe di quella famiglia, l'esito del procedimento: resta comunque un episodio di abuso di potere, che offusca l'indipendenza e imparzialità del tribunale.

E pensare che, ai fini del diritto di informazione, sarebbe bastato il proverbiale "laconico comunicato stampa", imparziale, ripulito da piagnistei e calunnie, e letto da un portavoce. Vedi cosa succede invece a risparmiare sull'ufficio stampa?
Si rischia che la nazione capisca fin troppo bene perchè certi pasticci succedono e si accorga di che pasta democratica sono fatti i tribunali per i minorenni.

Alla presidente Marina Caroselli non resta che dimettersi dalla carica.
Le scuse non servirebbero: "le parole stann'a zzero, commissà".

Ugo


Promemoria
Ai magistrati si raccomanda di "non cedere ai protagonismi e alle esposizioni mediatiche e di accostarsi al processo con coraggio e umiltà, ponendo attenzione al rispetto delle parti e dei loro diritti (...) Altra raccomandazione: restare nei limiti delle proprie competenze, applicare e far rispettare le leggi coniugando rigore e scrupolosa osservanza dei principi del giusto processo e delle garanzie cui hanno diritto tutti i cittadini, "essere e anche apparire autonomi e indipendenti" (Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, 12 maggio 2008)

giovedì 22 maggio 2008

Il CISMAI non cambia mai

Il 14/03/2008 i servizi sociali di Basiglio (Milano), su mandato del Tribunale per i minorenni di Milano, si presentano in una famiglia e prelevano due fratellini ("Stia tranquilla e non faccia scene, prepari le cose dei suoi bambini e ce li consegni"), per sistemarli in due comunità protette. In casa quel giorno si stava festeggiando il tredicesimo compleanno del maggiore.
Grazie all'impegno del difensore dei genitori, avv. Antonello Martinez (ex fiduciario del guardasigilli Castelli, quello che già provò senza successo a sopprimere i tribunali per i minorenni), la notizia fa il giro d'Italia e solleva univoco sdegno per la fragilità degli indizi di abuso che hanno portato ad un intervento così drastico.
  • [Nota di colore: impressionante la somiglianza di baffi e parole tra l'avv. Martinez ("poteva succedere a chiunque") e Gianfranco Scancarello ("quello che è successo a me, può capitare a tutti"). Separati alla nascita.]
Una dolorosa bolla di sapone, a quanto pare, frutto forse solo di episodi di bullismo e malizie di paese, alle quali gli eccitabili rappresentanti istituzionali hanno velocemente abboccato. Intanto, il 16 maggio è rientrata la bambina, mentre per il rientro del maschietto si è dovuto attendere fino ad oggi.

De "L'errore sui fratellini di Basiglio" stavolta se ne sono accorti perfino sul blog del Movimento per l'Infanzia, pubblicando un nuovo comunicato di Mariella Bocciardo e del noto abusologo milanese Maurizio Bruni di IAD Bambini Ancora, la stessa associazione che l'anno scorso organizzò a milano un maxiconvegno (guest star il procuratore Forno) su "l'epidemia del terzo millennio", al grido allarmistico di "un ragazzo su sei è sessualmente abusato" (basandosi sulle ricerche di Alberto Pellai, che il Movimento per l'Infanzia sta replicando a tappeto nelle scuole di molte provincie).
Adesso che
a Basiglio un gruppo di maestre allarmate (e forse deluse per non aver ancora scoperto nessuno dei 3/4 abusati che secondo le loro statistiche dovrebbero trovarsi in ciascuna classe) ha reagito un po' istericamente di fronte al primo sospetto di abuso, avvallate da assistenti sociali e tribunale per i minorenni, leggiamo che proprio il dott. Bruni e il Movimento per l'Infanzia si straniscono e salgono sul pulpito a fare la predica.

Più rilevante l'ottimo articolo "Errore per errore, così nasce una clamorosa ingiustizia" di Luca Fazzo (per Il Giornale del 18/05/08), che pubblica nomi e cognomi di tutti i protagonisti (non è stato il solo) e descrive la spietata indifferenza delle istituzioni e la codardia di coloro che sanno solo ratificare sospetti ("io, nel dubbio..."), meccanismo che è all'origine di tutte le vicende di falso abuso:
  • "i documenti che raccontano la storia di Basiglio fanno ugualmente rizzare i capelli. Perché raccontano la storia di come una menzogna ha preso forma di verità ed è stata presa per buona, passo dopo passo, da tutti quelli che avevano il dovere di controllarla, e che invece non l'hanno fatto. Insegnanti, preside, assistenti sociali, pubblico ministero, giudici hanno lasciato che questa presunta verità vivesse di vita propria e venisse data per assodata, anche se questo voleva dire spezzare una famiglia, togliere i genitori ai figli, i figli ai genitori".
Per ora nulla più che fonti giornalistiche, sembra presto per entrare nel dettaglio delle singole colpe, ma se dovesse essere confermato il suo contenuto, questo articolo resterebbe come manifesto di ciò contro cui stiamo combattendo. Seguiremo la vicenda.

Intanto domani si terrà l'attesa conferenza stampa presso lo studio dell'avv. Martinez, la famiglia adesso promette battaglia: «aspettiamo solo che mio figlio torni a casa, e poi penseremo a regolare i tutti i conti».
E pensare che, fra tutti i casi di falso abuso che stiamo seguendo, questa famiglia di Basiglio se l'è cavata finora con conseguenze quasi irrisorie, se paragonate alle violenze giudiziarie patite da altri.


Lettera a senso unico

Cambiamo (solo apparentemente) scenario.
In occasione delle recenti elezioni politiche (aprile 2008), il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia (CISMAI) ha diramato dal proprio sito una "Lettera aperta alle forze politiche".
Il comunicato è pieno di buoni propositi e raccomandazioni che non si può far altro che sottoscrivere:
  • "affinché in Italia si rafforzi e consolidi una strategia di prevenzione primaria, secondaria e terziaria del maltrattamento e degli abusi all’infanzia".
Non vogliamo certo screditare il messaggio nel suo complesso e speriamo che i suoi principi ed alcune delle sue richieste facciano breccia nell'azione nuovo governo del paese.

Ci ha però preoccupato leggere nella presentazione dell'iniziativa che il CISMAI "ritiene importante dare voce alle esigenze di bambini e bambine vittime di maltrattamenti, violenza assistita, abuso e sfruttamento sessuale"... anche stavolta solo a loro?
Ci siamo subito domandati se oltre un decennio di contestazioni rivolte al CISMAI sul problema del falso abuso (di cui le nostre non sono che le ultime), avessero finalmente fatto breccia nella loro monolitica crociata, che purtroppo spesso dimentica (e secondo i critici rischia talvolta di facilitare con le proprie procedure) tale grave problema.

Nel leggere questo comunicato, accanto all'esaltazione della propria missione, ci si aspettava dal CISMAI, almeno tra le righe, un segno di maggiore consapevolezza rispetto alle trascorse omissioni:
  • alla direzione del CISMAI si saranno finalmente ricordati del falso abuso e avranno compreso che difendere il giusto processo e le garanzie della difesa, significa anche difendere i bambini dal disturbo fittizio per procura e da altre drammatiche follie familiari e sociali?
Risposta: accipicchia, neanche stavolta!
Ma ci sono, o ci fanno?

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Estrapoliamo due passaggi chiave del comunicato, in cui si sfiora la questione dell'oggettività delle procedure giudiziarie di accertamento dell'abuso, pietra del nostro scandalo. Ecco il primo:
  • (pag. 3, comma 4) "2. per le audizioni e le consulenze i magistrati devono avvalersi di professionisti con una specifica formazione ed esperienza di tipo clinico nell’ambito della psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza e dei funzionamenti post-traumatici".
Giusto, ma incompleto ed unilaterale: il riferimento esclusivo ai "funzionamenti post-traumatici", tradisce una attenzione clinica rivolta (come al solito) solo verso gli esiti del vero abuso, che viene dato per scontato.
Nell'appello del CISMAI, viene omessa la raccomandazione affinché i consulenti tecnici dei magistrati siano specificamente formati ed esperti anche sui disturbi fittizi (e su problematiche ad essi collegate: simulazione, sindrome di Munchausen per procura, sindrome da alienazione parentale ecc.), altrettanto fondamentali per saper riconoscere, interpretare e gestire casi di falso abuso.
Anche a questo giro, ai bimbi che soffrono di disturbi fittizi non viene dato ascolto al CISMAI.
Peccato, visto che questa associazione ha un rapporto privilegiato con le nostre procure, nel formare buona parte dei consulenti impiegati nelle operazioni di accertamento degli abusi presunti (attività di cui per statuto il CISMAI in realtà non dovrebbe neppure occuparsi, e da simili svarioni se ne comprende il perchè).

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Questo il secondo passaggio contestato:
  • (pag. 5/6, comma 11) "Per quello che riguarda la legge sull’affidamento condiviso (Legge 54/2006 “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”), pur in accordo con il principio espresso della bigenitorialità e l'affermazione del diritto dei figli di mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori durante e dopo la separazione, essa appare caratterizzata dal rischio di una pericolosa semplificazione nella misura in cui intende imporre un unico modello di affidamento per tutte le separazioni. L'imposizione dell'affidamento condiviso a due persone che si trovano ad affrontare una separazione non consensuale con alti livelli di conflittualità pone il rischio di produrre effetti quali innalzamento della conflittualità stessa, strumentalizzazione dei figli e conseguente disagio, tutte le volte in cui la condivisione della responsabilità genitoriale non passa attraverso una scelta spontanea e consapevole. In tale contesto legislativo è necessario che tra le circostanze concrete di esclusione dell'affidamento condiviso -dove cioè questo sia giudicato contrario all'interesse del minore-, rientrino i casi di abuso sessuale e maltrattamenti, compresa la violenza assistita dal minore, (anche se la decisione sull'affidamento dei figli avviene in un momento in cui non risulta accertata la responsabilità penale dell'autore del comportamento violento e pur nella salvaguardia del principio della presunzione di innocenza). In questi casi il farraginoso meccanismo di esclusione e opposizione all'affido condiviso (che prevede l'onere della prova a carico del coniuge che intende sostenere il pregiudizio del minore) può rendere l'affidamento esclusivo intempestivo, tardivo e inefficace (qualora si intenda far coincidere il “pregiudizio” del minore con il momento della “condanna del genitore” autore del reato)".
Passi per la dura contestazione (maldestramente cammuffata) al principio della bigenitorialità, mai ben digerito dalle associazioni femministe presenti nel CISMAI, svilito dietro una perbenista preoccupazione verso la conflittualità familiare. Peccato per loro, che alla bigenitorialità ed all'imposizione del condiviso, si sia giunti proprio per cercare di tagliare le gambe alle più gravi possibilità di conflitto e strumentalizzazione dei figli (PAS, falso abuso ecc.), troppo spesso ratificate proprio grazie alla collusione dei soliti consulenti tecnici schierati "dalla parte dei bambini".

Restiamo tuttavia sgomenti quando leggiamo della nuova soluzione proposta dal CISMAI, ovvero di considerare tutti gli abusi e le violenze dichiarate, addirittura come motivo valido di affidamento esclusivo, prima ancora del loro accertamento in sede giudiziaria.
In sintesi: visto che la giustizia è lenta, dovremmo togliere l'affidamento dei figli ai genitori anche solo in base alle accuse indimostrate dell'ex-coniuge... ma dai? E sì, come no!
Chiunque raccogliesse una simile proposta, dimostrerebbe scarsa conoscenza dei fenomeni umani in corso di separazione coniugale. Mancherebbe del benché minimo buonsenso e pragmatismo, quel legislatore che aprisse una simile autostrada verso i vantaggi dell'affidamento esclusivo, al primo fra i due litiganti che falsificasse segni di violenza o abuso contro l'ex-coniuge (ad esempio inducendo i figli a false dichiarazioni).

L'affermazione che leggiamo è viziata inoltre dalla solita fallacia logica di chi si ostina a dimenticare la parola "presunto" a fianco di "abuso" e pretende poi di proseguire la consecutio del ragionamento come se ciò non importasse. L'impresa giudiziaria viene svilita al ruolo di "ufficio certificati", troppo lento nell'apporre un timbro su preconcette verità.

Al CISMAI dovrebbero infine spiegarci in che modo possa mai essere ottenuta la "salvaguardia del principio della presunzione di innocenza", se nel frattempo capita anche che i figli te li tolgano sulla base di isterismi e calunnie.
L'onere della prova a carico di chi intende far togliere i figli al proprio ex-coniuge, viene presentato con fastidio, come un "farraginoso" meccanismo contrario al benessere dei bimbi.

Sarà forse questo anche il caso del figlio del signor Gianni Furlanetto, che sulla base delle parole dell'ex-moglie veniva nascosto al padre, in un domicilio segreto gestito dall'Associazione Artemisia di Firenze (presso la quale risiede l'attuale presidenza del CISMAI)? Sarebbero simili a queste le soluzioni tempestive che salvaguardano i minori dal "pregiudizio"?


History repeating

I provvedimenti "tempestivi" a cui il CISMAI si appella, ci hanno fatto pensare nuovamente ai modi con i quali venivano allontanati dalla famiglia i fratellini di Basiglio, proprio negli stessi giorni in cui il CISMAI scriveva alle forze politiche.
Del caso di Basiglio ci parla anche Chiara Rizzo in un articolo del 05/05/08 dall'azzeccato titolo "La legge del più isterico", in cui si traccia un collegamento intelligente con l'arcinota vicenda milanese del tassista Marino Viola, quella che pose fine all'epopea del pool del PM Pietro Forno (magistrato "granitico", in forza adesso alla procura di Torino), del quale proprio il dott. Maurizio Bruni (che oggi tuona contro gli errori di Basiglio) fu frequente consulente, periziando anche la figlia del tassista.
Il caso Viola fu quello di un padre ingiustamente criminalizzato, un equivoco che iniziò quando sua moglie si rivolse proprio ai tempestivi operatori del Centro per il Bambino Maltrattato (CbM) di Milano, socio CISMAI e storica culla ideologica dell'associazione e del "sistema Forno". Sua figlia trascorse 5 mesi presso il CbM.

Ciò che l'incisivo articolo di Chiara Rizzo non dice, è che il filo che lega il caso di Basiglio al CISMAI ed al CbM non è certo limitato solo ad una assonanza concettuale con vecchie vicende, ma sembra sostanziato da fattispecie ben più concrete.
Dal sito del CBM scopriamo infatti che:
  • "In seguito alla decisione dei comuni di Rozzano, Locate Opera e Basiglio di assumere le funzioni di tutela dei minori precedentemente delegate ai servizi dell'ASL, dal 2003 il CbM collabora alla realizzazione di un servizio territoriale che ha lo scopo di offrire un supporto professionale ai problemi delle famiglie legati alla crescita, educazione e sviluppo della personalità dei bambini agendo in termini preventivi e riparativi; ha anche lo scopo di affrontare le situazioni più gravi e critiche legate a situazioni di violenza, maltrattamenti e abusi in famiglia. Il Servizio per la famiglia e i minori è composto da quattro équipe territoriali (una per ogni comune del distretto) di cui fanno parte assistenti sociali dei comuni e psicologi del CbM, da un' equipe centrale, composta da assistenti sociali e psicoterapeuti del CbM, specializzata nella valutazione e il trattamento delle famiglie con problemi di maltrattamenti e violenze al suo interno" (...).
Dal Piano di Zona del Distretto 7 ASL Milano 2 (comuni di Rozzano Basiglio Locate di Triulzi e Opera) per il triennio 2006-2008, veniamo a conoscenza di ulteriori dettagli della collaborazione tra CbM e Distretto:
  • (pagg. 71-94) relazione sul Servizio Distrettuale Minori e Famiglia nel precedente periodo 2002-2005 (inoltre a pag. 148 si legge che tra gli obiettivi specifici dell’Ufficio di Piano vi era anche "la redazione dei regolamenti di accesso ai servizi: è stato redatto in collaborazione con il Centro Bambino Maltrattato un Manuale di Funzionamento del Servizio per i Minori e le Famiglie, che regola le modalità organizzative del servizio, le interazioni tra le varie unità d’offerta dello stesso, le procedure per rendere efficienti ed efficaci tali interazioni ed è la prima esperienza di gestione congiunta in cui due contesti organizzativi differenti, quello pubblico comunale e quello della cooperativa CBM, hanno costruito un percorso di integrazione");
  • (pag. 166) nella nuova programmazione per il triennio 2006-2008, si specifica chiaramente che l'ente gestore del Servizio Psicosociale Famiglia e Minori viene costituito sommando la gestione diretta dei comuni e l'appalto alla cooperativa CbM;
  • (pag. 52) a proposito delle insegnanti di Basiglio (il caso venne denunciato ai servizi quando una maestra trovò sotto il banco della bambina un disegno osceno, nonostante palesemente non fosse stato fatto da lei), rileviamo che negli anni scorsi, in collaborazione con la cooperativa CbM "Sono stati attivati corsi di formazione sulle tematiche dell’abuso rivolte agli insegnanti delle scuole materne e primarie presenti nel Distretto".
Riassumendo, i tempestivi operatori sociali e scolastici che sono intervenuti a Basiglio sarebbero coordinati, formati o appartenenti alla stessa cooperativa che nel 1996 intervenne tempestivamente sulla famiglia del tassista milanese: il CbM.
Una storica istituzione, molto prestigiosa nel mondo della tutela, forse tanto da convincere un giudice del Tribunale dei minorenni ad emettere simili provvedimenti tempestivi anche quando «esistono rilevanti elementi di perplessità». Chapeau!

Un'orrenda immagine ci invade: non sarà mica che uno dei fratellini di Basiglio avrà dormito nella stessa stanzetta in cui, dodici anni prima, veniva tenuta la figlia di Marino Viola?

E' impossibile non rilevare infatti un potenziale grave conflitto di interessi, laddove una cooperativa che coordina équipe territoriali che promuovono e realizzano gli allontanamenti, può risultare in grado poi anche di ospitare i bambini presso le proprie strutture.
Ci siamo domandati allora in quali casse saranno finiti stavolta i soldi (ad occhio e croce 10/20mila euro di denaro pubblico sprecato) per le rette residenziali dei due fratellini di Basiglio.

Quale che sia stata la loro destinazione, in nome della democrazia vogliamo davvero augurarci che questi due fratellini non siano stati collocati dall'équipe territoriale di Basiglio proprio in uno dei due centri di accoglienza del CbM (cioè presso sé stessi).
In tal caso, si tratterebbe dell'ennesima ripetizione di un insopportabile scandalo, una situazione che, anche alla luce della inaudita fragilità delle motivazioni per cui si è deciso di prelevare questi due bambini dalla loro famiglia, più che un provvedimento di tutela ricorderebbe un rapimento a scopo di estorsione, compiuto approfittando della distrazione dei magistrati del tribunale per i minorenni.
Speriamo che presto qualcuno possa aiutarci a fugare questo nostro timore.

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Scopriamo inoltre che in alcuni distretti dell'ambito territoriale dell'ASL MI 2 (il distretto 7 è quello che include anche il comune di Basiglio), opera anche la équipe psico-socio-pedagogica della cooperativa sociale "Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali" onlus.
Il responsabile del "dipartimento tutela" di questa cooperativa è il dott. Antonello Angeli, Segretario nazionale del CISMAI.
A tale proposito va però detto subito che, nonostante la cooperativa operi proprio nel territorio di quella ASL, non ci risulta che essi svolgano nel comune di Basiglio specifiche attività di tutela minorile e anti-abuso.
Segnaliamo dunque solo la coincidenza territoriale, ma senza che con ciò si intenda alludere ad alcuna responsabilità di LCA&MS e del dott. Angeli nella vicenda dei fratellini di Basiglio [daremo spazio a chiunque ritenesse di intervenire sulla questione e fornire ulteriori informazioni].

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Il tassista Viola dopo alcuni anni di tragedia è parzialmente uscito dall'incubo e i fratellini di Basiglio sono rientrati a casa. Purtroppo non è stato così per le centinaia di persone innocenti (in larga maggioranza padri), che nel nostro paese si sono suicidate dopo aver perso l'affidamento dei figli, sulla base di premesse e pregiudizi molto simili.
Evidentemente per alcuni queste lezioni non sono ancora bastate.

Quanto segnalato nella Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale all'infanzia del CISMAI ("il rischio di trovarsi di fronte a falsi positivi deve essere sempre preso in considerazione da chi si occupa di questa materia"), anche nel loro nuovo comunicato alla politica è rimasta lettera morta.
In tal senso, sei mesi fa avevamo già criticato il comunicato della presidente Luberti sul caso di Rignano Flaminio, così denso di errori e pregiudizio da farci chiedere le sue dimissioni dalla carica e invocare una sollevazione di sdegno dalla base dell'associazione... (mai pervenuti).

I soliti vecchi vizi degli abusologi "a senso unico" del CISMAI.

Ugo


Post Scriptum

La vicenda di Basiglio ci offre l'occasione per rispolverare un vecchio articolo di Mauro Mellini, che nel marzo 2007 commentava l'arrivo all’Ufficio Servizi Sociali del Comune di Milano della nuova direttrice, Carmela Madaffari:
  • "E’ iniziato una specie di terremoto, a quel che si legge nel “Giornale” del 23 marzo. Perché la Madaffari ha scoperto che un gran numero di 100 assistenti sociale che lavorano a vanvera e fanno relazioni basate sui loro preconcetti. Troppi bambini sottratti alle famiglie ed affidati ad Istituti, troppe relazioni in favore dell’uno o dell’altro dei genitori contendenti in base ad uno “schieramento” dell’assistente pro padri o pro madri. “Nessuno denunzia, ma in alcuni casi degli assistenti sono stati dirottati ad altre mansioni”.Gli altri dovranno tornare a scuola. Cioè, non proprio a scuola, ma a frequentare “corsi” nei quali, ritiene la Signora Madaffari, “dovranno imparare ad essere obiettivi".
Consigliamo la lettura integrale dell'articolo di Mellini, soprattutto laddove si ribadisce un principio che a nostro parere deve essere fermamente tenuto presente per ogni caso di cosiddetto "kidnapping giudiziario", ovvero la responsabilità ultima del giudice peritus peritorum, nel bene e nel male:
  • "a proposito di magistrati, occorre dire che quelle relazioni degli assistenti sociali di Milano che una nuova direttrice dell’Ufficio del Comune si è “messa a spulciarle”, trovando che “alcune di esse erano palesemente sbagliate”, “in alcune mancavano elementi che sarebbero stati invece fondamentali per decidere a quale dei genitori affidare il figlio”, erano atti passati al magistrato del Tribunale dei Minorenni o del Tribunale Ordinario. Il quale, secondo una vecchia espressione, è “peritus peritorum” ed, a maggior ragione, più esperto (auspicabilmente) degli assistenti sociali. Ora non risulta che l’allarme della Signora Madaffari sia stato provocato da un gran numero di relazioni di assistenti sociali “respinte al mittente” dai magistrati che ne erano destinatari e tanto meno che a formulare il giudizio collettivamente negativo siano stati i magistrati, il Presidente del Tribunale dei Minori o di quello Ordinario" (...).
Concetto che il primo commentatore dell'articolo sintetizza in modo un po' irrispettoso, ma efficace:
  • "Brava la dott.ssa Maffari ... peccato che la mamma non le abbia detto che se Assistenti Sociali scrivono degli sconci solo perch sonodegli sconci che i giudici vogliono".
Non va dimenticato che la responsabilità è sempre legata al potere ed a chi lo detiene (anche quando da questi viene incomprensibilmente delegato agli psicologi delle onlus di prestigio).

sabato 17 maggio 2008

The Voice

Il giudice Alessia Sinatra è sostituto procuratore al Tribunale di Palermo e si occupa spesso di condurre la pubblica accusa in casi di presunto abuso sessuale su minori.
In un precedente articolo ("Viaggio nelle procure: da Pistoia a Palermo") avevamo già criticato la sua tendenza a rilasciare pubbliche dichiarazioni alla stampa, sempre di segno colpevolista, sui casi di cui si occupa:
  • Uno di questi solo poche settimane fa (il caso del nonno palermitano 58enne, che avrebbe abusato per due anni della nipote di 10 anni, approfittando che proprio sua figlia, madre della bimba, gliela portava in consegna). Abbiamo sentito la PM Sinatra descrivere le proprie ipotesi colpevoliste al Tg5, il giorno stesso dell'arresto del nonno e l'episodio ci ha parecchio irritati, in quanto mai e poi mai un rappresentante della pubblica accusa dovrebbe rilasciare simili dichiarazioni alla stampa: il procuratore è un cittadino a cui è conferito un potere enorme, che dovrebbe "parlare" solo attraverso i propri atti giudiziari, astenendosi rigorosamente dal diffondere alla stampa qualsiasi notizia: il vero diritto alla libera informazione non ha nulla a che fare con la diffusione di ipotesi accusatorie preliminari non ancora confermate. Non sono mica fatti. Un vero sfregio alla democrazia, che pure si ripete ormai quotidianamente sulla carta stampata e in televisione, nell'assoluta indifferenza di un paese ignorante di diritti civili, proprio ad opera della magistratura che dovrebbe invece difendere rigore e diritto (...).

Alessia "The Voice" Sinatra rappresenta la pubblica accusa anche nel caso di presunta pedofilia emerso recentemente a Ballarò (Palermo) ed anche in questa occasione non ha mancato di farsi sentire subito con la stampa, a manette ancora calde. Su questo blog (attenzione, il sito tenta di inoculare un virus/dialer, link da aprirsi solo da una postazione protetta da antivirus e firewall) troviamo la seguente ANSA:
  • ''Tutto e' piu' difficile quando il responsabile degli abusi e' inserito nello stesso contesto familiare della vittima'', spiega il sostituto procuratore Alessia Sinatra, che da anni si occupa di violenze sui minorenni.
L'affermazione del magistrato non ci sembra rispettosa del principio della presunzione di innocenza; sarà forse colpa dei tagli giornalistici, o magari parlava solo in generale...
Più preoccupante ciò che leggiamo su La Repubblica - Palermo del 01/05/08:
  • "Dieci anni dopo, Ballarò ripiomba nell´incubo della pedofilia. Quella volta, magistrati e poliziotti scoprirono che i bambini erano costretti a girare film a luci rosse per poche migliaia di lire. «Purtroppo, ancora oggi Ballarò resta un quartiere a rischio - dice il sostituto procuratore Alessia Sinatra - come molte altre realtà a Palermo, dove si riscontrano disagio, spazi abitativi ristretti e promiscuità. Dove i bambini non hanno punti di riferimento certi in famiglia. Sono le cosiddette precondizioni per certe situazioni di abuso che poi riscontriamo». Alessia Sinatra si occupa ormai da anni di questi temi, le pareti della sua stanza in Procura sono piene di disegni di bambini che le esprimono gratitudine per essere stati liberati. «Alessia ti voglio bene», le ha scritto di recente una bambina sopra la vela di una barchetta che finalmente è tornata a navigare. «Non abbiamo mai smesso di tenere sotto controllo le realtà a rischio - dice il magistrato - non ci siamo mai fermati. E oggi possiamo dire di avere una rete di monitoraggio e di intervento efficace. Così, accanto alla magistratura e alle forze dell´ordine, un ruolo importantissimo è stato assunto dalla scuola»".
Scopriamo che tanti bambini "liberati" hanno ringraziato il procuratore con disegni... ma guarda un po'! (ci tremano le gambe a leggere di simili ritualità, che solo un inesperto potrebbe scambiare per dimostrazioni di affetto o efficacia, ma faremo comunque buon viso a cattivo gioco).
La bambina ha scritto «Alessia ti voglio bene», ok, possiamo dunque stare tranquilli sulla qualità dell'operato della procura?
Forse non del tutto, in quanto nella sua dichiarazione (in grassetto), il giudice Sinatra stava mettendo in mostra una fallacia metodologica, ovvero utilizzare un movente generico per sostanziare un fatto delittuoso specifico, ancora indimostrato: poichè a Ballarò si vive nel disagio, negli spazi abitativi ristretti e nella promiscuità, dovremmo allora essere certi che gli abusi raccontati da quei bambini sono davvero avvenuti? Certo che no.
Un pubblico ministero dovrebbe diffidare dai pregiudizi indotti dalle "cosiddette precondizioni" e distinguere immediatamente tra un fatto ed una possibilità ipotetica. E, su quest'ultime, tacere in pubblico e lavorare solo nella riservatezza dei propri uffici.
Del movente si disquisisce esclusivamente a fatto accertato, mai prima. Si tratta di un errore logico e criminologico che abbiamo già contestato ad altri (è lo stesso "vecchio vizio" del CISMAI, che la presidente Luberti commise ad esempio nel suo comunicato su Rignano Flaminio), uno sbaglio che da solo può sorreggere tante leggende metropolitane e cacce alle streghe: "poichè la pedofilia (o la stregoneria, il degrado, i servizi segreti deviati, la cospirazione giudaico-massonica...) esiste, allora tu devi esserne colpevole". Una logica inaccettabile per una onlus, figuriamoci quando viene adoperata pubblicamente da un magistrato inquirente.
Il lavoro della PM Sinatra sarebbe invece proprio quello di prepararsi al processo trovando prove irrefutabili a sostegno delle proprie ipotesi, certo non quello di alludere intanto con la stampa a spiegazioni pseudo-sociologiche che giustifichino le proprie crociate.
Fatti, non parole.

Dovrebbe scandalizzare inoltre che il contenuto delle deposizioni dei bambini (quale che esso sia) sia giunto immediatamente ai giornali:
  • "Il racconto di una bambina di dieci anni, ospite in una comunità, ha fatto emergere abusi e orrori a Ballarò. «Era la mamma che ci portava in casa di quegli amici - così ha iniziato il suo racconto - è lì che io e i miei due fratellini siamo diventati grandi». (...) «Ci facevano giocare alla bottiglia», ha spiegato la bambina. I grandi lo chiamavano «gioco dell´obbligo e della verità». Era la sorte a stabilire la vittima dell´ennesimo abuso che si consumava a casa della coppia. Mentre qualcuno fumava hashish e qualche altro guardava film pornografici. Mentre a casa circolavano altri tre bambini piccoli, figli della coppia" (fonte: La Repubblica - Palermo del 01/05/08).
Chi avrà mai riferito tanti dettagli piccanti alla stampa? Alla faccia dell'audizione "protetta". Aspettiamo che qualcuno ci racconti nuovamente la fiaba de "La procura che non c'entrava nulla", noi popolo di bambini non ci stancheremmo mai di sentirla ripetere...

Per chi si fosse perso le apparizioni della PM Sinatra, è possibile rivederla in questo servizio sul caso Ballarò (da centrodiascolto.it):
  • "E' una valutazione attenta, complessa, approfondita, che ci consente ovviamente di dare supporto a tutte le altre attività investigative nel frattempo svolte".
La voce del giudice Sinatra sta cantando stavolta le lodi del proprio stesso lavoro. Eppure a noi sembra che sia un po' presto per farsi i complimenti, di solito l'operato della procura si valuta nel processo, di fronte ad un giudice imparziale che ascolti anche le ipotesi difensive.
Ciononostante, alla PM Sinatra si accodano immediatamente le associazioni anti-pedofilia locali, ad esempio Mobilitazione Sociale, che senza notare nulla di strano nelle denunce e nei metodi della procura, senza preoccuparsi affatto della concreta possibilità che questi bimbi siano in realtà vittime di dannose suggestioni, dal blog già applaude:
  • "Tutta l'Associazione ringrazia il lavoro prezioso di magistrati come la d.ssa Alessia Sinatra".
Quanto affetto che circonda i magistrati anti-pedofili!
Un acritico cuscinetto di pubblica approvazione, che scatta immediato ogni volta che arrestano un nuovo orco, anche quando i conti forse non tornano. Non sarà che alla lunga ciò potrebbe minacciarne l'obiettività?


Il beneficio del dubbio

Ci stupisce che, proprio al Tribunale di Palermo, qualcuno dimostri ancora una simile fede incrollabile verso le testimonianze infantili di abuso e le certificazioni degli psicologi.
Ci risulta infatti che talvolta sia avvenuto che poi in aula i bambini non confermassero le prime dichiarazioni. Prendiamo ad esempio, il clamoroso caso che vede imputato Don Paolo Turturro. Da un articolo di La Repubblica - Palermo del 18/10/2006:
  • "Ieri pomeriggio, a porte chiuse, per Michele è venuta l´ora di ripetere in tribunale quello che, cinque anni fa, con l´aiuto di una psicologa aveva confessato al sostituto procuratore Alessia Sinatra: «Padre Paolo un giorno ha iniziato a baciarmi in bocca. Come i grandi, come i fidanzati. Mi baciava in bocca quando non c´era nessuno, anche dentro la Chiesa». (...) Allontanato dalla città, ieri don Turturro, difeso dagli avvocati Ninni Reina e Vincenzo Gervasi, ha voluto essere presente in aula per ascoltare dal vivo la difficile testimonianza di uno dei suoi accusatori. Michele sapeva che il sacerdote era in aula ma non lo ha visto protetto dallo specchio unidirezionale che ha consentito al sacerdote di seguire la deposizione senza condizionarla con la sua presenza. Guidato dal pubblico ministero Alessia Sinatra, il ragazzo ha confermato tutto, (...) In serata, a confermare la sua deposione, è arrivata anche quella della sorella. «La mia più grande soddisfazione - è stato l´unico commento del pm Alessia Sinatra - è stata quella di aver consentito al ragazzino di uscire da questo terribile circuito». (...) Accuse drammatiche e circostanziate quelle dei bambini che hanno da subito convinto gli psicologi che hanno affiancato la polizia e il magistrato nell´indagine ma che il sacerdote ha sempre respinto gridando al complotto".
La soddisfazione personale della PM Sinatra è straripante.
Tuttavia, rispetto a queste iniziali certezze, il quadro processuale sembra essere cambiato nelle fasi successive del processo in seguito alla ritrattazione di molti altri testi:
  • "Il giovane, tuttora minorenne, che nel 2000 a­vrebbe assistito all’episodio più grave tra quel­li contestati a don Turturro, è stato sentito per la prima volta in aula, cambiando la sua ver­sione dei fatti, affer­mando che le sue dichiarazioni prece­denti «sono false». (...) Il giovane, nel corso delle inda­gini preliminari, aveva detto di aver visto don Turturro commettere le molestie su un bam­bino che all’epoca era suo coetaneo. Il pm A­lessia Sinatra ha contestato al sedicenne le pre­cedenti dichiarazioni, ma il teste non ha forni­to alcuna spiegazione della sua ritrattazione. Anche la madre del teste ha smentito le proprie dichiarazioni rese durante l’audizione davanti alla polizia e al pm, in fase di indagini" (fonte);
  • "Ritrattano le accuse tre ragazzi che erano stati fra i testi del pm contro padre Paolo Turturro, l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia di Palermo, imputato di violenza sessuale davanti alla seconda sezione del Tribunale. Interrogati dai giudici, i tre giovanissimi testimoni hanno negato tutto, nonostante le ripetute ammonizioni del presidente Antonio Prestipino. Il pm Sinatra si e’ riservata la facolta’ di chiedere la trasmissione del verbale di udienza, per valutare se procedere contro di loro. Non sono le prime ritrattazioni che si registrano nel dibattimento" (fonte).
Purtroppo, temiamo che da parte degli inquirenti l'ipotesi della suggestione e del falso abuso, anche di fronte ad esplicite ritrattazioni, potrebbe non essere neppure presa in considerazione. Già molti (e Frassi non manca) hanno preferito pregiudizialmente archiviare il tutto come ritrattazioni mendaci, magari imposte ai piccoli testimoni con le minacce. Anche in mancanza di qualsiasi elemento concreto che dimostri intimidazione. Pensiero circolare.

E' preoccupante inoltre l'accenno che in questo articolo di Gennaro De Stefano si fa sull'atteggiamento della procura nei confronti di Don Turturro:
  • "Storia strana e difficile: in Procura bocche cucite, anche se informalmente mi dicono che «una persona senza la notorietà del sacerdote sarebbe stata sicuramente arrestata, con lui hanno avuto la mano leggera, nonostante i racconti dei ragazzi fossero attendibili»".
Nulla più che una dichiarazione giornalistica, da prendersi dunque con il beneficio del dubbio. Speriamo non sia vero.

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In secondo luogo, già che le dichiarazioni dei fratellini di Ballarò sono state date ormai in pasto alla pubblica opinione, non possiamo esimerci dal segnalare altre perplessità sul caso, laddove vi ritroviamo tanti di quegli elementi che già furono di tanti altri casi di presunto abuso sessuale collettivo, poi risultati falsi o indimostrati: bambini costretti a fumare cannabis, film pornografici da riprodurre, gioco della bottiglia...
Un repertorio di presunti orrori, che se confermato risulterebbe davvero strabiliante: oltre ad essere pedofili, questi presunti orchi palermitani dovevano essere anche parecchio istrionici! Tutti sembrano essersi inorriditi subito di fronte a questi racconti, proprio nessuno che invece si è perplesso per troppa bizzarria criminologica?
La procura di Palermo non mostra dubbi e porta i propri psicologi come "macchina della verità". Esattamente come successe al Tribunale di Tivoli sul caso di Rignano Flaminio, che credette un po' troppo velocemente ai bizzarri racconti dei bambini di Rignano Flaminio: gite in pullman, giochi con le punturine, cappucci, cani gettati nel fuoco ecc.
Ma a Rignano, dopo i primi articoli rabbiosi e appecoronati verso la procura, si è poi sollevata una più attenta e imparziale attenzione mediatica, che ha costretto tutti al doveroso dubbio e infine dissolto anche le presunte "certezze" degli psicologi.

Forse che anche a Ballarò, prima di pronunciarsi, servirebbe innanzitutto almeno un incidente probatorio, condotto secondo tutti i crismi del giusto processo? Qualcuno dovrebbe ricordare ai magistrati palermitani che si tratta di cosa ben diversa dalla audizione preliminare con lo psicologo (operazione superflua e suggestiva, che invero i moderni protocolli sconsigliano di effettuare, proprio per evitare ogni fonte di inquinamento).
Dopo 12 anni di vita, la Carta di Noto (comma 7: L’incidente probatorio è la sede privilegiata di acquisizione delle dichiarazioni del minore nel corso del procedimento) non ha ancora raggiunto l'altra sponda dell'isola siciliana?

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Ci sembra dunque ancora troppo presto per esprimere qualsivoglia certezza sui fatti di Ballarò.
Quella del falso abuso sarebbe una pista da non trascurare, anche per il bene di questi bambini (ma non dimentichiamo i diritti delle persone indagate, innocenti fino a prova contraria), sempre che gli inquirenti e la procura vogliano fare il proprio lavoro a 360° e ricordarsi che in Italia vige ancora il giusto processo e la democrazia, non la dittatura degli ansiosi perbenisti.

Questa riflessione non dovrebbe comunque distogliere dal punto principale della nostra contestazione: l'obbligo per i PM di tacere con la stampa e di evitare ogni personalismo, che varrebbe per ogni caso, anche di fronte a reati conclamati, la cui evidenza sia basata su ben altro che dichiarazioni indimostrabili dei bambini e bugiarde certificazioni dello psicologo (ad esempio per arresti in flagranza o confessioni).
E' una banale questione di regole da seguire, senza se e senza ma, anche a Ballarò e nelle presunte aree di degrado.

Non tema il giudice Sinatra, ci sono abbastastanza vedette anti-pedofile nel giornalismo e nella società civile per far sì che, al momento giusto, a certe notizie sia dato il giusto risalto di fronte al grande pubblico. Lasci pure ad altri il vanto di riempirsi la bocca coi successi dell'azione giudiziaria: le uniche persone che non dovrebbero mai partecipare alla festa per la cattura dell'orco, sono proprio coloro che l'hanno realizzata.
Questione di stile e, soprattutto, di garanzie democratiche: per non dare adito al sospetto che l'obiettivo possa essere proprio la festa.

Inoltre, le informazioni e le ipotesi di reato che orgogliosamente alcuni procuratori offrono in dono alla stampa, non sarebbero certo una proprietà personale di cui poter disporre, ma derivano esclusivamente dal pubblico ufficio che il magistrato svolge. Il nostro sdegno non sarebbe diverso nel sentire, ad esempio, un prete piacersi in pubblico di conoscere tutti i peccati dei propri parrocchiani.

La carriera in magistratura impone questa rinuncia, che risulta forse umanamente difficile per chi è troppo coinvolto nel proprio mestiere e, oltre allo stipendio mensile, vorrebbe ricavarne anche pubblico riconoscimento e personale soddisfazione.
In tal caso, nessuno vieta loro di dimettersi dalla magistratura e aprire una agenzia anti-pedofilia.


Il silenzio è d'oro, quando fa comodo

Siamo comunque certi che in molte occasioni le procure sappiano cucirsi la bocca. Talvolta, la magistratura va perfino oltre, appellandosi attivamente al silenzio della stampa su casi mediaticamente delicati. Dovremmo esserne lieti, eppure c'è spesso qualcosa che non convince in tanta solerzia.
Ad esempio, a proposito del recente clamoroso caso dei due fratellini di Basiglio, questa notizia di agenzia così bacchettava il 05/05/08:
  • "Troppa 'stampa' sul caso dei due fratellini di Basiglio allontanati dai genitori e affidati a due centri separati a causa, stando a quanto e' stato scritto sui media fino ad oggi, di un disegno ose' attribuito in un primo momento alla piu' piccola dei due fratelli, una bimba di nove anni. Ad intervenire per chiedere piu' cautela anche a tutela dei minori, e' oggi il presidente facente funzioni del Tribunale dei Minori, Marina Caroselli. Sul caso, dice in una nota, e' doveroso ricordare "che l'eccessiva esposizione mediatica dei minori, con riferimenti che ne consentono agevolmente l'identificazione, e l'offerta alla pubblica opinione di una lettura parziale e semplicistica dei dati emersi in sede istruttoria creano diffuso e facile allarmismo, pregiudicando altresi' l'auspicato futuro sereno reinserimento dei minori nel contesto familiare e sociale di appartenenza". Per il giudice, dunque, e' necessario che sulla vicenda cali il silenzio anche perche', afferma, sono state descritti solo elementi parziali. (...)".
Giustissimo, ma chissà perché tanta passione per il silenzio stampa e la riservatezza, compare sempre intempestivamente e solo nei casi come quello di Basiglio, ovvero quando l'orientamento dei media diventa critico verso le autorità giudiziarie e si allargano le crepe nel castello accusatorio che tiene reclusi genitori o bambini.
Saranno anche state "letture parziali e semplicistiche", ma forse non erano sbagliate se poi il 17/05/08 i fratellini sono stati rispediti a casa per assoluta mancanza di prove d'abuso.
Dalla "fabbrica dei mostri", il pudore e gli appelli alla stampa si alzano solo dopo l'arrivo del dubbio e della contestazione: dalle "garanzie democratiche" alla "mordacchia", il passo è breve.
Mai che si siano viste appellare con tanto rigore certe garanzie contro "troppa stampa", quando dalla strada i procura-boys incitano gagliardi a sbattere girolimoni in prima pagina (Rignano docet): fra le coccole, sono pochi i giornalisti e i magistrati che si preoccupano del "diffuso e facile allarmismo" generato dalla diffusione delle ipotesi istruttorie, per definizione ancora "parziali e semplicistiche".


Un monito dal passato ed uno dal presente

Chissà se, alla procura di Palermo, la PM Sinatra ed i suoi colleghi si siano mai presa la briga di studiare l'esperienza del "pool fasce deboli", che operò al Tribunale di Milano un decennio prima di loro e che inventò in Italia quello che in seguito dai critici verrà definito "«sistema da incubo» che trasforma i bambini in testimoni d’accusa".
Un sistema che, guarda caso, era incentrato proprio su questi capisaldi: spettacolarizzazione e gogna mediatica, pressione sulla testimonianza dei bambini, prove "psicologiche", creazione di un sodalizio di operatori (magistrati, polizia, periti, giornalisti, centri accoglienza) dedicato alle denunce di pedofilia.
Finché non arrivò il caso che vedeva imputato l'innocente tassista Marino Viola, quando il celebre j'accuse pronunciato dalla PM Tiziana Siciliano smontò il giocattolo infernale, diventato ormai una "fabbrica di mostri". Ella fece affermazioni che evidenziavano proprio l'importanza del distacco e la pericolosità della "specializzazione tematica" del giudice:
  • "Solo perchè un caso è orribile ci si può permettere che le prove non siano certe, quasi che in nome della nefandezza si possa condannare qualcuno? Credo di no. Quando ho cominciato a lavorare a questo processo - aggiunge - non riuscivo a trovare le prove della colpevolezza che potessero reggere l' accusa. Quindi ho pensato: se invece che di una violenza su una bambina di tre anni si fosse trattato di una bancarotta, mi sarei accontentata di quelle prove? Certamente no. Ecco perché ho chiesto l' assoluzione. Non critica direttamente il suo collega Forno («ha fatto un grande lavoro in 10 anni», dice) ma accusa il sistema che porta alle incriminazioni: «In questa vicenda - spiega - la mancanza di professionalità degli operatori, poliziotti e assistenti sociali, è stata decisiva». «Facendo questo lavoro vedi delle nefandezze tali da turbarti profondamente - aggiunge il pm - e più sei turbato, più perdi la capacità di lettura distaccata. Proprio perchè di norma non mi occupo di abusi sessuali forse ho trattato questa vicenda con il distacco che uso in altri processi». Come evitare errori giudiziari? «Non conosco l' universo della pedofilia e mi sono occupata solo di questo caso. Però ritengo che sia necessaria una struttura specializzata esterna alla Procura in grado di operare con professionalità" (fonte).
Ci auguriamo che alla procura di Palermo vorranno fare tesoro degli insegnamenti di questa esperienza passata. Purtroppo, certi atteggiamenti ci fanno temere invece che la PM Sinatra sia avviata a ripercorrere in Sicilia l'epopea del più illustre collega Pietro Forno (apparentemente con una più spiccata propensione per i casi di abuso collettivo su ampi gruppi di bambini, mentre nella "Milano da bere" dei '90 fioccavano soprattutto le false denunce di abuso contro i padri in corso di separazione conflittuale).

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Concludiamo segnalando anche il recente appello del capo dello Stato Giorgio Napolitano, il quale ricevendo al Quirinale le toghe in tirocinio, ha raccomandato che i giudici non travalichino i confini assegnati e non cedano a protagonismi ed esposizioni mediatiche. Speriamo che Alessia Sinatra e gli altri procuratori anti-pedofilia si siano accorti che il capo dello Stato stava parlando anche a loro:
  • "Ai magistrati in tirocinio, ricevuti al Quirinale insieme al vicepresidente del Csm Nicola Mancino e al ministro della Giustizia Angelino Alfano, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha raccomandato innanzitutto di "non cedere ai protagonismi e alle esposizioni mediatiche e di accostarsi al processo con coraggio e umiltà, ponendo attenzione al rispetto delle parti e dei loro diritti (...) Altra raccomandazione: restare nei limiti delle proprie competenze, applicare e far rispettare le leggi coniugando rigore e scrupolosa osservanza dei principi del giusto processo e delle garanzie cui hanno diritto tutti i cittadini, "essere e anche apparire autonomi e indipendenti". (...) La formazione dei magistrati, ha concluso Napolitano, è importante e non può essere una volta per tutte e ad essa si deve unire "una compiuta coscienza giudiziaria che è indispensabile per un uso deontologicamente corretto dei poteri di giudice o pubblico ministero" (ANSA);
  • "I magistrati non devono cedere alla tentazione di "protagonismi", "personalismi" ed "esposizioni mediatiche" ma "accostarsi al processo con coraggio e umiltà" (Quotidiano.net);
  • "Napolitano ha richiamato i giovani magistrati "all'assoluta discrezione e alla misura", sottolineando che la funzione del magistrato richiede "responsabilita', imparzialita', riserbo e solerzia". Ribadendo la necessita' che i magistrati evitino "qualsiasi tentazione personalistica", il capo dello Stato ha ribadito come "stia ai magistrati come a tutti coloro che sono investiti di responsabilita' pubbliche non travalicare i confini rispettivamente assegnati" (AGI news).
Belle parole, simbolo purtroppo dell'assoluta ingenuità ed inefficacia dei tentativi dello Stato di esercitare controllo sulla casta della magistratura: immaginiamo che prima, durante e dopo la ramanzina di Napolitano, le nostre procure brulicassero indisturbate di giornalisti e intervistatori suadenti.
Eppure per casi come questo, l'irregolarità è manifesta. Perchè allora non agire, invece di predicare? Al Quirinale, forse avrebbero fatto meglio a:
  1. raccogliere una estesa rassegna stampa su casi giudiziari;
  2. verificare i nomi di tutti i procuratori che in corso d'opera hanno rilasciato alla stampa imprudenti dichiarazioni su ipotesi investigative;
  3. spedire a ciascuno di essi (con copia carbone a CSM e ANM) una lettera di censura e diffida dal ripetere certi comportamenti.
Fatti, non parole.
Ma forse perfino il Quirinale si scoraggia di fronte ad un malcostume epidemico talmente esteso: troppi francobolli, si spende meno col predicozzo.

Ugo


Post Scriptum

Celebriamo oggi il ventennale della morte di Enzo Tortora (16 maggio 1988), uomo simbolo degli orrori della giustizia ingiusta e del "giornalismo antropofago" colluso con le procure. Definizione coniata da Vittorio Pezzuto, che ha appena pubblicato l'interessante biografia "Applausi e Sputi" (Sperling & Kupfer).
Da una recensione di Giangiacomo Schiavi, comparsa sul Corriere della Sera del 07/05/2008:
  • "Tortora è una pagina nera della giustizia e Pezzuto non fa sconti: è severo con quello che chiama il «giornalismo antropofago», che non cerca le prove ma si allinea alle Procure. Segnala le poche firme controvento; in testa c’è Enzo Biagi: «E se fosse innocente?», si domanda per primo. E subito aggiunge: «È difficile difendersi da una colpa inesistente». Lo seguono Indro Montanelli («Le prove escono da fogne sociali in cui domina la menzogna») e Giorgio Bocca («Assolto lui, crollerebbe l’intero castello dell’accusa»). Ma c’è anche il cronista solitario Vittorio Feltri, che sul Corriere si oppone alla crocefissione di Tortora e racconta in solitario le magagne dell’inchiesta. E c’è un collega che si pente: Paolo Gambescia, inviato del Messaggero. «Ho contribuito a distruggere un uomo. Non sono stato il solo, ma questo è stato il più grosso errore della mia carriera». Chapeau".
Vicende come quelle di Rignano Flaminio ed Enzo Tortora hanno evidentemente ancora molto da insegnare.
I tanti procuratori che ancora conducono campagne anti-pedofilia a senso unico, utilizzando solo dichiarazioni non verificate di bambini e diffondendo premature allusioni colpevoliste alla stampa, non hanno comunque nulla da temere da queste storie e dai nostri appelli: i magistrati che fecero condannare Enzo Tortora in primo grado, sulla base di testimonianze non verificate dei pentiti, gli stessi che consentirono che venisse orchestrata contro di lui una orrenda campagna mediatica colpevolista sulla base delle loro ipotesi infondate, non hanno mai pagato per i propri errori ed anzi hanno percorso gloriose carriere.